L’ultimo esame

Il giorno del mio ultimo esame mi sono messa un vestito bello.

Da quel lontano pomeriggio di gennaio del duemilaeundici, quando mi ero presentata all’appello di diritto romano con una felpa dell’università di Oxford, che mi stava pure piccola, e i capelli acconciati malamente, che avevo fatto nottata a ripassare “Ti darò cento se la nave verrà dall’Asia”, avevo imparato la lezione: agli esami bisognava andarci in ordine. In ordine, ma con quel punto di pallore sulle guance che faceva intuire al professore che avevi passato le giornate sotto la la luce bianca della biblioteca.

Quindi: il giorno del mio ultimo esame, che era uno splendente giorno di metà giugno, mi sono messa un vestito bello, e un filo di mascara, e sono andata quasi saltellando in università.

Avevo un libretto da fare invidia, avevo un libretto che non avrebbe mai fatto capire a nessuno quanto erano stati personalmente difficili quei cinque anni, quante volte avevo pianto in pubblico, quante volte mi ero sentita infinitamente piccola, e inutile. Avevo un libretto che raccontava la storia di una ragazza brillante e determinata, che con il suo eloquio lasciava a bocca aperta i docenti. Poco importava che non fosse veramente la mia storia.

Non so cos’è che è andato storto, il giorno del mio ultimo esame. Indossavo un vestito bello, un filo di mascara; la mia amica Nina, con cui avevo condiviso telematiche maratone notturne e angosce e gioie e angoscie di nuovo, che quelle non finiscono mai, era lì al mio fianco, forte come sempre. Per una volta, avevo finito il programma di studio in tempo. Quindi io davvero non so cos’è che è andato storto, forse non ero preparata come credevo, l’assistente forse mi aveva preso di punta, il professore non mi ha fatto un’ultima domanda che magari avrebbe sollevato il voto. Mi sono alzata, ingoiando le lacrime, sono corsa fuori dall’aula e ho strappato il libro su cui avevo studiato. Ho sparpagliato i fogli per quattro cestini della spazzatura diversi, come se stessi mandando affanculo la mia carriera universitaria da nord, sud, ovest ed est. Ed è venuta fuori, la me che si nascondeva dietro una lunga lista di bei voti: è venuta fuori la me che piangeva in pubblico, la me peggiore di tutte.

Il voto, il più basso che avessi mai visto, l’ho accettato; non avevo molte altre scelte. Ma non era quella la sconfitta, la sconfitta era aver lasciato che una mia stupida reazione mi definisse di nuovo: ehi, quella con il vestito bello sta piangendo ancora.

Si trattava solo di un accidenti di voto. Non ero io, non era la mia storia, anche se era quella che avrei voluto raccontare di me; era un accidenti di voto. E adesso me lo ricordo solo io, quel giorno là. E adesso, che ho sfogliato i mesi dell’estate e dell’autunno fino ad arrivare ad oggi, oggi che è una nuova stagione, una nuova vita, una nuova città, quel piccolo insignificante episodio mi serve solo per rileggere un capitolo finito, e non valeva i pomeriggi passati a piangere, le strisce nere sulle guance del mascara leggero che avevo messo, e il vestito bello era uno splendido guscio per un niente.

Il giorno del mio ultimo esame è stato un giorno come gli altri, e avrei voluto capirlo già allora.

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Altre vite inventerò

Una sera – allora vivevo in Germania – il mio coinquilino brasiliano mi portò fuori a bere qualcosa, con la scusa che era il mio ultimo sabato in quella città. Tra una caipirinha e l’altra, G. aveva iniziato a fare della psicologia spiccia e mi aveva detto: << I think you are a good girl who does everything other people expect her to do>>.
Non è una gran frase da dire se ci stai provando con una ragazza, ma dal momento che non aveva nessuna speranza già in partenza mi limitai ad offendermi. Perché pur non conoscendomi un granché, aveva indovinato. Ero sempre stata la brava bambina con la testa sulle spalle, che aveva sempre fatto le scelte socialmente giuste: liceo classico, poi Giurisprudenza per diventare un avvocato, un buon mestiere, sai quanti giovani non riescono a trovare lavoro? Non sono mai stata forzata in questo percorso: sono tutte cose decise da me, e guarda caso coincidevano con quello che la gente si aspettava da me. Non mi sono mai pentita per un secondo del liceo classico: tutte le volte che qualcuno lo attacca violentemente, dicendo che sta morendo, a me viene da rispondere, con la mia dialettica vincente: <<Morite voi>>.
Ho studiato Giurisprudenza proprio per imparare ad argomentare così.

Ricordo di aver pensato, sarò stata alle elementari, alle medie, che non sarebbe stato male fare l’avvocato. Però.

