Summer sent a runner for the feeling that I lost today

Quando nacque il principe George, io fui molto fortunata: ero proprio a Londra. Quella mattina mi ero svegliata per la prima volta nella mia stanzetta in Pocock Street, mi ero fermata a prendere un caffè sul The Cut ed ero approdata al King’s College con l’aria sperduta, gli occhi grandi come l’Ape Maia e la coordinazione motoria di chi ha appena realizzato di avere un corpo. Non conoscevo nessuno, non ero nemmeno sicura di saper parlare inglese abbastanza bene da poter capire qualsiasi cosa mi avrebbero detto. Appena entrata in classe avevo scoperto che il mio nome non era sulla lista – il mio tentativo precedente di iscrivermi a corsi poi cancellati per mancanza di studenti aveva evidentemente mandato in tilt il sistema. Pensavo sarei stata da sola per tutto il mese successivo, e la cosa non mi dispiaceva nemmeno, in realtà, perché volevo assaporare Londra in modo completo, totale, con la devozione che si rivolge a una persona amata, e non mi sarebbe importato amare Londra da sola.

Alla sera invece brindavo la nascita dell’erede in un pub con la mia amica Parigina – che sarebbe ripartita l’indomani – e un gruppo di studenti appena conosciuti: sarebbero diventati i miei compagni di merende, i miei fidi compari per tutta la durata dell’avventura londinese. Quel mese, quel mese scarso, è stato uno dei periodi più felici della mia vita. Ricordo distintamente i pochi momenti di malinconia: una domenica chiusa nella mia stanza cercando di studiare, una gita a Oxford dove per fortuna il malcontento durò giusto il tempo del viaggio in pullman, un pomeriggio dove alcune preoccupazioni si dissolsero nell’aria prendendo un tè con la mia amica olandese. Momenti fugaci, ritornano alla mente solo quando mi chiedo se era stata davvero così bella la mia esperienza inglese. E’ molto più vivida invece la sensazione di benessere assoluto che provai una sera, andando a letto: avevamo appena fatto una cena internazionale nell’appartamento al piano di sopra, avevamo mangiato delle crepes con dentro gli Oreo, bevuto la birra Becks che compravamo a scontatissimi pacchi da sei da Sainsbury’s, e avevamo parlato dei più grandi successi di Tiziano Ferro con una ragazza brasiliana. Infilandomi sotto il piumone – piumone a luglio, it’s England, baby – per la prima volta da parecchio tempo mi ero concessa di pensare: <<Sono la ragazza più felice e fortunata della terra>>. Talvolta passeggiavo in certi pomeriggi caldi lungo il Millenium Bridge, il mio ponte preferito in assoluto, e guardavo il Tamigi, e guardavo St Paul biancheggiare sotto il sole, e mi ripetevo “I feel so blessed, mi sento benedetta”, e mi veniva naturale dirlo in inglese, perché la parola blessed sembrava ricomprendere le mie sensazioni ancora meglio della traduzione italiana, sembrava più giusta. London has blessed me.

Adesso che è arrivata pure Charlotte Elizabeth Diana, non posso fare a meno di ricordarmi quei giorni: troppo facile, come allora sono nuovamente lontana da casa, anche se sono in un Paese che non è la mia amata Gran Bretagna, anche se qui non mi sento benedetta come mi faceva sentire Londra, per quanto sia bella Friburgo, per quanto sia fatta a misura di studente, per quanto sia contenta di vivere qui per qualche tempo. Senza dubbio la lingua è un grande ostacolo: non mi viene mai da pensare in tedesco, non lo so nemmeno lontanamente così bene. Oggi, pur avendo ordinato correttamente, alla successiva domanda del cameriere ho risposto automaticamente Yes. Nemmeno Ja mi viene spontaneo. E anche la compagnia è molto diversa da quel gruppetto eterogeneo che andava a ballare al Piccadilly Institute. Eppure, per colpa di quel mio vizietto del pensiero magico mai sconfitto, credo sia in arrivo un altro po’ di quella felicità senza confini, perfetta in pochi, semplici momenti.

