Some kind of goodbye

Un anno fa, esattamente un anno fa, succedevano due cose, inevitabilmente legate l’una all’altra. Un anno fa era un giovedì pieno di sole, discutevo in un ufficio con il coordinatore Erasmus delle possibilità che avevo, se avessi mai deciso di partire – il bello era soltanto pensare di avere questa scelta davanti, lasciarmi entusiasmare da un progetto, un progetto che avrei richiuso nel cassetto dopo essermici gingillata per un po’. Nel pomeriggio ho avuto un attacco di panico nel mezzo della lezione, davanti a tutti. Attacco di panico forse non è un termine corretto, ma è l’unico che mi permette di fare i conti con quello che mi è successo, che ancora adesso mi imbarazza. Preferisco chiamarlo attacco di panico, per smettere di vergognarmi così tanto. In realtà ho avuto una reazione esagerata a un evento per me molto doloroso, sì, ma che assolutamente non giustificava un pianto ininterrotto di un’ora e mezza, in pubblico. Mi dispiace, per quello, mi dispiace tanto. Era il culmine di un mese passato a piangere rannicchiata sul pavimento del bagno, come Izzie Stevens quando Danny muore, e lei dice di non essere più un chirurgo e si sdraia sulle piastrelle con ancora l’abito della festa indosso. Quella sera ho deciso che non avevo più nulla da perdere, e ho fatto domanda per l’Erasmus.

Oggi è il 20 marzo, tra poco vado a una festa, e domani ritorno in Germania. Ci vivo da due mesi, ormai. Sto imparando il tedesco, mi sono abituata ad andare in giro in tram e a bere bicchieroni di caffellatte invece del ginseng. Mi sveglio, arieggio la stanza, esco a fare la spesa, preparo da mangiare, lavo tutto e riassetto la cucina, studio, esco per una birretta in centro, rientro a casa e se non ho ancora sonno mi guardo un film, o una serie tv. A volte vado a correre. Valuto di iscrivermi nuovamente a un corso di danza. Leggo. Scrivo, poco, molto poco. Non parlo di quando ho pianto davanti a tutti, non parlo di quello che mi ha fatto star male, non parlo e non voglio sentir parlare di niente della mia vita precedente.

E’ stata una scelta scomoda quella di partire, di scappare. E’ stata una scelta scomoda quella di aprire un blog, tre anni fa, senza sapere esattamente come gestirlo. Ho finito per farne un vero diario; nella mia mente avevo immaginato di scrivere cronache divertenti, riflessioni semiserie, e via dicendo. Spesso e volentieri invece ho scritto cose che non avrei voluto spiattellare al mondo intero – intero, adesso, non esageriamo -, spesso e volentieri è stato una valvola di sfogo perché alla fine quello che volevo era un abbraccio, ma non sono mai stata brava a chiederlo direttamente.

Forse è per questo che a volte piango in pubblico, che a volte scrivo cose di cui mi pento, rivestendole dell’aura finto-poetica, riflessiva, perché comunque va bene sembrare debole, ma non posso ammettere debolezze. Devo rimarcare ogni volta che comunque sono forte e indipendente, perché ho paura che non si veda. E ogni volta, davanti all’ennesimo post in cui risulto essere più fragile di quello che vorrei, trattengo il respiro, penso che è imbarazzante, eppure clicco Pubblica, perché: ho bisogno di un abbraccio, ma non so come dirlo. Non sono capace di guardare in faccia una persona e dire: aiutami.

Ma scegliere di mettere in piazza tutto questo, come partire, è una scelta solitaria. Nel momento in cui scrivo quello che non dico, mi allontano sempre di più dagli altri.

“E se un giorno scrivesse di me? E se un giorno scrivesse di quell’altro?”

Chi vuole essere protagonista di una mia storia?

Ho il computer pieno di sfoghi non pubblicati. Sono i più sinceri, quelli in cui c’è tutto il dolore, l’amore, le speranze, le delusioni eccetera. Alcune delle cose che ho amato di più scrivere, e che sono qui, sono vere, verissime, ma sono anche vecchie. Metabolizzate, passate. Pronte per diventare una storia, perché già i personaggi sono diventati una storia, quasi non più realtà. Invece quello che non ho condiviso è quello che vivo adesso, che ho vissuto negli ultimi tre anni, che morirei dalla vergogna a mostrare in giro. Quasi come piangere in pubblico, davanti a tutti, davanti a te. Quello non lo vedrà mai nessuno.

Non è così che mi immaginavo scrivere, non so che sarà di questo blog, se rimarrà aperto, se avrà un altro taglio. Non voglio più che la linea editoriale – bum! parole pesanti – sia questa. Non mi dispiace per i post cazzoni, per certe riflessioni più serie, non troppo personali. Mi dispiace per le tante volte che ho scelto il modo sbagliato di comunicare. Nel blog come al di fuori di esso. Mi dispiace essere tanto un disastro nell’interazione personale.

Ma questa è l’ultima volta che scrivo una cosa del genere. Non voglio più sbrodolare melensaggini tristanzuole, sono grande abbastanza da poter parlare faccia a faccia con gli altri, da poter lasciare al privato i chiarimenti, i discorsi scomodi e soprattutto da poter dire ad alta voce cose come: scusa, o ti voglio sempre bene, se sei felice sono felice, o anche: ho bisogno di un abbraccio.