Quando avevo cinque sei anni e mia mamma aveva le riunioni al pomeriggio e mi portava a scuola con sé io me ne stavo tranquilla in sala insegnanti davanti a fogli grandi come federe di un cuscino, con due file di buchi ai lati che si potevano staccare lungo la linea tratteggiata, e disegnavo, disegnavo malissimo, perché non sono mai stata un’artista e infatti non erano opere fini a se stesse, ma erano illustrazioni per il libro che stavo scrivendo.
Qualcuno mi aveva chiesto: <<Perché stai scrivendo un libro?>> e avevo risposto: <<Perché così quando finisco di leggere quelli che ho già posso leggere i miei e non rimango senza>>.
Non ho mai finito di scrivere qualcosa, ma per fortuna non sono mai nemmeno rimasta senza libri.

Anche se a volte pensavo che non sarebbe stato male fare l’avvocato, per tutte le elementari a chi mi faceva la fatidica domanda Madagrandeblablabla io dicevo: <<Voglio fare la giornalista, girare il mondo e andare a letto tardissimo perché devo chiudere il numero e andare in stampa>>.

Ogni Natale obbligavo mia cugina e mia sorella a mettere in scena degli spettacoli a uso e consumo dei nostri pazienti famigliari, da me scritti diretti e interpretati. Di tutte le passioni che compongono l’anima di me bambina, e che mi hanno costruito in questi ventitré anni di vita, quella per il mondo dello spettacolo è stata la più coltivata: il ricordo più felice del mio ultimo anni di liceo sono le serate con la mia amica F. a scrivere il copione per il nostro gruppo di teatro. Tazze di tè, pettegolezzi su Jane Austen, a una battuta seguiva l’altra, e le scene si componevano da sole.

Mi sono laureata in Giurisprudenza, e ne sono immensamente felice. Sono uscita dalla mia comfort zone, ho imparato a maneggiare un nuovo tipo di linguaggio, ho conosciuto persone preziose. E chissà che, prima o poi, non finisca davvero per mettermi un tailleur pantalone e non mi ritrovi a fare pratica in un qualche studio. Ma adesso, in questo preciso instante in cui non sono più un’universitaria e non sono una lavoratrice, in questo momento di sospensione tra il mio passato di bambina divoratrice di libri adolescente silenziosa studentessa occhialuta e la vita che sarà fatta di aspirapolveri da acquistare, contratti da firmare, io proprio qui mi sono creata un vuoto.
Ho messo in pausa quella che dovevo essere. Mi sono trasferita in un’altra città, in una via che senza saperlo avevo già scelto anni e anni fa.

Ho passato la vita a inventarmi mie altre vite: scrittrice miliardaria, giornalista cazzuta e indipendente, star di Hollywood, avvocato quasi mai in tribunale ma sempre sul divano con un libro in mano e una perfetta famiglia composta da un marito affascinante e due o tre bambini biondi i cui nomi erano stati accuratamente scelti tra i personaggi delle mie letture preferite – figlia che un giorno forse avrò: per un certo periodo, hai rischiato di chiamarti Lalage – e così via.
Ho abitato in Place des Vosges insieme a un poeta: là deliziavo i nostri amici francesi con il mio pollo al curry, compravo specchi e lampade d’epoca al mercato delle pulci e d’estate giravamo per i meleti della Normandia; indossavo spesso camicie bianche e jeans vintage. I nostri figli parlavano perfettamente l’italiano e il francese.
Ho avuto una villa country chic ad Hampstead, là portavo a spasso i cani al parco e poi mi fermavo in un pub a bere una pinta di London Pride mentre aspettavo che il mio compagno, rampante barrister, mi raggiungesse: eravamo arrivati insieme dall’Italia, io ero fissata con l’Inghilterra e lui mi aveva seguito senza fiatare – io allora scrivevo e basta, ma l’avevo aiutato a preparare l’esame di stato, che qualcosa me lo ricordavo, e lui mi chiedeva i pareri sulle cause che stava seguendo, come fossimo ancora studenti. Ce la siamo spassata alla grande, abbiamo visitato l’India, affittato un appartamento a Edimburgo e persino conosciuto la Regina.

Venerdì ventisei giugno sono uscita nella notte che diventava bianca per prendere un autobus per Bologna, e poi da lì salire su un treno per la città dove vivo ora. Dovevo sostenere un test d’ammissione e non l’avevo detto a nessuno, perché era una cosa pazza, una deviazione dal mio percorso standard, era una mossa che avrebbe fatto il mio alter ego, quello che vive a Londra e agisce senza farsi complessi o paranoie: avevo finito gli esami, scrivevo la tesi, non potevo cambiare le carte in tavola quando ce l’avevo quasi fatta. L’autobus viaggiava incontro al sole che sorgeva e io stringevo emozionata lo zainetto: i miei amici, la mia famiglia, non avevano idea che io fossi lì e non a dormire il giusto sonno dei laureandi a casa del mio amico A. come avevo lasciato detto. Nello zaino, la mia copia dell’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, a portarmi fortuna. Arrivata a Bologna alle 6.12, la tragica scoperta: il treno delle 6.18 era stato cancellato per sciopero.
Essendo comunque un’adulta avevo preso la situazione in mano e fatto l’unica cosa che mi pareva sensata in tale frangente: avevo iniziato a piangere disperatamente nel bel mezzo della stazione.
(Aggiungere Stazione Centrale di Bologna alla lista dei luoghi pubblici in cui ho frignato senza ritegno).
Con nessun altro mezzo sarei arrivata in tempo per il test: non era destino. Dovevo ascoltare i segnali, non era cosa per me.
E poi mi sono ribellata alla sfortuna che mi perseguita da sempre, che poi io le odio le persone arrendevoli che alzano gli occhi al cielo e si raggomitolano e pazienza è andata così (quanto odio pazienza è andata così) e il dieci luglio ci ho riprovato, e sono arrivata a destinazione, e ho sostenuto la prova. Per tutta la settimana seguente ho continuato la mia routine, biblioteca, tesi, già pensavo a iniziare la pratica da avvocato.