Certo, già che ne stiamo parlando, io speravo la chiamassero Victoria. Un po’ perché è nata lo stesso giorno di David Beckham, un po’ perché, come ricordava J.K. Rowling su Twitter, il 2 maggio è anche il giorno in cui Voldemort venne sconfitto per sempre, e da brava nerd mi sembrava molto appropriato come nome. Ma in fondo, non importa.

Quello che importa è che ritorni il pezzetto di felicità che promette il mio pensiero magico, anzi, mi voglio rovinare, lo auguro a tutti voi.

Siate schifosamente felici. Andate a letto pensando di essere i più fortunati del mondo – anche perché in fondo lo siete, e lo sapete. Ascoltate cose splendide – io ad esempio, sto casualmente ascoltando England dei The National in loop. Leggete, annusate la pagina, accarezzate lo schermo del kindle, mi sto rovinando davvero a dirvi pure questo, il kindle. Versate il latte nella vostra tazza di tè. Guardate le mie bacheche Pinterest, in particolare quella che si chiama Everything is illuminated, con tutto ciò che mi riempie il cuore di gioia genuina. Ogni cosa è illuminata, ogni cosa è illuminata! Jonathan Safran Foer, un po’ ti odio perché a me quel titolo piace infinitamente. e vorrei fosse mio mio mio. Scrivete! Leggete i miei post vecchi. Cogliete l’ironia. E imparate l’autoironia, non vi sopporto quando vi prendete sul serio. Ridete dei miei buoni sentimenti di adesso, dite che sono banale. Ridete anche della mia passione per le vicende della famiglia reale di Inghilterra in un mondo crudele dove succedono cose orribili – non temete, penso anche a quelle, ci penso eccome. Scattate un sacco di foto, fatevi scattare un sacco d foto, andate al cinema. Recuperate tutte le stagioni di Scrubs. Mangiate con consapevolezza. Bevete buon vino. Siate ordinati, sì, lo sto dicendo proprio io. Esercitate l’olfatto.

Parlate di cose estremamente intelligenti e di cose estremamente futili senza soluzione di continuità. Ad esempio mettete nello stesso discorso i diversi significati che la figura di Amleto assume nella cultura del Novecento e le mie nuove slip-on argentate. Se mia sorella mi sta leggendo, è pregata di non toccarle finché non torno a casa. Sono mie mie mie.
Parlate con le persone che vi piacciono.
Parlate con me, se avete paura che nessuno vi ascolti. Io ad esempio avevo paura che nessuno mi ascoltasse, e allora ho iniziato a scrivere su un blog.
Però se dite ancora una parola sulla tesi di laurea giuro che impazzisco. Prometto che smetterò anche io.

Passeggiate sotto al sole, alla pioggia, alle stelle, che ci sia o no il Tamigi luccicante sotto, o il Tevere, o la Senna – preoccupatevi un giorno di vivere in una città con un fiume, una città con un fiume ha tutto – e, per l’amor del Cielo, sentitevi blessed.

You must be somewhere in London
You must be loving your life in the rain

Londra fa bene al cuore

Mi dispiace. Mi dispiace per chi digita su Google “visite mediche erotiche”, pregustando chissà quali sconcerie tra dottori con il camice aperto sul petto nudo e sprovvedute pazienti in cura perché afflitte da serie patologie che comportano orgasmi multipli ogni venti minuti, e invece di approdare nel paradiso degli ammiccanti “Dica trentatré” arriva qui.  Qui dove ci sono solo io, e io voglio parlare solo di Londra, e di quanto la amo, e quindi ci sono solo sentimenti puliti e innocenti. Perciò facciamo così: io vi metto questo, voi vi distraete e invece chi è interessato a quello che ho da dire può continuare a leggere.

Stavamo a sud del fiume, e prima di partire ero un po’ preoccupata, perché avevo letto che lì sotto è un mortorio, la vera vita è a nord. La prima sera mi sono rinchiusa nella mia cameretta, in cui ho nidificato molto presto e con grande soddisfazione, decisa a non parlare con nessuno. Doveva essere la mia avventura, mi ero detta, avevo questa idea balzana in testa che già che vivevo da sola dovevo spendere da sola anche le mie giornate, esplorando la città con me stessa e basta. Non è andata proprio così, perché già dal primo giorno di lezioni mi sono ritrovata inserita in un gruppo di compagni di corso, con cui ho finito per condividere buona parte delle mie cene, delle mie serate, delle mie spedizioni. E effettivamente, è stato infinitamente meglio così.