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Tutti gli Oscar della mia vita

C’è stata la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi, i più importanti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista, il mio preferito, il meraviglioso Colin Firth – l’avrei visto dal vivo pochi mesi dopo, alla Mostra di Venezia dov’era venuto per l’anteprima de La Talpa. Ottenuto il mio autografo ero talmente soddisfatta che ignoravo di trovarmi al cospetto di quello che sarebbe diventato uno dei miei attori del cuore: Benedict Cumberbatch, l’accento inglese secondo solo alla Regina. Giustificazione: era biondo, all’epoca. Comunque, la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi io ero molto felice, ovviamente, ed era anche la prima volta nella mia storia che riuscivo a restare sveglia tutta la notte per seguire la cerimonia. Non era stato facile: i presentatori erano Anne Hathaway e James Franco, che per quanto belli, per quanto simpatici, erano stati d’una noia mortale. James poi sembrava semplicemente volesse stare ovunque, forse persino di nuovo attaccato alla roccia del suo film 127 ore, piuttosto che su quel palco. Ma io ce l’avevo fatta, dallo splendido Givenchy di Cate Blanchett sul red carpet a Natalie Portman che ritirava il suo meritato premio di miglior attrice per Black Swan – sai Natalie che ti ammiro tantissimo? Sai che lo scorso Carnevale mi sono vestita da Cigno Nero come te?

L’anno dopo mi sono addormentata sul divano quando non avevano ancora finito di intervistare gli attori sul tappeto rosso. Mi sono persa la conduzione di Billy Crystal, mi sono persa Colin Firth che premiava Meryl Streep – c’è una qualche edizione in cui non è stata candidata? Ricordo ogni singolo istante di quel week end, ricordo lo spettacolo teatrale che avevo visto il sabato sera (mi aveva ispirato queste auliche riflessioni, una vita fa), ricordo quella giornata di sole, quella domenica splendente piena di promesse, il pranzo all’aperto anche se era febbraio, il vino nei bicchierini da caffè che erano gli unici rimasti, e un pomeriggio tutto da assaporare passato invece a dormire, per poter affrontare la nottata. E invece non ce l’avevo fatta, alle due mi ero arresa ed ero andata a letto. Chiudendo gli occhi avevo lasciato scivolare nella mia mente le figure che avevo visto fino a poco prima, gli abiti scintillanti (Jessica Chastain in un Alexander McQueen che ancora mi commuove), e so che, indulgente, mi ero concessa di pensarmi lì in mezzo. Cosa avrei indossato (Elie Saab), a chi mi sarei accompagnata. Avevo un’immagine ben precisa in testa, e invece nel dormiveglia aveva iniziato a sfumare, a trasformarsi in altro (che avrebbe fatto una gran figura con un completo Tom Ford), in un qualcuno di diverso che già da un po’ mi lasciava stupefatta. Mi abbandonavo quindi al sonno con questa strana nuova serenità, che proprio il giorno dopo si sarebbe persa per sempre.
Non ha senso tornare su queste idee così sciocche, così superficiali, quando la vita sa colpirti – no, che egoismo, non colpisce te, tu sei solo spettatrice, come sul divano – con tale violenza. Forse però è proprio in tale violenza che si cercano appigli deboli, infantili, che ad alta voce non ammetteresti. Se io quella notte fossi rimasta sveglia? Se il pomeriggio prima non avessi dormito? Quanto questo, anche lontanamente, può aver influito su quel meccanismo inarrestabile dello svolgersi degli eventi? Sì, la farfalla, le ali, il ciclone, il Brasile. Ho dormito. Ho dormito il pomeriggio, ho dormito la notte, ho anche dormito troppo la mattina dopo. La mia colpa è sempre aver dormito.

Da allora, ho cercato di non dormire più, la notte degli Oscar. L’edizione successiva mi sono preparata un caffè alle undici di sera. Conduceva Seth McFarlane, non ricordo quasi niente. Anne Hathaway indossava un Prada che non mi era piaciuto, Jennifer Lawrence in Dior era inciampata salendo le scale sul palco per ritirare il suo primo premio, miglior attrice protagonista per Silver Linings PlaybookIn quel film ci avevo creduto parecchio, avevo creduto al monte di possibilità che apriva. Tutto quel “devi restare positivo”, quei due adorabili matti che alla fine si trovavano, nel caos delle loro vite disastrate. Allora mi bastava davvero poco per essere felice. Funziona così, se qualcosa succede sullo schermo, capita anche nella vita. Non raccontiamoci cose che non esistono, possiamo essere noi come loro, perché dobbiamo lasciare che una persona di celluloide sia meglio di noi?

L’anno scorso, non ho guardato la cerimonia da sola. Ho invitato la Sassari, e ci siamo tenute sveglie a vicenda fino alle sei del mattino, quando 12 anni schiavo è stato proclamato Miglior Film e allora abbiamo finalmente tirato fuori i sacchi a pelo. L’anno scorso non ero più la stessa persona che ero stata, niente sogni a occhi aperti, niente sogni nemmeno a occhi chiusi, che sarebbero stati incubi. Bevevo caffè, perché mentre ero nuovamente travolta da non so nemmeno cosa dovevo avere una certezza: io, il Kodak Theatre. I film erano quasi marginali, per me, che facevo l’appassionata, la saccente, per me che ero felice se potevo scrivere di cinema. Esisteva solo la patina di glamour, quella notte. Gli abiti delle attrici, il fisico degli attori che mi piacciono esaltato dai tuxedo. I pettegolezzi, Bradley Cooper è impegnato sì o no? Quando verrà il turno di Leonardo DiCaprio, che è più affascinante adesso di quando era adolescente imberbe e insopportabile in Titanic?
Devo concentrarmi su quello che posso toccare con mano, su quello che posso commentare con sarcasmo, su quello che posso ammirare con lo sguardo, su quello che esiste, qui o a migliaia di chilometri, su quello che è reale, su quello che non importa. Perché da quando non ci sei, tutto è superficie.