Venerdì 17 luglio (venerdì 17 venerdì’ 17 venerdì 17, “pazienza è andata così”, eh) ho saputo di avercela fatta; e ora, chissà se mai altre vite mi inventerò.

L’amore è una barretta di Cioccocremolato Delizia Wonka

Pensavo a quattordici quindici anni che l’amore dovesse essere potente e terribile, totale e anche un po’ distruttivo. Credevo in Catullo, Odi et Amo, credevo che il male ce lo si facesse perché ci si amava troppo, credevo in Romeo e Giulietta, credevo alle poesie, e credevo anche un po’ nelle frasi di Jim Morrison. Quindi: a qualsiasi proposizione un po’ imbellettata e convalidata da un qualche personaggio letterario o famoso o quant’altro, io ci credevo. Quindi: ero un’idiota.

A diciassette anni ero profondamente convinta che la base di ogni solida relazione fosse cementata solo da interessi comuni. In sostanza: se io amavo Woody Allen, Baudelaire, le canzoni dei Baustelle e Parigi, e lui pure amava Woody Allen, Baudelaire, le canzoni dei Baustelle e Parigi, allora per forza di cose, per semplice matematica, io e lui saremmo stati bene insieme, e saremmo stati schifosamente felici, e lui avrebbe suonato il pianoforte mentre io preparavo una torta Sacher – la sua preferita e guarda caso la mia ricetta migliore – e ci saremmo sostenuti a vicenda, non ci saremmo odiati, non ci saremmo fatti del male.

A diciannove anni non mi importava più del pianoforte e dei poeti maledetti, dell’essere come Simone De Beauvoir e Jean Paul Sartre, perché avevo realizzato una cosa strabiliante: si poteva amare qualcuno che non sapesse in quanti romanzi fosse divisa la Recherche di Proust, anzi!, era millemila volte meglio così. Hemingway, o qualcuno che si spacciava per lui, disse: Se non mi ami non importa, posso amare per entrambi, e io invece dissi pressapoco così: Se non sai cosa significhi pucciare una madeleine nel tè non importa, le posso mangiare tutte io. E non importava davvero, perché quello che contava era la complicità; non era niente che si potesse stabilire a priori, era l’odore, era l’affinità. Era la calma in mezzo all’ansia più totale, era la leggerezza e lo scherzo, era la sintonia.

Ed è davvero tutto qui, io non avevo capito quanto fosse rara, la sintonia. Se avessi voglia potrei fare l’etimologia greca, e farci notte; è un accordo di suoni, ha a che fare con la musica, con l’armonia. Se trovi qualcuno con cui sei in sintonia hai praticamente fatto un terno al lotto. Certo, ci sono altre cose fondamentali, per esempio se io dico C.R.E.P.A. e la persona davanti a me si offende, è chiaro che non siamo sulla stessa pagina, ma alla fine basta con le riviste che mi intasano la home  di consigli inutili per trovare l’anima gemella – che non esiste! arrendetevi! -, perché l’amore, che sia o no quello giusto, che sia o no basato sulle premesse corrette, è semplice e alla portata di tutti come una barretta di Cioccocremolato Delizia Wonka: da bambina me lo immaginavo proprio cosí, poi se veramente sei fortunato ci trovi pure il Biglietto d’Oro.

Perché in tutte le fasi sbalestrate della mia vita, su una cosa sono ancora convinta: per star bene con qualcuno questo qualcuno ci deve ricordare la nostra infanzia. Non deve per forza aver letto Bianca Pitzorno – gli uomini stolti la leggono poco – o J.K. Rowling – no, scherzavo, almeno zia J.K. sì, dai, come siete cresciuti altrimenti? – ma mi deve far sentire ogni singolo giorno come se fossi dentro alla Fabbrica di Cioccolato: un luogo scoppiettante e mirabolante con le barche di caramella e lo zucchero a velo ovunque, a cui sono stati ammessi in molti che non l’avrebbero meritato, ma che poi va in premio a quello giusto, a quello che ha saputo aspettare, senza cercare.

Ed è solo questione di caso, ed è solo questione di affinità.