Ero già stata a Londra altre tre volte: la prima di volata, a quattordici anni, un giorno regalato da un volo cancellato. La seconda a sedici anni, una vacanza con la famiglia che a quell’età inizia a starti stretta, ma non puoi farne a meno. La terza a diciannove anni, con gli amici, per Halloween: finalmente l’età per farsi una birra in un pub, che io sono una ragazza poco fine che la birra la beve come un carrettiere. Adesso di anni ne ho ventuno, da pochissimo, e volendo potrei entrare anche in quel pub all’angolo tra Blackfriars Road e The Cut, quello dove invece avevano alzato il limite d’età per gli alcolici. Ci passavo davanti tutte le mattine nel tragitto studentato-college su cui mi ero automatizzata. Ci si metteva quindici minuti a percorrerlo, ma noi ne impiegavamo dieci perché eravamo sempre di fretta.

Londra per me è stata di corsa. Fuori di casa, ascensore, porta che sbatte perché non c’è il tempo di chiuderla bene, Pocock Street, mamma mia quanto sembrava lunga la pacifica Pocock Street. E poi: The Cut, fino all’Old Vic Theatre, qui si gira verso l’Imax. Oppure ci si fionda nella stazione di Southwark, e allora giù dalle scale mobili, poi su, poi ancora giù, poi ti lanci dentro al treno appena in tempo, e per fortuna che sulla Jubilee Line ci sono le barriere davanti al binario. E ancora: prima la Jubilee, poi la Northern, poi la District. Temple Station! La voce metallica ti ammonisce Miiiiind (pausa significativa quasi impercettibile, ma c’è) the gap, le ultime due parole invece discendono, gravi. Occhio che in alcune stazioni il gap è davvero da spezzarsi l’osso del collo se si è di gamba corta come la sottoscritta. Sei arrivata. In Fleet Street si trova il negozio della Twinings, è stretto e si sviluppa in lunghezza, un corridoio pieno di specchi e di scatolette felici potrebbe condurti diritto nel giardino del Cappellaio Matto, non si sa mai, di fatto in fondo il té te lo servono, te lo fanno degustare, e il profumo è sopraffino. C’è il sole che splende, qualche volta, e sai che a Londra è raro, ed è incredibilmente caldo e generoso, e a maggior ragione sai che lo devi assaporare in ogni secondo in cui si dona ai massicci edifici grigi, all’acqua placida, ai vetri scintillanti, ai taxi neri che luccicano e ai double-decker che si trascinano pesanti eppure agili, sembrano davvero il Nottetempo. E allora le cose vanno fatte bene e vai a sederti dalle fontane di Trafalgar Square, che qualche fanatico religioso c’è sempre a ricordarti che Gesù sta arrivando, e da qualche parte suona anche una cornamusa, come sul ponte di Westminster. Dite quello che volete, a me la cornamusa stringe la gola e smuove non so più quante corde dentro, quando l’ascolto mi scioglierei in lacrime ma belle belle. Sei di umore mangereccio, ci scappa una fetta di torta di mele alla caffetteria della National Gallery. Con gli odori stuzzicanti che aleggiano per l’aria, di sicuro ci scappa anche qualcos’altro, un waffle, un red velvet cupcake, i sensi di colpa li lasciamo in Italia. Hampstead Heath diventa subito un luogo dell’anima, ti viene voglia di salire sulla collina e gridare NON CAPISCI NELLY? IO SONO HEATHCLIFF! Regent Park è adorabile, e tu pensi all’inizio del cartone della Carica dei 101, pensi come dev’essere l’appartamento da scapolo nelle vicinanze dove Pongo passava le sue giornate a cercare una donna per il buon vecchio Rudy, sempre al pianoforte. C’è Covent Garden, un gioiello, le stradine brulicanti, la mia libreria Waterstones preferita, la vita che fa capolino ubriaca di gioia e London Pride dietro ogni angolo e dietro ogni mattonella.