Ieri notte non ho avuto bisogno di caffè: a questo l’Erasmus mi sta servendo parecchio. Sveglia come un grillo, non mi sono persa un minuto, dalle undici di sera alle sei passate. Alexander McQueen, Elie Saab, Maison Valentino, brave ragazze, rimandate all’anno prossimo tutte le altre. Benedict Cumberbatch era candidato, chissà se si ricordava di me, quel lontano pomeriggio di settembre al Lido. Una ragazzetta con un abito estivo di pizzo bianco, un nastro blu in vita – cosa avevo in testa, ero forse a un picnic nell’Hampshire con le sorelle Bennet? – che inciampava negli sgabelli dei fotografi e ignorando i vaffanculo spingeva imperiosa un foglietto sotto il naso degli attori che passavano. Ho sempre chiesto tanti autografi, ma credo di non averne conservato nemmeno uno. Per me conta il momento, la calca e la vittoria. Ho già troppe reliquie per i miei ventidue anni, non posso tenere in esposizione anche gli autografi. Non è stata una brutta cerimonia; lunga, un po’ noiosetta – da Neil Patrick Harris mi aspettavo molto di più – ma Lady Gaga che lascia spazio esclusivamente alla propria voce, e Julie Andrews (JULIE ANDREWS!) che entra e l’abbraccia commossa hanno dato un senso a questa nottata.
E soprattutto, nonostante il solito occhio di riguardo per la fashion police da red carpet, nonostante la mia immancabile vena critica, quest’anno ero di nuovo me stessa. Quest’anno mi sono impegnata a vedere più film in gara, mi sono informata un pochino di più, sono tornata a un’antica passione che avevo tenuto lontano in una sorta di esorcismo, sono uscita dal torpore degli ultimi mesi.

Agli Oscar spesso e volentieri non passa il vero, grande Cinema. Scorre sullo schermo, quando si ricordano i defunti. Passa raramente, passa più attraverso una singola interpretazione di uno, una sceneggiatura solida di un altro, una fotografia ineccepibile di quell’altro ancora, che in un unico, impeccabile film. Per la maggior parte dei film candidati darei la definizione di “buon prodotto”, niente da strapparsi i capelli, niente che mi emozioni davvero.
Forse non sono più abituata ad emozionarmi, forse pretendo troppo, forse non lo so nemmeno io perché in fondo sono una grande ignorante che assorbe il più possibile quello che ha intorno, e non vuole mai fermarsi, e vuole sapere ancora, e vedere, e sentire. E allora il cervello riprende ad andare a duecento all’ora, più veloce di quanto io possa parlare o digitare su una tastiera, e la testa mi si accende e si riempie di nuovo di immagini, di sensazioni, di parole, tutto contemporaneamente. Da quando ci sono, nulla è superficie.

 

Ohne Zwiebeln

All’inizio mi aveva colpito la somiglianza tra i due luoghi. Stesso numero di abitanti, un centro semi-pedonale, una via principale e poi tante piccole annessioni. Mi era già successo – a Oxford – la strada più importante, quella che brulicava di negozi di persone dove non passavano tante macchine, la chiamavamo Emily Street, via Emilia, come fossimo a casa, perché era tanto simile a casa. Non so perché ho questa cosa che voglio sempre scappare, andarmene da un posto soffocante, per poi ritrovarmi in queste cittadine sostanzialmente uguali – a misura d’uomo mi piace dire, si vive bene, non mi distraggo troppo.

Sono entrata in facoltà per la prima volta, oggi, ci sono entrata da parìa perché ancora non ho nemmeno un documento firmato che attesti che sì, per qualche mese sarò studentessa registrata presso questa Università. Non avevo motivo di essere lì, ma ero troppo curiosa. Ero invisibile, quindi nel mio elemento naturale, e ho gironzolato, guardando distrattamente le bacheche con gli avvisi scritti in questa lingua che io non capisco troppo bene. Una ragazza mi ha guardato con simpatia e ho capito immediatamente che anche lei non aveva niente a che fare con quel posto, non sapeva con cosa impegnare le mani e gli occhi mentre fingeva di star aspettando qualcuno o qualcosa per non sembrare una che effettivamente non dovrebbe nemmeno esserci. E’ molto diverso da casa, in effetti. L’edificio dove si trova la mia facoltà, in Italia, è un palazzo storico, ristrutturato, si sviluppa gentilmente attorno a un chiostro che ha conosciuto negli ultimi anni un abbellimento ormai insperato. Spesso e volentieri è labirintico, ma allo stesso tempo vagamente intuitivo. Qui, non ho trovato nemmeno un aula. Solo open space, scale, corridoi che si affacciano sul nulla, gruppi sparuti di ragazzi a loro agio che conversano, camminano veloci; qualcuno ascolta la musica sui gradini, mi siedo anche io per scrivere una mail, come fosse naturale entrare in un non luogo del genere, dove tutto è estraneo, e dove non capisco letteralmente una parola di quello che si dicono i miei coetanei; mi siedo come se io in effetti avessi vissuto già una mia vita lì all’interno, e avessi già delle mie abitudini, come stare su quel particolare scalino per scrivere le mie mail.