Some kind of goodbye

Un anno fa, esattamente un anno fa, succedevano due cose, inevitabilmente legate l’una all’altra. Un anno fa era un giovedì pieno di sole, discutevo in un ufficio con il coordinatore Erasmus delle possibilità che avevo, se avessi mai deciso di partire – il bello era soltanto pensare di avere questa scelta davanti, lasciarmi entusiasmare da un progetto, un progetto che avrei richiuso nel cassetto dopo essermici gingillata per un po’. Nel pomeriggio ho avuto un attacco di panico nel mezzo della lezione, davanti a tutti. Attacco di panico forse non è un termine corretto, ma è l’unico che mi permette di fare i conti con quello che mi è successo, che ancora adesso mi imbarazza. Preferisco chiamarlo attacco di panico, per smettere di vergognarmi così tanto. In realtà ho avuto una reazione esagerata a un evento per me molto doloroso, sì, ma che assolutamente non giustificava un pianto ininterrotto di un’ora e mezza, in pubblico. Mi dispiace, per quello, mi dispiace tanto. Era il culmine di un mese passato a piangere rannicchiata sul pavimento del bagno, come Izzie Stevens quando Danny muore, e lei dice di non essere più un chirurgo e si sdraia sulle piastrelle con ancora l’abito della festa indosso. Quella sera ho deciso che non avevo più nulla da perdere, e ho fatto domanda per l’Erasmus.

Oggi è il 20 marzo, tra poco vado a una festa, e domani ritorno in Germania. Ci vivo da due mesi, ormai. Sto imparando il tedesco, mi sono abituata ad andare in giro in tram e a bere bicchieroni di caffellatte invece del ginseng. Mi sveglio, arieggio la stanza, esco a fare la spesa, preparo da mangiare, lavo tutto e riassetto la cucina, studio, esco per una birretta in centro, rientro a casa e se non ho ancora sonno mi guardo un film, o una serie tv. A volte vado a correre. Valuto di iscrivermi nuovamente a un corso di danza. Leggo. Scrivo, poco, molto poco. Non parlo di quando ho pianto davanti a tutti, non parlo di quello che mi ha fatto star male, non parlo e non voglio sentir parlare di niente della mia vita precedente.

E’ stata una scelta scomoda quella di partire, di scappare. E’ stata una scelta scomoda quella di aprire un blog, tre anni fa, senza sapere esattamente come gestirlo. Ho finito per farne un vero diario; nella mia mente avevo immaginato di scrivere cronache divertenti, riflessioni semiserie, e via dicendo. Spesso e volentieri invece ho scritto cose che non avrei voluto spiattellare al mondo intero – intero, adesso, non esageriamo -, spesso e volentieri è stato una valvola di sfogo perché alla fine quello che volevo era un abbraccio, ma non sono mai stata brava a chiederlo direttamente.

Forse è per questo che a volte piango in pubblico, che a volte scrivo cose di cui mi pento, rivestendole dell’aura finto-poetica, riflessiva, perché comunque va bene sembrare debole, ma non posso ammettere debolezze. Devo rimarcare ogni volta che comunque sono forte e indipendente, perché ho paura che non si veda. E ogni volta, davanti all’ennesimo post in cui risulto essere più fragile di quello che vorrei, trattengo il respiro, penso che è imbarazzante, eppure clicco Pubblica, perché: ho bisogno di un abbraccio, ma non so come dirlo. Non sono capace di guardare in faccia una persona e dire: aiutami.

Ma scegliere di mettere in piazza tutto questo, come partire, è una scelta solitaria. Nel momento in cui scrivo quello che non dico, mi allontano sempre di più dagli altri.

“E se un giorno scrivesse di me? E se un giorno scrivesse di quell’altro?”

Chi vuole essere protagonista di una mia storia?

Ho il computer pieno di sfoghi non pubblicati. Sono i più sinceri, quelli in cui c’è tutto il dolore, l’amore, le speranze, le delusioni eccetera. Alcune delle cose che ho amato di più scrivere, e che sono qui, sono vere, verissime, ma sono anche vecchie. Metabolizzate, passate. Pronte per diventare una storia, perché già i personaggi sono diventati una storia, quasi non più realtà. Invece quello che non ho condiviso è quello che vivo adesso, che ho vissuto negli ultimi tre anni, che morirei dalla vergogna a mostrare in giro. Quasi come piangere in pubblico, davanti a tutti, davanti a te. Quello non lo vedrà mai nessuno.

Non è così che mi immaginavo scrivere, non so che sarà di questo blog, se rimarrà aperto, se avrà un altro taglio. Non voglio più che la linea editoriale – bum! parole pesanti – sia questa. Non mi dispiace per i post cazzoni, per certe riflessioni più serie, non troppo personali. Mi dispiace per le tante volte che ho scelto il modo sbagliato di comunicare. Nel blog come al di fuori di esso. Mi dispiace essere tanto un disastro nell’interazione personale.

Ma questa è l’ultima volta che scrivo una cosa del genere. Non voglio più sbrodolare melensaggini tristanzuole, sono grande abbastanza da poter parlare faccia a faccia con gli altri, da poter lasciare al privato i chiarimenti, i discorsi scomodi e soprattutto da poter dire ad alta voce cose come: scusa, o ti voglio sempre bene, se sei felice sono felice, o anche: ho bisogno di un abbraccio.