Alla sera è ovvio. C’è il pub. C’è il legno che scricchiola sotto i passi, che mi piace perché un po’ mi ricorda quello consunto dei palcoscenici, c’è l’odore inconfondibile – ormai lo sapete che il mio olfatto compensa la vista e agli odori mi ci affeziono e li ritrovo ovunque vado – e il pub sa di birra schiumosa, di tabacco pure se non si può più fumare dentro, di tappezzeria consunta e di querce. Alle undici, undici e mezza, si chiude e in ogni gruppo c’è l’amico più festaiolo che vi vuole portare tutti a ballare, e alla fine gli dici di sì e si va al Piccadilly Institute, dopo possiamo tornare a casa a piedi e farci il Waterloo Bridge e sospirare davanti alle luci che tremolano sull’acqua, al quadrante della torre del Big Ben, l’ho visto centilioni di volte e ancora mi emoziona, così altezzoso ma rassicurante. Viene voglia di saltellare per le strade che dal vociare concitato di Leicester Square mano a mano si lasciano conquistare dal tuo passo, mentre ti allontani dal West End, e rimangono solo tue, e allora corri e fai una piroetta, è Londra che è tutta tua questa notte.

Il chicken tikka masali di Sainsbury’s gira nel microonde, sono sei minuti ed è pronto, così risolvi il problema dei pasti in una cucina sprovvista di pentole. Si sta volentieri in compagnia seduti ai banconi, a raccontarsi dei Paesi d’origine, a scherzare su Berlusconi, cos’altro ci puoi fare se no?, a insegnarsi qualche parola della propria lingua, ad assaggiare piccanti ma deliziosi piatti da Singapore e panakuken olandesi – io ci ho spiaccicato panna montata ed Oreo dentro, per mia colpa, mia maledettissima colpa. Condividiamo gli stereotipi: i francesi sono effeminati (i finlandesi pensano lo stesso degli svedesi), gli italiani sono tamarri, gli olandesi fumano erba da mane a sera, gli asiatici parlano un inglese tutto loro. Apprezziamo le cose belle di ognuno, impariamo che siamo tutti delle matrioske, conteniamo infiniti noi che non capiamo come far coesistere, ma incastrandoci per bene ci riusciamo sul serio. Ci poniamo tante domande, cosa vuoi fare dopo, perché sei venuto qui? Incredibilmente, qualche risposta ce la diamo.

Non sono partita aspettandomi rivelazioni. Cercavo un po’ di indipendenza, cercavo una città da vivere fino in fondo – Londra – cercavo un po’ di felicità spicciola. Ho avuto tutto, ho avuto notti che mi addormentavo sentendomi in pace con il mondo, o almeno con quell’angolo di mondo che abitavo io, quell’angolo che in effetti un po’ era il mio posto. Tornata in Italia sto ancora bene, è pur sempre il mio Paese. Ma, in caso, so che può saper di casa anche là. O meglio: ne ho la conferma perché, come quando si ama qualcuno, sono cose che si sanno da sempre.

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Questione di non

Questo post è dettato dal bisogno. Dalla fame atavica che massacra le viscere. Dall’impossibilità di seguire una fottuta dieta in Inghilterra.

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Quando me ne stavo in Italia, da studentessa stressata, ero riuscita a perdere peso con relativa facilità: pasta solo una volta a settimana, un po’ meno dolci, un po’ meno fritti, giusto qualche colpo di testa nei momenti di crisi avanzata (vedi: giorno prima dell’esame, impegni impossibili da incastrare, orario dell’ultimo accesso su whatsapp). Ma sapete perché era così semplice? Perché stavo con mamma e papà, e papà faceva la spesa tutte le mattine, e la dispensa era piena di cibi salutari tra cui potevo scegliere, e c’era sempre una scatoletta di tonno a cui ricorrere – perché ho anche scoperto che saper preparare le torte non vuol dire saper cucinare, anzi, è saltato fuori che non so cucinare proprio una fava e ho ridotto pure le uova perché non riesco a farle rassodare.
La dieta è una questione di non: banalissima quando sai cosa non mangiare, problematica quando non sai cosa mangiare. E questa seconda situazione si verifica quando:

  • vivi all’estero
  • vivi da sola

Vado molto fiera della mia apertura mentale in fatto di cibo, l’ho già detto, ma in effetti quelli erano i bei tempi delle scorpacciate senza pensieri, quando non avevamo un obiettivo, non avevamo i fianchi, non avevamo il metabolismo di una cinquantenne. Adesso devo in qualche modo ristabilire un ordine naturale delle cose, e quindi devo evitare il più possibile le incursioni nella cucina locale, che è principalmente basata sulla pastella, il fritto allegro con brio, le patatine. Le patatine!, numi del cielo, le patatine che profumano le strade, che mi assalgono a ogni ventata, che dovrò chiedere ai miei amici di legarmi all’albero maestro di un qualche battello sul Tamigi e di non cedere alle mie disperate richieste di una porzione senza ketchup. Dovrei richiamare la mia educazione cattolica per resistere alle mille tentazioni di questa città: perché di non solo pane vive l’uomo, ma anche di waffles il cui delizioso odorino si sparge già nei cunicoli della metropolitana, e di cupcakes che stanno tutti trionfi in vetrina, e di KFC, che diamine il pollo è dietetico, no?

A tutto questo aggiungiamo il fatto che, finalmente, alla veneranda età di vent’anni mi devo occupare di me stessa in toto, che vuol dire fare la spesa, lavarsi i vestiti, comprare detersivi (il mio rapporto di odio/amore con queste lugubri attività: qui e qui). La mia prima spedizione da Sainsbury’s ha fruttato un lauto bottino: pane da toast, Doritos, Nutella e Maltesers. Sulle molteplici emozioni che danno i Maltesers è meglio non soffermarsi – ma detto fra noi sono l’amante che ogni donna desidera -, in ogni caso non costituiscono l’alimentazione equilibrata che dovrei seguire, e che sto davvero perdendo la forza di.

E’ qui che venite in campo voi: mi serve una nuova motivazione, mi servono suggerimenti che includano meno pasta possibile, mi serve disciplina, mi serve incoraggiamento.

Sono tornata alla bocca dell’inferno per procacciarmi cibo vero, che, mi duole dirlo, è molto difficile da trovare quando non hai pentole e padelle – né vuoi comprarle perché hai la valigia piena zeppa di libri e Ryan Air è una stronza in fatto di valigie. Adesso possiedo del cheddar, dello prosciutto cotto, del riso pseudoindiano da riscaldare al microonde e del couscous, e per il resto mi affido a voi e a Dio.

E a una confezione di Babybel da 69 calorie l’uno.

Se va male sa di zuppa

Il bus passava davanti a Westminster mentre il Big Bang rintoccava le sei del pomeriggio, e i cerchi di piombo si dissolvevano nell’aria, pensavo, perché prima di partire ho letto Mrs Dalloway, e la Virginia parlava dei rintocchi di piombo del Big Bang che si dissolvevano nell’aria, e accidenti se l’impressione è questa, pensavo appunto.
Io ero lì, proprio come Clarissa, e sentivo che Londra era tutto ciò che amavo.

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Londra è calda. Quando c’è il sole non lo diresti, e invece picchia duro, arrivi all’ingresso della metropolitana sudata e affannata, e lo spostamento d’aria provocato dal treno che sferraglia via è una benedizione.

Ho sentito da qualche parte che non ricordo – e giuro che vorrei ricordare, perché vorrei citare seriamente, riconoscere i giusti meriti eccetera eccetera – che Londra odora di cibo a qualsiasi ora. Non sai quanto è vero finché non annusi in prima persona. L’aria sa di fritto, sa di birra, di tanto in tanto un pizzico di curry. Quando va male, e purtroppo capita più spesso di quanto desideri, sa di zuppa.

Un’altra cosa che dicono allo sfinimento su Londra, e che di quanto sia esatta non puoi comprendere la misura finché non ti ci trovi in mezzo, è che è piena di italiani. Non è un eufemismo. Non è che vedi sfilare comitive di italiani con zainetti e bandierine – anche quelli ci sono, ovviamente – è che proprio tu sali in metro e la ragazza davanti a te sta leggendo il Corriere della Sera, e i negozianti anche se sono inglesi ti si rivolgono in italiano perfetto e tu fai loro i complimenti e ti rispondono che così hanno imparato a trattare, e vai a comprare delle scarpe a Portobello e la commessa ha questa fortissima inflessione bresciana, e origliando conversazioni in giro senti un’ubriaca americana che attacca pezza a una ragazza di Firenze.