Qui proprio non c’è tanta somiglianza, rispetto alla mia città, e questo mi piace. Qui c’è più gente, non so come sia possibile, le statistiche danno le stesse cifre, ma in ogni locale è difficile trovare posto; le strade sembrano più larghe e più piene. Le persone mangiano di gusto, a ogni ora del giorno. Iniziano a bere presto, e si ubriacano prima. I tram passano spaccando il minuto, tutte le volte. Capiscono l’inglese, lo parlano meglio di me. A casa il centro storico dopo una certa ora è deserto, i bar sono pochi e dislocati in due specifiche aree che attirano tutta l’attenzione: qui è possibile trovare una discoteca sotterranea dietro ogni angolo; una birreria che sembrava un buco dall’esterno si è rivelata essere immensa, una stanza infilata dietro l’altra. C’è parecchio freddo, ma la neve – che pure è caduta, e un po’ si è posata – non rimane a lungo a terra: è tutto pulitissimo, solo i tetti sono bianchi. Ho comprato delle scarpe da corsa, perché la prossima giornata di sole voglio andare a fare jogging, e appropriarmi di un altro pezzetto di questa città. Da cliché, sto collezionando i sottobicchieri che mi portano insieme alla birra, sono quasi tutti Ganter, rari gli sprazzi di originalità: guardando da un’altra parte, mentre il brusio attorno a me aumenta, li faccio scivolare nella borsa, qui è tutto così ecologico che sarebbero capaci di riciclarli invece di buttarli via, e invece io li voglio sul mio scaffale, tutti in fila. Mi sforzo di imparare la lingua, provo a ordinare al ristorante, a volte tento addirittura qualche exploit, ad esempio chiedo ohne Zwiebeln, senza cipolla. Che mi piace, ma qui la mettono davvero ovunque. Seriamente. Ovunque.

La mia prima regola, all’estero, è: sei all’estero. Niente patetici tentativi di trovare una pizza fatta come si deve. Niente colazione con pasta e cappuccio, niente lamentele sul cibo, sugli orari, sulle persone – sono freddi, sono troppo pignoli, in Italia non si fa così ma cosà, sbagliano loro. Adattamento, la parola mantra che mi impongo dalla nascita. Finché a un certo punto, in genere, poi mi rendo conto che sono l’unica stronza che fa uno sforzo di adattamento e prova ad andare incontro agli altri, e allora mi stufo e divento la più egoista del borgo, ma questo non è il caso. Mi piace mangiare presto. Non mi piace il freddo ma mi piacciono i paesi freddi – giuro che non sono due cose incompatibili. Mi piace andare in birreria e chiacchierare, mi piacciono le feste, non mi piace andare a ballare – non del tutto vero, non mi piace andare a ballare qui, non saprei spiegare perché. Mi piacciono questi posti dove con una consumazione stai seduta tutto il santo giorno al tavolo, a usare il Wi-Fi, e nessuno viene a romperti le crêpe è finita da una un’ora abbondante, sono seduta da sola, io e il mio portatile, la gente continua a entrare, e la cameriera mi passa accanto come non esistessi. Di nuovo: l’invisibilità è il mio elemento naturale.

Non del tutto vero: da qui sto solo studiando la situazione, la prossima mossa. Il modo in cui, prima o poi, smetterò di scrivere, e inizierò a costruire. Qui è diverso, rispetto a casa, perché qui non mi conosce nessuno, qui non ho un passato, non ho dei ricordi, non ho nemmeno un’abitudine. Qui è tutto da fare, davvero tutto. E’ una di quelle sfide che finalmente mi fanno sentire di nuovo carica. Devo uscire da questo non luogo – niente documenti, ancora, niente documenti – in cui mi sto sotto sotto crogiolando – quanto è comodo non esistere? Anche se solo a livello burocratico: è come se le scadenze, le responsabilità, fossero tutte in stand-by. Ma io non sono invisibile, e vaffanculo a chi ha smesso di vedermi. Mentre sto digitando queste parole, le cose si stanno muovendo, e posso finalmente, ufficialmente, rientrare in gioco. Fare qualcosa di più, aggiungerci quel pizzico di mio, quell’ohne Zwiebeln per far vedere che sto imparando, non sto semplicemente ripetendo a pappagallo la lezione di tedesco.

E intanto statemi vicini, che sto per infrangere la mia prima regola, e ordinare un Espresso.

Il bello, il brutto

Avevo deciso di limitarmi.

Avevo scelto la strada della sobrietà. Avevo preso l’ultima pagina della mia Moleskine nuova fiammante – nera, copertina morbida, il più anonima possibile – e ci avevo scritto dieci, semplicissimi propositi per il 2015.
L’anno scorso non ne avevo fatti; mi ero stufata degli elenchi, dell’ottimismo forzato. Lasciamo che mi porti il vento, mi ero detta. E’ stato un anno schizofrenico, difficile. E’ stato l’anno in cui ho preso decisioni che mi hanno cambiato la vita, in una parte infinitesimale che finirà per allargarsi in modo esponenziale, per la legge della palla di neve. Non sono stata felice, per la maggior parte di questi dodici mesi, ed è stata questa infelicità che mi ha portato a scelte imprevedibili, di cuore più che di testa, che adesso devo gestire in un modo completamente nuovo.

