Un po’ troppi personaggi in cerca di un ruolo, ovvero: True Detective, stagione 2

[ATTENZIONE: se non avete ancora visto True Detective e contate di farlo in futuro, questo post non fa per voi, contiene spoiler]

Per un po’ sono riuscita a tenermi lontana dal fenomeno True Detective, mi stavo dedicando a imprese molto più complesse e articolate, ad esempio recuperare tutte e otto le stagioni di Scrubs in un paio di settimane. A un certo punto, però, non ho potuto più ignorare il richiamo potente dei cieli acquosi della Louisiana, e in qualche giorno ho divorato le otto puntate della prima stagione, giusto in tempo per l’arrivo della seconda, il 21 giugno. Non ho così dovuto patire a lungo l’attesa, ma so che i veri fan, quelli della prima ora, aspettavano la nuova fatica di Nic Pizzolatto come l’arrivo del Messia; non è facile mantenersi all’altezza delle aspettative dopo che Matthew McConaughey ha magnificamente biascicato nel suo accento texano varie teorie sui massimi sistemi, e lo squallore degli angoli più dimenticati d’America è entrato nelle nostre case con lo stesso fascino e magnetismo del mistero da risolvere; mistero che spesso passava in secondo piano per concentrarsi sulle dinamiche tra i due protagonisti, ma che comunque, con gli accenni ai riti satanici, a Carcoosa e al Re Giallo, era sufficientemente stuzzicante.

Sarebbe sbagliato confrontare la prima stagione con la seconda, dal momento che ci troviamo di fronte a una serie antologica, che ogni volta si riazzera e parte con nuove storie, nuovi personaggi, nuove terre perdute da riabilitare (forse). Sarebbe sbagliato perché Velcoro, Bezzerides e Woodrugh non sono nemmeno lontanamente imparentati con Cohle e Hart: guardando True Detective 2 noi sappiamo di star ancora una volta aprendo un pacco sorpresa. Sorpresa che, al di là quindi dello spettro della prima stagione, mi ha un po’ delusa.

Siamo in California, a Vinci, tristissimo sobborgo industriale più corrotto e violento di Caracas: tra gli altri, il poliziotto Raymond Velcoro (Colin Farrel) ha da diversi anni un felice sodalizio con l’ormai ex gangster Frank Semyon (Vince Vaughn), che è tipo il più figo del mondo e al suo confronto Colin Farrel sembra solo un mastro birraio particolarmente peloso che passava di lì. Frank vorrebbe ripulirsi ed entrare in un affare di cui io non ho capito letteralmente una parola, ma che chiamano Corridoio Ferroviario; il suo compare in quest’affare, il city manager Ben Caspere, viene trovato morto alla fine del primo episodio, e con lui sono spariti pure i soldi di Semyon. Il ritrovamento del cadavere di Caspere in una terra di nessuno fa sì che siano competenti tre diversi detective: il belloccio Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) – la cui storyline è stata il più delle volte un abuso del tempo degli spettatori, piena di spunti mai approfonditi (Black Mountain, le cicatrici sul suo corpo) -, il già citato Velcoro e Antigone Bezzerides (Rachel McAdams) detta Ani (principalmente dai mini riassunti su SKY) che ancora prima di avere un omicidio su cui indagare è già, per puro caso, sulle tracce di una ragazza che ha informazioni fondamentali per risolvere il futuro mistero. Mistero che sembrava intrigante: oscuro uomo politico rinvenuto senza testicoli e con gli occhi bruciati, un tizio inquietante con una maschera di uccello, dei collegamenti emersi non mi ricordo più come con una clinica privata e un istituto religioso dove – sempre per puro caso – vive il padre di Bezzerides, insomma, parliamo di ingredienti che stuzzicano la fantasia. Esoterismo? Un altro dio crudele adorato da una setta scomparsa da secoli che riemerge improvvisamente?