Tutti gli Oscar della mia vita

C’è stata la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi, i più importanti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista, il mio preferito, il meraviglioso Colin Firth – l’avrei visto dal vivo pochi mesi dopo, alla Mostra di Venezia dov’era venuto per l’anteprima de La Talpa. Ottenuto il mio autografo ero talmente soddisfatta che ignoravo di trovarmi al cospetto di quello che sarebbe diventato uno dei miei attori del cuore: Benedict Cumberbatch, l’accento inglese secondo solo alla Regina. Giustificazione: era biondo, all’epoca. Comunque, la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi io ero molto felice, ovviamente, ed era anche la prima volta nella mia storia che riuscivo a restare sveglia tutta la notte per seguire la cerimonia. Non era stato facile: i presentatori erano Anne Hathaway e James Franco, che per quanto belli, per quanto simpatici, erano stati d’una noia mortale. James poi sembrava semplicemente volesse stare ovunque, forse persino di nuovo attaccato alla roccia del suo film 127 ore, piuttosto che su quel palco. Ma io ce l’avevo fatta, dallo splendido Givenchy di Cate Blanchett sul red carpet a Natalie Portman che ritirava il suo meritato premio di miglior attrice per Black Swan – sai Natalie che ti ammiro tantissimo? Sai che lo scorso Carnevale mi sono vestita da Cigno Nero come te?

L’anno dopo mi sono addormentata sul divano quando non avevano ancora finito di intervistare gli attori sul tappeto rosso. Mi sono persa la conduzione di Billy Crystal, mi sono persa Colin Firth che premiava Meryl Streep – c’è una qualche edizione in cui non è stata candidata? Ricordo ogni singolo istante di quel week end, ricordo lo spettacolo teatrale che avevo visto il sabato sera (mi aveva ispirato queste auliche riflessioni, una vita fa), ricordo quella giornata di sole, quella domenica splendente piena di promesse, il pranzo all’aperto anche se era febbraio, il vino nei bicchierini da caffè che erano gli unici rimasti, e un pomeriggio tutto da assaporare passato invece a dormire, per poter affrontare la nottata. E invece non ce l’avevo fatta, alle due mi ero arresa ed ero andata a letto. Chiudendo gli occhi avevo lasciato scivolare nella mia mente le figure che avevo visto fino a poco prima, gli abiti scintillanti (Jessica Chastain in un Alexander McQueen che ancora mi commuove), e so che, indulgente, mi ero concessa di pensarmi lì in mezzo. Cosa avrei indossato (Elie Saab), a chi mi sarei accompagnata. Avevo un’immagine ben precisa in testa, e invece nel dormiveglia aveva iniziato a sfumare, a trasformarsi in altro (che avrebbe fatto una gran figura con un completo Tom Ford), in un qualcuno di diverso che già da un po’ mi lasciava stupefatta. Mi abbandonavo quindi al sonno con questa strana nuova serenità, che proprio il giorno dopo si sarebbe persa per sempre.
Non ha senso tornare su queste idee così sciocche, così superficiali, quando la vita sa colpirti – no, che egoismo, non colpisce te, tu sei solo spettatrice, come sul divano – con tale violenza. Forse però è proprio in tale violenza che si cercano appigli deboli, infantili, che ad alta voce non ammetteresti. Se io quella notte fossi rimasta sveglia? Se il pomeriggio prima non avessi dormito? Quanto questo, anche lontanamente, può aver influito su quel meccanismo inarrestabile dello svolgersi degli eventi? Sì, la farfalla, le ali, il ciclone, il Brasile. Ho dormito. Ho dormito il pomeriggio, ho dormito la notte, ho anche dormito troppo la mattina dopo. La mia colpa è sempre aver dormito.

Da allora, ho cercato di non dormire più, la notte degli Oscar. L’edizione successiva mi sono preparata un caffè alle undici di sera. Conduceva Seth McFarlane, non ricordo quasi niente. Anne Hathaway indossava un Prada che non mi era piaciuto, Jennifer Lawrence in Dior era inciampata salendo le scale sul palco per ritirare il suo primo premio, miglior attrice protagonista per Silver Linings PlaybookIn quel film ci avevo creduto parecchio, avevo creduto al monte di possibilità che apriva. Tutto quel “devi restare positivo”, quei due adorabili matti che alla fine si trovavano, nel caos delle loro vite disastrate. Allora mi bastava davvero poco per essere felice. Funziona così, se qualcosa succede sullo schermo, capita anche nella vita. Non raccontiamoci cose che non esistono, possiamo essere noi come loro, perché dobbiamo lasciare che una persona di celluloide sia meglio di noi?