In questo inaspettato caos, il pomeriggio del 31, mentre le montagne innevate sfilavano silenziose fuori dal finestrino, avevo deciso di fare ordine con dieci propositi. Laurearmi, dimagrire, fare sport. Punti banali, ma rassicuranti, a cui attaccarmi per poter proseguire veloce e precisa come il vagone su cui mi trovavo. E basta. Solo dieci propositi, nell’ultima pagina della mia agenda, da verificare alla fine. Spunti per una vita ordinata che non ho mai conosciuto. Niente chiasso, niente riflessioni, niente bilanci, di nessun tipo.

Poi la mia amica Uma ha tirato in ballo Nick Hornby, e la sua mania per le classifiche, benedette classifiche. Non avessi mai letto Alta fedeltà. Uma con Nick Hornby chiama, e io allora rispondo, come ha peraltro già fatto lei. Ricalcando quindi l’efficiente lista della mia amica:

Posto più bello visto Turchia: gli scorci sorprendenti di Bodrum, la notte profonda di Istanbul, i tramonti antichissimi della moderna Smirne.  

Posto più brutto Una città italiana nel nord ovest, sul mare. E devo  specificare: non si tratta di Genova, che invece, due anni fa, mi affascinò molto, e dove fu girato anche il video di una canzone dei Baustelle estremamente mia.

Libro più bello Dio di illusioni, Donna Tartt. Certo, avrei potuto essere puntualissima e scrivere Il Cardellino, che è il libro dell’anno per eccellenza, e che ho divorato dopo Natale. E che ho amato. Ma Dio di illusioni, il romanzo di esordio, è qualcosa che ha fermato il mio tempo, che mi ha aggiustato. E’ il libro che – pur senza essere un colosso – tutti prima o poi dovrebbero incontrare.

Libro più brutto Addio, Monti, Michele Masneri. Il problema è che l’ho letto pochi mesi dopo Truman Capote, a cui si rifà esplicitamente. E insomma.

Film più bello Ho un terribile vuoto. Non ricordo quasi niente di quello che ho visto quest’anno, e soprattutto, con grande vergogna, sono andata pochissimo al cinema. Ma forse potrei dire Il giovane favoloso (Mario Martone). O, come Uma, Nebraska (Alexander Payne).

Film più brutto I primi dieci minuti di Diana – La storia segreta di Lady D. I primi dieci minuti perché era talmente inguardabile che ho cambiato canale.

Cosa più buona che ho mangiato I pastel de nata con una spolverata di cannella, a Lisbona.

Cosa più cattiva che ho mangiato Probabilmente il pollo al curry che mi sono preparata da sola una domenica di grandi dolori di stomaco.

Canzone più bella ascoltata Quest’anno mi sono appassionata a L’Orso, e L’ultimo giorno mi ha stretto la gola fin dal primissimo ascolto.

Canzone più brutta ascoltata Qui alzo le mani, perché ce ne sono davvero un’infinità.

Uma mette anche Gli spettacoli teatrali ma io sono una laida che praticamente non ne ha visto uno.

A differenza sua, non ho avuto problemi a trovare il brutto di ogni cosa. Perché in tanto vagabondare, in tanto trottolare, in tanto sorprendersi e persino divertirsi, in fin dei conti è stato un anno un po’ crudele.

E aggiungo alla mia sobria lista in fondo all’agenda un undicesimo proposito, forse figlio degli altri dieci, inevitabile conseguenza: l’anno prossimo, comunque giri il vento, qualunque strada mi si apra davanti, mi ricorderò solamente le parti migliori.

Perché, dopo tanto tempo, anche a me ora regalo solo cose belle.

Love is such a losing game

Lui è povero in canna, ma ha il cuor contento e suona la sua armonica mentre porta un piccolo abete alla sua fidanzata. Lei pure povera in canna, il linoleum della cucina è staccato in diversi punti e non sa più come pagare le bollette. Entrambi vogliono comunque farsi un regalo di Natale. Lui sceglie una catenina per l’orologio di lei: troppo cara per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissima armonica. Lei sceglie un astuccio per l’armonica di lui: troppo caro per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissimo orologio di famiglia.

Topolino e Minnie sono davanti al camino, si scambiano i regali e la me bambina si sente addosso un male di vivere infinito. Il loro sacrificio è inutile. La catenina senza orologio forse è anche utilizzabile, ma a che serve un astuccio senza armonica? Invece Topolino e Minnie si amano e sono contenti lo stesso, perché l’importante – nonostante lui indossi un cappello da Oliver Twist e lo stipendio di lei consista in dolci ai canditi – è aversi l’un l’altra. Casetta innevata e gran finale con tutti i personaggi delle storie precedenti, Rosso e verde è l’agrifoglio, fa la la la lalallalà.
Questo era Topolino e la Magia del Natale, e da piccola mi lasciava l’amaro in bocca, perché quella storia della perdita di un oggetto caro mi faceva soffrire che nemmeno Minnie fosse morta di stenti nel seminterrato dove lavorava. Sarà che spesso e volentieri amavo più gli oggetti che le persone – sporca capitalista che sono.