No. Ha tutto a che fare con il Corridoio Fucking Ferroviario (booooooring), dei diamanti saltati fuori anche qui non mi ricordo più come, un hard disk pieno di immagini compromettenti di miliardari e prostitute e qualcosa come duecentocinquanta tra sindaci, imprenditori, poliziotti e procuratori generali che, non scherzo, fino alla puntata sette (su otto) per me erano solo un nome vagamente sentito pronunciare da qualcuno: Holloway, Burris, Dixon, Geldof, McCandless; l’unico vagamente identificabile era Chessani, perché in un episodio l’hanno nominato tantissime volte declinato in tutti i possibili gradi famigliari. Mentre il magnifico trio non stringe una solida amicizia e si fa coinvolgere in una massiccia sparatoria, Frank cerca di rimettersi in piedi dopo la batosta dei cinque milioni spariti, gigioneggia rimanendo sempre cazzuto tra pasticceri mafiosi, baraccopoli messicane e casinò e piange la morte di Stan, avvenuta il secondo episodio, ma che soltanto due settimane fa ho capito essere totalmente un altro personaggio rispetto a chi pensavo fosse.

Verso la seconda metà della stagione le cose cambiano leggermente: i tre detective si ritrovano per indagare sul caso in segreto, sponsorizzati dall’ennesimo nome del dipartimento di polizia, di Ventura questa volta, tale Davis, e iniziano finalmente a scoprire qualcosa – peccato che abbia tutto a che fare con il Corridoio, i diamanti e l’hard disk, noia noia noia. I veri colpevoli poi sarebbero stati da premiare, in realtà. Più maschere d’uccelli, più sedie della tortura nei capanni in mezzo al bosco, meno business, e soprattutto meno personaggi tutti uguali, please. Io ho generalmente un’ottima memoria: ho visto tutte le stagioni di Game of Thrones senza troppi problemi nel ricordare le varie casate, le varie alleanze e i vari Ditocorto, Varys, Barristan Selmy e Cavalieri delle Cipolle; sono allenata da anni di saghe e serie televisive. Ma questa volta, è stato oltrepassato il limite: come faccio ad osservare bene la bravura degli attori – perché sono davvero incredibili, McAdams sopra tutti – e la commovente fotografia, la colonna sonora e certe sequenze costruite benissimo, se devo anche capire chi è questo Burris di cui parlano sempre, o perché dicono che Dixon è morto se io Dixon non credo di averlo mai visto in scena?

C’erano moltissime side story con del potenziale, che aspettavano solo di essere ben sceneggiate – perché senza dubbio la scrittura continua a essere un punto forte di True Detective – un fantastilione di occasioni mancate a partire dalla famiglia di Bezzerides, o dei Chessani; e la vicenda era talmente intricata e piena di ramificazioni che alla fine Ani nel raccontarla al giornalista ha bisogno di più di una definizione. E’ vero che anche qui il mistero da risolvere dovrebbe essere quasi un plus, il focus dell’attenzione sono i protagonisti, ma a parte gli splendidi coniugi Semyon, sempre nel mio cuore nonostante la fine da principiante che fanno fare a Frank, gli altri tre non hanno tutta questa alchimia: sono l’unica che all’accoppiata Velcoro – Bezzerides non ci ha mai creduto neanche per un secondo, anche se la si vedeva arrivare fin dall’inizio? Soprattutto mi ha fatto imbestialire il finale: Ani, la nostra eroina, improvvisamente tutta gnègnè, non salgo sulla nave se non vieni, assolutamente poco verosimile. La notte tra Velcoro e Bezzerides era una notte tra due disperati che si fanno un po’ di compagnia, e avrebbe avuto senso mantenerla così.
Anche se Baby Velcoro è di un puccioso quasi georgesco e non mi dispiacerebbe vedere un True Detective al femminile con solo Kelly Reilly e Rachel McAdams.

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How I met your mother sto pesce

[ATTENZIONE CONTIENE SPOILER]

Nove anni. How I met your mother è durato nove anni, ma non starò a fare la stoica, perché io l’ho incominciato nell’estate del 2011 e ho recuperato le prime sei stagioni nella frenesia di un mese, rinchiusa in casa e rifiutandomi di avere contatti umani. Quindi forse non ho lo stesso diritto di lamentarmi di chi ci sta dietro dal 2005, con la pazienza di un Ted Mosby, ma lo faccio lo stesso, perché io mi immedesimo sempre nelle serie tv che seguo, e se Ted era così sfigato, così come me, e si ritrovava comunque nel 2030 a raccontare ai figli la storia del suo matrimonio allora c’era speranza per tutti. E non è che il finale di HIMYM manchi di speranza, tutt’altro!, ma qui la questione è che ci avete bellamente preso per il culo per nove anni (tre).