L’anno scorso, non ho guardato la cerimonia da sola. Ho invitato la Sassari, e ci siamo tenute sveglie a vicenda fino alle sei del mattino, quando 12 anni schiavo è stato proclamato Miglior Film e allora abbiamo finalmente tirato fuori i sacchi a pelo. L’anno scorso non ero più la stessa persona che ero stata, niente sogni a occhi aperti, niente sogni nemmeno a occhi chiusi, che sarebbero stati incubi. Bevevo caffè, perché mentre ero nuovamente travolta da non so nemmeno cosa dovevo avere una certezza: io, il Kodak Theatre. I film erano quasi marginali, per me, che facevo l’appassionata, la saccente, per me che ero felice se potevo scrivere di cinema. Esisteva solo la patina di glamour, quella notte. Gli abiti delle attrici, il fisico degli attori che mi piacciono esaltato dai tuxedo. I pettegolezzi, Bradley Cooper è impegnato sì o no? Quando verrà il turno di Leonardo DiCaprio, che è più affascinante adesso di quando era adolescente imberbe e insopportabile in Titanic?
Devo concentrarmi su quello che posso toccare con mano, su quello che posso commentare con sarcasmo, su quello che posso ammirare con lo sguardo, su quello che esiste, qui o a migliaia di chilometri, su quello che è reale, su quello che non importa. Perché da quando non ci sei, tutto è superficie.

Ieri notte non ho avuto bisogno di caffè: a questo l’Erasmus mi sta servendo parecchio. Sveglia come un grillo, non mi sono persa un minuto, dalle undici di sera alle sei passate. Alexander McQueen, Elie Saab, Maison Valentino, brave ragazze, rimandate all’anno prossimo tutte le altre. Benedict Cumberbatch era candidato, chissà se si ricordava di me, quel lontano pomeriggio di settembre al Lido. Una ragazzetta con un abito estivo di pizzo bianco, un nastro blu in vita – cosa avevo in testa, ero forse a un picnic nell’Hampshire con le sorelle Bennet? – che inciampava negli sgabelli dei fotografi e ignorando i vaffanculo spingeva imperiosa un foglietto sotto il naso degli attori che passavano. Ho sempre chiesto tanti autografi, ma credo di non averne conservato nemmeno uno. Per me conta il momento, la calca e la vittoria. Ho già troppe reliquie per i miei ventidue anni, non posso tenere in esposizione anche gli autografi. Non è stata una brutta cerimonia; lunga, un po’ noiosetta – da Neil Patrick Harris mi aspettavo molto di più – ma Lady Gaga che lascia spazio esclusivamente alla propria voce, e Julie Andrews (JULIE ANDREWS!) che entra e l’abbraccia commossa hanno dato un senso a questa nottata.
E soprattutto, nonostante il solito occhio di riguardo per la fashion police da red carpet, nonostante la mia immancabile vena critica, quest’anno ero di nuovo me stessa. Quest’anno mi sono impegnata a vedere più film in gara, mi sono informata un pochino di più, sono tornata a un’antica passione che avevo tenuto lontano in una sorta di esorcismo, sono uscita dal torpore degli ultimi mesi.

Agli Oscar spesso e volentieri non passa il vero, grande Cinema. Scorre sullo schermo, quando si ricordano i defunti. Passa raramente, passa più attraverso una singola interpretazione di uno, una sceneggiatura solida di un altro, una fotografia ineccepibile di quell’altro ancora, che in un unico, impeccabile film. Per la maggior parte dei film candidati darei la definizione di “buon prodotto”, niente da strapparsi i capelli, niente che mi emozioni davvero.
Forse non sono più abituata ad emozionarmi, forse pretendo troppo, forse non lo so nemmeno io perché in fondo sono una grande ignorante che assorbe il più possibile quello che ha intorno, e non vuole mai fermarsi, e vuole sapere ancora, e vedere, e sentire. E allora il cervello riprende ad andare a duecento all’ora, più veloce di quanto io possa parlare o digitare su una tastiera, e la testa mi si accende e si riempie di nuovo di immagini, di sensazioni, di parole, tutto contemporaneamente. Da quando ci sono, nulla è superficie.

 

Il bello, il brutto

Avevo deciso di limitarmi.

Avevo scelto la strada della sobrietà. Avevo preso l’ultima pagina della mia Moleskine nuova fiammante – nera, copertina morbida, il più anonima possibile – e ci avevo scritto dieci, semplicissimi propositi per il 2015.
L’anno scorso non ne avevo fatti; mi ero stufata degli elenchi, dell’ottimismo forzato. Lasciamo che mi porti il vento, mi ero detta. E’ stato un anno schizofrenico, difficile. E’ stato l’anno in cui ho preso decisioni che mi hanno cambiato la vita, in una parte infinitesimale che finirà per allargarsi in modo esponenziale, per la legge della palla di neve. Non sono stata felice, per la maggior parte di questi dodici mesi, ed è stata questa infelicità che mi ha portato a scelte imprevedibili, di cuore più che di testa, che adesso devo gestire in un modo completamente nuovo.