Ricordo molto vividamente la cupa disperazione quando i miei mandarono a ridipingere il mio armadio, e il senso di lutto del giorno in cui svuotai la mia prima libreria – probabilmente una BILLY bianca, asettica e funzionale – per accoglierne una molto più grande e solida, ricordo di un vecchio zio di mio padre.
A dodici anni, fresca di studi, organizzai un sit-in sulla mia scrivania, che mia madre voleva sostituire in vista delle superiori.
E in realtà potrei riempire righe e righe sull’orsacchiotto a cui mia sorella staccò un occhio – che io conservai -, sugli scaffali a rischio di collasso perché mi rifiutavo di buttare via anche le cose più inutili, su tutte le case con giardino che i miei non comprarono mai perché io ero affezionata ai muri e alle finestre della nostra.

Due estati fa, a Londra, ho comprato un anellino, al mercato del sabato mattina di Portobello Road. Minimale, una fascetta d’argento con una pietruzzina verde: era l’unico anello a non starmi largo, e io ero elettrizzata all’idea di averne finalmente uno. Mi ero fatta tutta una costruzione sulla promessa di amore per me stessa, sul legame inscindibile tra me e Londra, insomma, tantissime pippe mentali. Il lunedì seguente, l’ho perso. Stavo andando a lezione a Waterloo, e a un certo punto mi sono accorta che non ce l’avevo più al dito. Ho frugato nella borsa, nelle tasche dei pantaloni. Niente. L’amore per me stessa, il legame inscindibile tra me e Londra, sparito nel brevissimo tragitto tra casa mia in Pocock Street e il college.
Nei giorni a venire ho più volte ricontrollato i cassetti della mia stanza, il minuscolo bagno, persino la moquette, senza nessuna speranza. Qualche settimana dopo ho rifatto le valigie, e sono tornata in Italia.

Un pomeriggio di maggio, sono sul divano, in Italia, insonnolita e poco collaborativa. Mi abbraccio a uno dei cuscini, le mie dita sprofondano nella fessura tra il mobile e il muro. C’è qualcosa di metallico, piccolo e sottile. E’ una fascetta d’argento con una pietruzzina verde, e non è possibile che si trovi lì, eppure c’è. Il mio primo anello ha viaggiato oltre il tempo e lo spazio, e da una strada londinese è arrivato fino in camera mia, nella pianura padana.

Lo indosso con orgoglio, lo covo con gli occhi, mi innamoro di lui, ha fatto una cosa che  desidero sempre ma che non mi aspetto mai da nessuno: è tornato.

In estate penso di averlo perso di nuovo, ma è un falso allarme: l’ho solo messo nella trousse.

A novembre, scompare in un albergo. Un minuto ce l’avevo al dito, il minuto dopo mi guardo le mani allarmata e inizio a setacciare la camera e il bagno, metto tutti in allerta, emano angoscia. Il giorno seguente, mi viene riconsegnato: era caduto davanti al banco della reception. Inizio a credere seriamente nei suoi poteri – e anche un po’ nella mia drammatica distrazione.

La settimana scorsa, anzi, ormai due settimane fa, sono a un evento di beneficenza. Non indosso gioielli, solo il mio anello magico. Penso a lungo prima di metterlo, ma quella sera mi serve un pizzico di fortuna e di coraggio, e quindi lo infilo al medio della mano sinistra, l’unico dito in cui sta. La festa procede bene, mi concedo addirittura due Cosmopolitan. Nel bagno delle ragazze c’è un po’ di fermento, mi avvicino per vedere se c’è bisogno di aiuto, il tempo passa, nella mia memoria è un po’ distorto, è l’una di notte, sono le due, i colori sono più accesi, vado a fare la pipì ed esco urlando dal cunicolo: il mio anello è sparito. Sono convinta che sia finito nel gabinetto, ma in effetti se n’è andato di sicuro prima. Sul momento non ricordo, la mattina dopo, invece, in un lampo di tragica lucidità, mi rendo conto di averlo appoggiato sul lavandino e da lì probabilmente di averlo spazzato nel pattume sotto. Un pattume pieno fino all’orlo di fazzoletti, roba bagnata, forse anche assorbenti. Un pattume che di sicuro è stato svuotato la sera stessa.

E questa volta non c’è un lieto fine. Non so dove vada la spazzatura del bagno di un locale; di sicuro, per il mio povero anello magico sarebbe stato meglio restare sull’asfalto a The Cut, ad annusare l’odore di fritto e di malto della fredda aria londinese, invece di finire in mezzo a salviette sporche. Eppure, io sto bene. Quando ci ripenso sospiro un po’, dopotutto rappresentava l’amore per me stessa e il legame inscindibile con Londra; ma la sto prendendo molto meglio di quanto mi sarei aspettata. Meglio dell’armadio ridipinto, meglio della libreria massiccia, meglio della scrivania con dei veri cassetti.

E’ solo un oggetto, e per quanto significato io gli possa aver dato, i sentimenti che ci stanno dietro mi appartengono ancora e quelli, per fortuna, non si possono smarrire.

Adesso, posso persino provare a riordinare la camera, e buttare via quello che non serve più.

Adesso, penso che potrei anche venderla, la mia armonica.

“I have measured out my life with coffee spoons”

Solo un cucchiaino di caffè, dopo quei pranzi di famiglia dove tutti sono più rilassati, e i genitori ti permettono qualche sgarro. Un cucchiaino di caffè, un goccio di vino nell’acqua, un dito pucciato nella schiuma della birra: questo è quello che ci era concesso, a mia sorella e me, quando eravamo piccole. Mia madre beve da sempre l’espresso, leggermente zuccherato. Per noi non aveva un sapore entusiasmante, ma volevamo fare le grandi, e quindi la supplicavamo per quel cucchiaino. A renderlo delizioso era il gusto del proibito, del non adatto alla nostra età.