In mezzo a tutte le avventure improbabili della nostra ghenga preferita – pagherei oro anche solo per potermi permettere di spendere tutto il mio stipendio in alcolici e fritti al McLaren’s – e anche in mezzo a tutte le storie sul destino che vabbè, c’era una certa dose di realismo: Ted partiva in quarta con l’ennesima ragazza, sbam nei denti, e poi ripartiva, che prima o poi qualcosa di buono sarebbe arrivato. E mentre lui non ne imbroccava una, i suoi migliori amici erano quell’un caso su un milione che si trova subito e sta insieme tutta la vita. Più reale e crudo di così. Probabilmente i creatori ne stavano passando una dopo l’altra e si terapizzavano scrivendo stagioni su stagioni, non lo so, ma ho sempre trovato molto confortante, nei miei pomeriggi di isolamento, vedere che c’era qualcuno che stava peggio di me, e cioè Ted Mosby. Non è crudeltà, è che pensavo che quando sarebbe arrivato il suo più o meno realistico lieto fine avremmo festeggiato insieme. E’ anche vero, quindi, che questa è la mia personalissima opinione, e che invece da qualche parte nel mondo c’è chi non ha provato l’impulso di buttare all’aria il pc, e si è messo a piangere di gioia. Io ho trovato questo finale caciarone, in linea con una stagione fatta con i piedi, in linea con gli ultimi due/tre anni di brodo allungato e minestra riscaldata quando ci andava bene.

Al di là del fatto che HIMYM è finito oggi (ieri) quando non ho niente da festeggiare insieme a Ted, nemmeno un onomastico, per dire, c’è che è finito sputando sopra tutti gli insegnamenti che in questi anni di sofferenze comuni avevo cercato di trarne:

  1.  Se è no, è no.  A questo vorrei rispondere con un Damn it, Patrice! perchè nemmeno il tempo di metabolizzare questo concetto che mi stravolgono tutto e diventa se è no è “l’uomo con cui probabilmente sarei dovuta stare”.
  2. Prima o poi si cresce e si diventa maturi abbastanza da superare certe idee romantiche e controproducenti. IL CORNO BLU FRANCESE? ANCORA?
  3. Robin e Barney sono fatti l’uno per l’altra. “We got divorced”. Damn it, Patrice!
  4. Tanti piccoli indizi sul tuo cammino ti porteranno verso la Persona Giusta, che morirà.
  5. Gli errori del passato servono per permetterci di arrivare dove dovremmo essere, per circa dieci anni, poi la Madre muore, tutto il discorso sulle anime gemelle va in fumo, Old Ted chiede il permesso ai figli entusiasti e corre sotto la finestra di Robin con quel fottuto corno blu francese, ed è di nuovo 1×01, una regressione che se la vita funzionasse così io sarei rovinata.

Cioè, mi state dicendo che tutti questi anni servivano a riportare Ted Mosby esattamente al punto di partenza? Funziona così la vita? Tutte le volte che ci è stato chiarito che Robin non era adatta a Ted, che lui era pronto a lasciarla andare, che con la Madre sarebbe stato felice in aeternum erano balle?
Cosa abbiamo imparato noi, da How I met your mother?

Che morta una Madre se ne fa un’altra, ma è poi zia Robin.

"Are you kidding me?"
Are you kidding me?

Ma a sto punto mi riguardavo le prime due stagioni di Un Medico in Famiglia.

L’educazione seriale (volume primo)

Da un paio di settimane a questa parte la Domenica sera ho un impegno improrogabile. Mi spiaggio sul divano con mamma e sorella e mi guardo l’ottava stagione di Un medico in famiglia. E’ una tradizione, l’abbiamo iniziato a vedere tutte e tre insieme durante una settimana bianca di una dozzina di anni fa, e non ci sono cambi di personaggi che tengano, o sparate atomiche (ma vi ricordate la stagione esotica? Quella con gli indiani e Maria in crisi esistenziale?): il Medico non si abbandona. L’altra sera quindi ero lì che twittavo senza pudore con l’hashtag #unmedicoinfamiglia8, pensando che è stato proprio così che sono entrata nel tunnel senza uscita delle serie tv e, bam!, vediamo un po’ in quale modo malato mi hanno plasmato, vuoi vedere che non è solo colpa mia? Anche perché io vi avverto: qui non troverete Una mamma per amica o altri grandi classici che fungono da colonne portanti di tutte le pre-adolescenze normali. Io sono ignorante, sono trash, ho davvero un pessimo gusto a parte rare eccezioni, e ne vado spaventosamente fiera.