In questo inaspettato caos, il pomeriggio del 31, mentre le montagne innevate sfilavano silenziose fuori dal finestrino, avevo deciso di fare ordine con dieci propositi. Laurearmi, dimagrire, fare sport. Punti banali, ma rassicuranti, a cui attaccarmi per poter proseguire veloce e precisa come il vagone su cui mi trovavo. E basta. Solo dieci propositi, nell’ultima pagina della mia agenda, da verificare alla fine. Spunti per una vita ordinata che non ho mai conosciuto. Niente chiasso, niente riflessioni, niente bilanci, di nessun tipo.

Poi la mia amica Uma ha tirato in ballo Nick Hornby, e la sua mania per le classifiche, benedette classifiche. Non avessi mai letto Alta fedeltà. Uma con Nick Hornby chiama, e io allora rispondo, come ha peraltro già fatto lei. Ricalcando quindi l’efficiente lista della mia amica:

Posto più bello visto Turchia: gli scorci sorprendenti di Bodrum, la notte profonda di Istanbul, i tramonti antichissimi della moderna Smirne.  

Posto più brutto Una città italiana nel nord ovest, sul mare. E devo  specificare: non si tratta di Genova, che invece, due anni fa, mi affascinò molto, e dove fu girato anche il video di una canzone dei Baustelle estremamente mia.

Libro più bello Dio di illusioni, Donna Tartt. Certo, avrei potuto essere puntualissima e scrivere Il Cardellino, che è il libro dell’anno per eccellenza, e che ho divorato dopo Natale. E che ho amato. Ma Dio di illusioni, il romanzo di esordio, è qualcosa che ha fermato il mio tempo, che mi ha aggiustato. E’ il libro che – pur senza essere un colosso – tutti prima o poi dovrebbero incontrare.

Libro più brutto Addio, Monti, Michele Masneri. Il problema è che l’ho letto pochi mesi dopo Truman Capote, a cui si rifà esplicitamente. E insomma.

Film più bello Ho un terribile vuoto. Non ricordo quasi niente di quello che ho visto quest’anno, e soprattutto, con grande vergogna, sono andata pochissimo al cinema. Ma forse potrei dire Il giovane favoloso (Mario Martone). O, come Uma, Nebraska (Alexander Payne).

Film più brutto I primi dieci minuti di Diana – La storia segreta di Lady D. I primi dieci minuti perché era talmente inguardabile che ho cambiato canale.

Cosa più buona che ho mangiato I pastel de nata con una spolverata di cannella, a Lisbona.

Cosa più cattiva che ho mangiato Probabilmente il pollo al curry che mi sono preparata da sola una domenica di grandi dolori di stomaco.

Canzone più bella ascoltata Quest’anno mi sono appassionata a L’Orso, e L’ultimo giorno mi ha stretto la gola fin dal primissimo ascolto.

Canzone più brutta ascoltata Qui alzo le mani, perché ce ne sono davvero un’infinità.

Uma mette anche Gli spettacoli teatrali ma io sono una laida che praticamente non ne ha visto uno.

A differenza sua, non ho avuto problemi a trovare il brutto di ogni cosa. Perché in tanto vagabondare, in tanto trottolare, in tanto sorprendersi e persino divertirsi, in fin dei conti è stato un anno un po’ crudele.

E aggiungo alla mia sobria lista in fondo all’agenda un undicesimo proposito, forse figlio degli altri dieci, inevitabile conseguenza: l’anno prossimo, comunque giri il vento, qualunque strada mi si apra davanti, mi ricorderò solamente le parti migliori.

Perché, dopo tanto tempo, anche a me ora regalo solo cose belle.

Love is such a losing game

Lui è povero in canna, ma ha il cuor contento e suona la sua armonica mentre porta un piccolo abete alla sua fidanzata. Lei pure povera in canna, il linoleum della cucina è staccato in diversi punti e non sa più come pagare le bollette. Entrambi vogliono comunque farsi un regalo di Natale. Lui sceglie una catenina per l’orologio di lei: troppo cara per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissima armonica. Lei sceglie un astuccio per l’armonica di lui: troppo caro per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissimo orologio di famiglia.

Topolino e Minnie sono davanti al camino, si scambiano i regali e la me bambina si sente addosso un male di vivere infinito. Il loro sacrificio è inutile. La catenina senza orologio forse è anche utilizzabile, ma a che serve un astuccio senza armonica? Invece Topolino e Minnie si amano e sono contenti lo stesso, perché l’importante – nonostante lui indossi un cappello da Oliver Twist e lo stipendio di lei consista in dolci ai canditi – è aversi l’un l’altra. Casetta innevata e gran finale con tutti i personaggi delle storie precedenti, Rosso e verde è l’agrifoglio, fa la la la lalallalà.
Questo era Topolino e la Magia del Natale, e da piccola mi lasciava l’amaro in bocca, perché quella storia della perdita di un oggetto caro mi faceva soffrire che nemmeno Minnie fosse morta di stenti nel seminterrato dove lavorava. Sarà che spesso e volentieri amavo più gli oggetti che le persone – sporca capitalista che sono.