Crescendo mi ritrovai costretta ad ammettere che mi faceva proprio schifo. Passava dall’essere amarissimo all’essere sdolcinato e acidulo, quando tentavo di migliorarlo aggiungendo un po’ di zucchero.

All’ultimo anno di liceo le cose iniziarono a cambiare, e divenni un’assidua frequentatrice del bar della biblioteca, dove tra l’altro venivi sempre tu, e dove era quindi bellissimo osservarti al di sopra di una tazzina. La prima volta che siamo usciti, anzi, la seconda, mi hai portato a bere un caffè, e non potevo certo ordinare una tisana, avrei rovinato tutto, no?

Durante gli esami di maturità, due caffè al giorno: alla mattina e dopo pranzo, prima di ricominciare a studiare.

A settembre cominciarono i corsi, a Giurisprudenza. Caffè come strumento di aggregazione, di conversazione con i colleghi, e soprattutto indispensabile aiuto per certi pomeriggi passati noi quattro nelle salette della Fondazione dove studiavamo. Fu durante una pausa pranzo che un amico suggerì a noialtre di provare il ginseng, cambiando per sempre il corso della mia vita. Era delizioso, dolce al punto giusto, e penso che per quanto le nostre strade possano andare in direzioni diverse, ora che ci affacciamo alla vita vera, a questo amico sarò grata in eterno.

Ma in assoluto il caffè più buono della mia vita non è stato quel primo ginseng, nel dehors appena davanti l’entrata dell’università, e nessun altro degli infiniti ginseng che ho bevuto negli anni a venire, nei momenti di disperazione e nelle allegre chiacchiere, nei tanti piccoli istanti di cucchiaini girati sempre nello stesso verso che hanno costellato la mia vita di studentessa.

Il caffè più buono della mia vita non l’ho mai bevuto, e l’abbiamo preparato insieme, io e te, nella mia cucina assolata, una mattina di fine aprile. Io volevo essere carina e ospitale e ti avevo chiesto se ne volevi uno, ma in realtà non sapevo nemmeno da dove cominciare. Ricordiamoci che io lo prendevo solo per necessità, e solo al bar. Ho tirato fuori la moka, e ho iniziato a studiarla. Tu hai riso, me l’hai tolta dalle mani e l’hai svitata. Mi hai mostrato come svuotarla dalla polvere già utilizzata e compattata, e come riempirla di nuovo. Dalle tende filtrava la luce, illuminava me e te, l’uno accanto all’altra, davanti al lavandino. Tu mi aspettavi mentre aprivo il barattolo, forse ti sciacquavi le mani. Una volta pronto l’hai bevuto, mi hai fatto i complimenti, ti sei rivestito di fretta e sei uscito, che eri in ritardo.

Eri sempre in ritardo, e anche io ero sempre in ritardo, e forse per questo siamo riusciti a beccarci per un periodo così breve. Giusto il tempo di qualche caffè, il tempo che ci mette un cucchiaino a sciogliere lo zucchero. Ho ventidue anni, e sei stato nella mia vita per un’undicesima parte di essa, e mica sempre. Venivi, andavi, tornavi, sorridevi. E’ stato bello incontrarti, farti ridere, sentirti parlare. E’ rassicurante sapere che sei esistito, e che tra le tante persone che hai conosciuto, e a cui hai voluto un po’ bene, ci sono stata anche io. E’ senza rancore che torni in mente, con certe tue pessime abitudini e certi tuoi adorabili atteggiamenti. E’ senza disperazione che torni in mente, con i nostri discorsi sul ritrovarsi un giorno che non arriverà, tu con il tuo cane, io con “una famiglia e una carriera”.

Sai che adesso devo bere il latte di soia? Ma tanto non ti importa, nemmeno ci avevi messo lo zucchero, quella volta.

Sai che tra poco più di un mese partirò? Non vado a Parigi – quella la lascio a te, vecchio mio – e, lo so che è sconvolgente, nemmeno a Londra. Vado nella Foresta Nera, a inseguire una qualche antica fiaba. A mangiare torte di panna e cioccolato, più probabilmente. Sto studiando il tedesco, würdest du auf mich stolz?

Non so dove tu sia, ma io sono nella mia cucina – non c’è più la luce di quelle mattine in questa nuova e lunga stagione – e sono davanti alla mia tazzina di caffè, che ora so preparare a occhi chiusi, e intanto faccio progetti, e intanto già viaggio, e intanto sono nuovamente in piedi. Ti penso, qualche volta, soffio il fumo dalla superficie, accosto la tazzina alle labbra, una parte di me si risveglia, si riscalda e gioisce ancora.

Canto di Natale

Il mondo si divide in due categorie, e non mi riferisco a chi ha letto Proust e chi no.