In origine – a voler proprio essere di un’onestà brutale – fu Primi Baci , che scopro adesso essere una sit com francese su un gruppo di adolescenti parigini. Correva l’anno 1996, quindi non ricordo neanche l’ombra di una trama: so solo che c’era una ragazza che si chiamava Annette e allora anche io volevo essere Annette, ed ero tremendamente arrabbiata con i miei genitori per avermi dato un banale nome italiano. Annette suonava infinitamente meglio, e io vi assicuro che questa cosa me la trascino ancora dietro, per dire quanto sono capace di fissarmi sulle cose.
Sempre rimanendo sulla scia del “so che lo guardavo perché me l’ha raccontato mia mamma” giunse Caro Maestro, con Marco Columbro, figura di riferimento fondamentale per la me bambina e teledipendente, genitore putativo insieme alla Cuccarini. Io davvero non saprei dirvi cosa di quella serie sia rimasta alla Piantagrane tardo-adolescente, ma era ambientato vicino al posto dove passavo tante felici e spensierate estati marine, per cui non sarà stato un caso il suo arrivo nella mia vita. Tra l’altro, essendo figlia di un’insegnante non scampai nemmeno al successivo Sei forte maestro, seguito con una devozione assoluta. Per dire: io Gaia De Laurentiis vestita da sposa me la ricordo tuttora e la settimana scorsa è pure apparsa in un Medico (esaltazione di madre e figlia insieme) proprio in una scena con la Lilly Calotta. Quante emozioni che mi regalano, quante.

Poi, per l’appunto, iniziò l’epopea del Medico, il suo tormentone “Ciao famiglia!” e l’ardente desìo che da quei giorni lontani mi prese – e continua a bruciare – di avere tutte le mattine tanta gente a colazione. Questi qui già di loro non sono mai stati pochi, nemmeno quando non era ancora arrivata la caterva di nipoti, suocere, sorelle, parenti acquisiti vari, eppure la porta-finestra della cucina era sempre aperta e una tazzina di caffé sempre pronta per l’amico scroccone di turno. Ecco, mentre la mamma ammirava la casa e il suo altissimo potenziale di espansione io mi vedevo già adulta a mettere in tavola i miei famigliari e tutti i cari che venivano ad aggiungersi. “Eh, passavo di qui”. Tutto questo volersi bene, questo happy ending continuo, magari un po’ caciarone, è vero, toccò il mio animo di bambina e ora si infiltra, nonostante tutto, sotto la mia scorza di falsa disillusa. Perché a me piace considerarmi ruvida, il genere di ragazza che prende in giro i sentimentalismi e fa un po’ la gradassa, ma in realtà ho un cuore di irresistibile scioglievolezza e dopo tanti anni passati a soffocare tutta questa traboccante morbidosità essa sta iniziando a fuoriuscire da ogni poro, incontrollabile.

La scricciola vestito da maschiaccio diventò un’adolescente di un’insicurezza spaventosa, ma non fate finta di niente, che le medie sono state un periodaccio per tutti. Ad alleggerire le mie giornate condite dalle faticose battaglie contro il mio aspetto, il mio essere costantemente inadeguata, il mio essere più piccola rispetto a tutti gli altri compagni di classe (e quindi il mio pormi da sola in una condizione di minorità che persino Kant mi avrebbe fatto pat-pat sulla testa) venne Scrubs – Medici ai primi ferri. Fondamentale perché scatenò per primo il meccanismo che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di approcciarmi a una serie televisiva: l’immedesimazione. Inizialmente mi ponevo come semplice spettatrice esterna, Elliot Reid cambiò tutto. Nevrotica, logorroica, competitiva. Bassa autostima e voglia disperata di essere la migliore. Ero io, ero fottutamente io. C’è da dire che anche JD si prendeva dei grandi pezzi di me, con quella sua indole sognatrice, però dovendo scegliere un unico personaggio non c’era alcun rimedio: ero quella rompiballe di Elliot.