Ricordo molto vividamente la cupa disperazione quando i miei mandarono a ridipingere il mio armadio, e il senso di lutto del giorno in cui svuotai la mia prima libreria – probabilmente una BILLY bianca, asettica e funzionale – per accoglierne una molto più grande e solida, ricordo di un vecchio zio di mio padre.
A dodici anni, fresca di studi, organizzai un sit-in sulla mia scrivania, che mia madre voleva sostituire in vista delle superiori.
E in realtà potrei riempire righe e righe sull’orsacchiotto a cui mia sorella staccò un occhio – che io conservai -, sugli scaffali a rischio di collasso perché mi rifiutavo di buttare via anche le cose più inutili, su tutte le case con giardino che i miei non comprarono mai perché io ero affezionata ai muri e alle finestre della nostra.

Due estati fa, a Londra, ho comprato un anellino, al mercato del sabato mattina di Portobello Road. Minimale, una fascetta d’argento con una pietruzzina verde: era l’unico anello a non starmi largo, e io ero elettrizzata all’idea di averne finalmente uno. Mi ero fatta tutta una costruzione sulla promessa di amore per me stessa, sul legame inscindibile tra me e Londra, insomma, tantissime pippe mentali. Il lunedì seguente, l’ho perso. Stavo andando a lezione a Waterloo, e a un certo punto mi sono accorta che non ce l’avevo più al dito. Ho frugato nella borsa, nelle tasche dei pantaloni. Niente. L’amore per me stessa, il legame inscindibile tra me e Londra, sparito nel brevissimo tragitto tra casa mia in Pocock Street e il college.
Nei giorni a venire ho più volte ricontrollato i cassetti della mia stanza, il minuscolo bagno, persino la moquette, senza nessuna speranza. Qualche settimana dopo ho rifatto le valigie, e sono tornata in Italia.

Un pomeriggio di maggio, sono sul divano, in Italia, insonnolita e poco collaborativa. Mi abbraccio a uno dei cuscini, le mie dita sprofondano nella fessura tra il mobile e il muro. C’è qualcosa di metallico, piccolo e sottile. E’ una fascetta d’argento con una pietruzzina verde, e non è possibile che si trovi lì, eppure c’è. Il mio primo anello ha viaggiato oltre il tempo e lo spazio, e da una strada londinese è arrivato fino in camera mia, nella pianura padana.

Lo indosso con orgoglio, lo covo con gli occhi, mi innamoro di lui, ha fatto una cosa che  desidero sempre ma che non mi aspetto mai da nessuno: è tornato.

In estate penso di averlo perso di nuovo, ma è un falso allarme: l’ho solo messo nella trousse.

A novembre, scompare in un albergo. Un minuto ce l’avevo al dito, il minuto dopo mi guardo le mani allarmata e inizio a setacciare la camera e il bagno, metto tutti in allerta, emano angoscia. Il giorno seguente, mi viene riconsegnato: era caduto davanti al banco della reception. Inizio a credere seriamente nei suoi poteri – e anche un po’ nella mia drammatica distrazione.

La settimana scorsa, anzi, ormai due settimane fa, sono a un evento di beneficenza. Non indosso gioielli, solo il mio anello magico. Penso a lungo prima di metterlo, ma quella sera mi serve un pizzico di fortuna e di coraggio, e quindi lo infilo al medio della mano sinistra, l’unico dito in cui sta. La festa procede bene, mi concedo addirittura due Cosmopolitan. Nel bagno delle ragazze c’è un po’ di fermento, mi avvicino per vedere se c’è bisogno di aiuto, il tempo passa, nella mia memoria è un po’ distorto, è l’una di notte, sono le due, i colori sono più accesi, vado a fare la pipì ed esco urlando dal cunicolo: il mio anello è sparito. Sono convinta che sia finito nel gabinetto, ma in effetti se n’è andato di sicuro prima. Sul momento non ricordo, la mattina dopo, invece, in un lampo di tragica lucidità, mi rendo conto di averlo appoggiato sul lavandino e da lì probabilmente di averlo spazzato nel pattume sotto. Un pattume pieno fino all’orlo di fazzoletti, roba bagnata, forse anche assorbenti. Un pattume che di sicuro è stato svuotato la sera stessa.

E questa volta non c’è un lieto fine. Non so dove vada la spazzatura del bagno di un locale; di sicuro, per il mio povero anello magico sarebbe stato meglio restare sull’asfalto a The Cut, ad annusare l’odore di fritto e di malto della fredda aria londinese, invece di finire in mezzo a salviette sporche. Eppure, io sto bene. Quando ci ripenso sospiro un po’, dopotutto rappresentava l’amore per me stessa e il legame inscindibile con Londra; ma la sto prendendo molto meglio di quanto mi sarei aspettata. Meglio dell’armadio ridipinto, meglio della libreria massiccia, meglio della scrivania con dei veri cassetti.

E’ solo un oggetto, e per quanto significato io gli possa aver dato, i sentimenti che ci stanno dietro mi appartengono ancora e quelli, per fortuna, non si possono smarrire.

Adesso, posso persino provare a riordinare la camera, e buttare via quello che non serve più.

Adesso, penso che potrei anche venderla, la mia armonica.