Ci sono quelli che amano le feste in famiglia e che instagrammano il panettone, ogni singolo regalo, l’albero di Natale, la tavola apparecchiata secondo i dettami di Real Time, tutti i cuginetti del pianeta – che questa cosa dei bambini inconsapevoli sull’internet devo ancora chiarirmela in testa, non so se mi va bene – e poi pure i genitori, i nonni e i trisavoli ancora con la cornice d’argento, per par condicio. E poi ci sono i detrattori, quelli che lo fanno proprio di mestiere (“Che schifo l’atmosfera gioiosa” “Che schifo i buoni sentimenti” “Che schifo la voglia di fare”), quelli soli, quelli che hanno la sfiga addosso e proprio in queste occasioni si ricordano di quanto accidenti sono soli e sfigati, ma non possono lamentarsi più di tanto o dopo sembrano quelli distruttivi che invece hanno solo voglia di rompere i cosiddetti al mondo.
Io che prima di conoscere il termine sfigata non sapevo definirmi in un’unica parola, mi piazzo meravigliosamente a metà tra le due categorie. Mi piace il Natale. Mi piace avere tutti i parenti riuniti, anzi, amo le famiglie numerose e vorrei averne quattrocento in più di parenti a tavola. Faccio le foto alle torte che preparo, faccio le foto con mia sorella tutte truccate e pettinate per la Vigilia, faccio le foto al salotto che per una volta all’anno è libero dalla quotidiana distesa di libri coperte computer e pantofole. Vado alla Messa di Mezzanotte e poi provo a farmi dare il vin brulé per quando sono assiderata e mezza addormentata, che puoi essere credente quanto vuoi, ma qualcuno deve dirlo al prete che già è quasi l’una e non può fare un’omelia a una parola al minuto, e che il Coro è bello quanto vuoi, davvero voci angeliche, ma accidenti, è l’orario sbagliato per cantare il Gloria con l’organo, mettici la chitarra che io e mia sorella spacchiamo davvero con la nostra versione a due voci. In tutto questo, però, un pochino le feste le odio.
Intanto perché uno aspetta il 24 e il 25 che passano piuttosto veloci, e poi subito c’è Santo Stefano che detta come va detta è nella maggior parte dei casi una domenica infrasettimanale, e chi la vuole una domenica in più. Non so calcolarvi ogni quanti anni il 26 è una domenica in più perché ci sono anche gli anni bisestili e io già non ci capisco più niente, basti il fatto che questa disgrazia capita molto spesso. Una volta passata l’età dei giocattoli non puoi nemmeno passare la giornata a provare quelli che ti hanno regalato il giorno prima.
Ma soprattutto la cosa che mi uccide di più è l’attimo immediatamente successivo al pranzo di Natale. Dopo i tortellini, dopo i secondi, dopo il dolce i regali il caffè l’amaro, quando tutti stiracchiandosi un po’, guardando l’orologio, mentre la conversazione muore, iniziano a “muoversi verso”, e ci si saluta e la porta si chiude, e rimane la tovaglia piena di briciole e le bucce di mandarino. In quel fatidico momento della giornata in pochi minuti la casa si svuota, e anche i miei genitori si danno alla fuga per andare dai loro amici, come è tradizione, e mia sorella esce, e io rimango in salotto con i resti del pranzo, i fondi delle bottiglie di vino e i film di Topolino.
La mia sera di Natale contempla, da diversi anni a questa parte, la solitudine più totale, il divano, il vassoio di cioccolatini paurosamente vicino e una selezione quasi illimitata di canali di Sky da cui attingere. A piacere, inserire il cellulare fissato un numero x di volte per vedere quegli auguri che si aspettano sempre e non arrivano mai.
Potrei telefonare a qualche amico, dire Ehi! Usciamo!, ma la verità è che non ne ho voglia, perché in certe sere è solo con una singola persona che vorremmo stare, ma da un po’ di tempo non siamo più capaci nemmeno di stare con quella persona, e allora non ha senso. Allora si sta da soli. Non è patetismo, è semplice logica. Non ho più niente da dirti, nella mia mente parliamo per ore, nella realtà mi guardo i piedi e penso disperatamente a un argomento che non ti allontani ancora di più da me. Una volta chiacchieravamo con leggerezza, non è che eravamo solo superficie? Perché tiri sempre fuori il telefono, perché tiro sempre fuori il telefono? Ogni cosa che mi succede, mi sembra naturale pensare di raccontartela – ma ti interesserebbe, mi ascolteresti, o parlo troppo? – e capita che sono lì davanti a te, sento l’imbarazzo che mi si annida dietro le pupille, proprio lì, perché se proverò a guardarti dritto negli occhi cercherò di capire se tu guardi me, e starò peggio, perché nei tuoi di occhi non vedrò quello che voglio. E mentre tu fissi lo sguardo altrove io ne approfitto, e ti osservo, mi soffermo sui dettagli, sei bellissimo.
E ancora non riesco a parlarti, mi dico che è colpa tua che sai tutto e lo fai apposta, perché ti dispiace per me e non vuoi più darmi false speranze, e hai anche ragione.
Ma in quelle serate, quando la casa è deserta ma ben illuminata, quando la carta da regalo se ne sta tutta spiegazzata in un angolo pronta per essere riciclata, quando la programmazione televisiva è quasi esclusivamente Disney è a te che penso; vorrei vederti sul divano a mangiare gli avanzi di torta, se ti rimane un po’ di spazio, vorrei dirti tutte le stupidaggini che mi passano per la testa senza essere sempre così dannatamente impacciata, vorrei un tuo abbraccio, che per le poche volte che mi hai abbracciato l’hai fatto proprio bene, hai la temperatura e la consistenza perfetta, te lo devo dire. Però tutto questo calore, tutta questa naturalezza e lo sguardo affettuoso che ti dipingo negli occhi sono, come la quasi totalità della mia vita, nella mia testa.

Di reale c’è un salotto vuoto, l’odore delle bucce di mandarino e dei fondi di caffè, i regali scartati e gli aghi di pino sul pavimento.