Quando iniziai a riconoscermi nei protagonisti delle serie che guardavo in qualche modo si ruppe qualcosa nel mio equilibrio mentale, già precario perché non dimentichiamo mai quanto sono infelici i dodici anni. La mia sempre viva tendenza a rifuggire la realtà si intensificò ulteriormente: non avevo più solo i romanzi, i film: adesso avevo un appuntamento settimanale con delle versioni plastificate di me stessa che sembravano prefigurare ciò che sarei diventata, e ciò che mi sarebbe potuto succedere.   Quello che intendo dire è: se Lei/che praticamente sono Io/nonostante tutte queste vicende che ricordano spaventosamente i fatti realmente accaduti a Me/alla fine si mette con Lui/allora anche Io ce la farò. Perché la mia tecnica di immedesimazione era estesa a tutte le persone che conoscevo, perfettamente inscrivibili nei personaggi di contorno – e mai il dubbio che fosse così facile in quasi ogni telefilm perché effettivamente si tende sempre a creare degli stereotipi nelle varie caratterizzazioni, proprio per renderli adattabili a chiunque. Praticamente un’autistica da serie televisiva. C’è un nome, tutto mio: Sindrome di Dawson. Anche se – udite udite – Dawson’s Creek non ha mai fatto parte della mia bislacca educazione seriale. Comunque con il tempo questa cosa non si è affievolita, anzi, come vedrete nella parte seconda – che guardo davvero troppe cose per sintetizzarle in unico post – raggiungerà il suo culmine con UN personaggio topico (suspence). 

Inquadratura su qualcuno a caso, sguardo sbarrato, bocca spalancata, dignità penzoloni. Musichetta tu-tu-tu-tu che non è il telefono ma indica attesa, spasmodica attesa.

All new next Saturday, on HBO!

Grey’s Anatomy m’ha rovinata

Dato che essenzialmente sono una psicopatica, tendenzialmente ipocondriaca, disperatamente ossessivo-compulsiva, io subisco il fascino recondito della visita medica.

Ok, cancellate immediatamente dalla vostra mente malata ogni battuta su “Giochiamo al dottore”, no, grazie, non è quel fascino. O forse inconsciamente sì, ma non devo dar di conto a nessuno di quello che pensa la parte più profonda e psycho di me, quindi tralasciamo. Lo so che voi sporcaccioni che avete passato l’estate a leggere 50 sfumature siete peggio. Ah, tra l’altro, l’ho letto pure io per interesse accademico, e l’unica, immediata recensione che sgorga dal mio cuore è: fa schifo. Sono abbastanza sicura che l’unica prodezza erotica reale compiuta dall’autrice sia quello di averlo scritto CON IL CULO. Quindi la prossima volta che trovo una rivista titolare “50 sfumature di paroleacasochecentranoconlarticolo”, mi dispiace, ma non la compro, direttore avvisato.

Si diceva, mi piace farmi visitare perché mi dà quell’ineffabile sensazione di sicurezza che solo una Laurea in Medicina e Chirurgia incorniciata alla parete può regalare a chi, come la sottoscritta, ogni giorno si sveglia pensando di avere le peggio cose semplicemente perché le pizzica un po’ l’alluce destro. Per dire: io sono lo stereotipo di ragazza che su Google digita “nausea mal di testa morte”. Compatitemi.

Fine del compatimento.

Io sono il terrore sacro di ogni medico. Perché non mi accontento di esporre nei minimi dettagli sintomi irrisori, ma una volta rassicurata io FACCIO DOMANDE. Del tipo: “So che io non ho l’incurabile Sindrome dell’Alluce Necrotico ViolaGialloBlu, come mi ha gentilmente confermato, e come la TAC, le analisi del sangue e la prova empirica del saltellare su un piede solo hanno dimostrato, ma in caso, come si prende? Come si previene? Quali sono le categorie a rischio? Proprio non esiste una terapia? Sì, sì, lo so già che è lì la porta, mi stavo solo chiedendo se”. Da uccidere a colpi di martelletto sulla giugulare, insomma. Come se non bastasse, dopo otto stagioni di Grey’s Anatomy ho iniziato a vedere gli ospedali in maniera distorta, tipo come posti idilliaci dove ogni secondo due medici saltano uno addosso all’altra nelle stanzette dei turni di notti, tutti fanno 60 ore filate in piedi eppure sono freschi come rose e vanno a bere tequila da Joe’s, mentre per rilassarsi vanno a guardarsi un’operazione da 15 ore dalla pratica galleria sopra la sala, con pop corn e Dr Pepper. Per lo stesso senso di sicurezza e familiarità vado a studiare nella biblioteca sotto al Policlinico, così che, in caso, sono già lì. E per fortuna che una delle mie migliori amiche studia medicina e potrà occuparsi delle mie paranoie, anche se scommetto che per liberarsi di me finirà per scegliere una specializzazione che non mi riguarderà tipo Urologia. E mi starà benissimo, perché per quell’ora avrò sposato un medico da stressare fin dalla colazione.

Ci sono solo due eccezioni, due tipologie di visite a cui non mi sottopongo volentieri per lo stesso identico motivo: dentista e oculista. Non per i canonici motivi (trapano + collirio). In effetti, l’oculista non mi piace anche per l’atropina nell’occhio. E’ che quando vado da entrambi questi medici avverto lo stesso disagio colpevole del bambino di seconda elementare che non ha fatto i compiti (che poi quando cresci te ne sbatti). Io lo so che mi sgrideranno perché a) non ho messo l’apparecchio e b) non metto mai gli occhiali. Se ne accorgeranno. E’ il loro mestiere, e io mi presento impreparata, con i denti ancora più storti e venti diottrie in meno. Maledizione.

E niente, questa lunghissima introduzione per dire che oggi sono andata dall’oculista, con quel sentimento di attesa piacevole che provo prima di affidare i miei problemi a uno specialista e la colpevole consapevolezza di aver nascosto in borsa gli occhiali in ogni occasione mondana, in ogni lezione di danza, in ogni appuntamento galante. Dopo qualche iniziale difficoltà nel trovare la porta, in una classicissima messinscena del Cominciamobene, mi sono fatta qualche minuto nella sala d’attesa, che mi ha sempre agghiacciato perché piena di immagini accuratissime sull’anatomia dell’occhio, e il mio sentimento per la medicina è comunque molto ambivalente, mi attrae ma allo stesso tempo mi fa un’impressione, ma un’impressione. Poi sono stata chiamata dentro, e il mio dottore non mi riconosceva. Che dico, vengo lì da quando a nove anni annunciò la fine della mia vita necessità di indossare fondi di bottiglia, e mi sono fatta dei pianti ma dei pianti per tutte le volte che ha dovuto cacciarmi a forza quella maledetta atropina nelle pupille mentre il parentado mi incatenava alla poltroncina, com’è possibile che non si ricordasse di me? Mi ero illusa che non conciliasse il ricordo della belva urlante che ero stata con la sofisticata (…) ventenne che si ritrovava oggi davanti, ma in ogni caso stava per vedersi rinfrescata la memoria. Il primo test lo passo. Guarda la casetta, stai ferma, ferma, ferma! Ok, è più facile di quanto ricordassi. “Adesso metti la faccia qui, attenzione che sentirai un piccolo soffietto, ma niente di che”. SOFFIETTO. Il maledetto soffietto. Beh, quella parte l’ho saltata, perché alla parola “soffiettonellocchio” le mie palpebre sono state colte da un attacco di delirium tremens, e non c’era verso che le tenessi aperte. Sentivo le voci nella mia testa “E questa voleva fare l’intervento con il laser?” Passiamo alle lettere, con quelle spacco il culo. Sono sicura, quando non vedo lo dico forte e chiaro. Arrivo fino all’ultima A D T P, quasi con aria strafottente. Mi sto riprendendo alla grande. In un momento piomba su di me e mi forza a tenere l’occhio aperto.”Stai ferma! Ferma!” Taac, la demoniaca atropina scivola su metà della mia faccia, mentre niente può più impedire alle mie povere pupille di dilatarsi come non ci fosse un domani. Il mio meglio, in ogni caso, l’ho dato dopo, allontanandomi di riflesso ogni volta che si avvicinava con una specie di monocolo per controllarmi la retina. La buona notizia: la miopia si sta stabilizzando, se voglio entro un anno posso provare l’intervento, lavorando però sui i miei evidenti problemi di autodifesa oculare, e posso pure osare le lenti a contatto. La cattiva notizia: il test a cui non mi sono sottoposta, il malefico soffietto, serviva a misurare la pressione. Cioè, è quella che ti assicura se hai o no un glaucoma, che è tipo una delle mie ossessioni preferite, uno dei motivi principali per cui avevo accettato la visita biennale. Mannaggiammè.

E ora chi mi rassicura che non ce l’ho?