Ma qui sembrano sempre tutti più gentili, e quando si mettono a fare musica per strada non scherzano, io mi sono già innamorata di un quartetto che mi ha rallegrato il sabato mattina a Portobello Road, e li ho cercati su Facebook.
Il mio è purtroppo ancora un punto di vista esterno, ma è come se gli inglesi sapessero di vivere in un Paese meraviglioso, e facessero di tutto per renderlo ancora più delizioso, ancora più caratteristico, ancora più british, sembra una ridondanza, ma mi chiedo se essere un buon inglese non sia un po’ un mestiere.

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Mentre scrivo le prime gocce di pioggia britannica sulla finestra fanno eco al ticchettio dei tasti del portatile. Da qualche parte ci sarà ancora qualcuno che brinda all’erede, che è nato da sette ore e mezza circa, e mentre noi fremevamo nella sua attesa lui se ne stava già lì bello e beato tra le braccia di mamma Kate. Non so bene quali siano le possibilità motorie di un neonato, ma sono sicura che se nel trambusto e nell’eccitazione generale avesse già avuto la capacità di ciucciarsi un piede l’avrebbe fatto. Mi sono concessa di pensare un po’ al silenzio che magari è seguito al primo vagito, a quelle ore in cui il bimbo era nella sua copertina ma nessun cavalletto ancora dava l’annuncio ai sudditi; dicono che sono state sbrigate questioni burocratiche, telefonate, eccetera eccetera, ma a me piace immaginarmi questo primissimo momento in tre tutto ovattato, come quello di una qualsiasi coppia senza corona. Speravo fosse una femmina perché volevo una Grande Regina, volevo una Victoria Elizabeth Diana (come primo nome Diana non avrebbe mai funzionato, ma infilato lì, nella mischia, chissà) che onorasse l’illustre stirpe.  Significa che dopo Elisabetta non farò in tempo a vedere un’altra Regina sul trono d’Inghilterra, sono faccende serie, i royal cromosomi avrebbero dovuto pensarci bene prima di amputarsi una gambina.

Ma me lo faccio andare bene, perché ai Windsor porto sempre tanto affetto, perché regnano sul mio luogo dell’anima. E’ un momento storico, e sono qui, a Londra, a brindare con una pinta, mentre questa pioggia britannica, la prima da quando sono arrivata, farà rinverdire i prati, disseterà la brughiera, rinfrescherà l’aria. Saprà definitivamente di casa.

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Via, via

Principalmente dei viaggi all’estero compiuti con la mia famiglia durante l’infanzia ricordo tavoli di legno all’aperto in una qualche piazzetta bavarese, l’odore di wurstel nell’aria, chili di patatine fritte, boccali appannati di birra fresca in cui pucciare il dito per assaggiare almeno la schiuma – che se qualcuno pucciasse il proprio dito nella mia birra io tipo morirei, santa pazienza dei genitori. Mio papà è da sempre affascinato dai paesi nordici e appena io e mia sorella abbiamo raggiunto un’età in cui sgambettare senza richiedere il passeggino abbiamo abbandonato le placide vacanze nell’Appennino emiliano per spingerci verso ben più arditi lidi. Certi sostengono che queste peregrinazioni siano sprecate per dei bambini, che tanto non si ricorderanno niente. Ecco, in proposito vorrei dire che magari a Berlino e Stoccolma ci tornerei volentieri con la mia consapevolezza di ventenne, ma che sostengo in pieno la politica adottata dai miei di gettarci in piscina e farci nuotare.

Veramente di gettarci in piscina non l’hanno mai fatto, e infatti tuttora nuoto a barboncino – che è una variante del cane meno gioiosa e più schizzinosa, della serie “Che schifo ci sono le alge le meduse oddio è una tracina che mi ha sfiorato il piede?”, ma il concetto è che oltre ad aver imparato molto presto ad apprezzare il sacro nettare dell’Hofbräuhaus penso di essere davvero arricchita dalle esperienze vissute.

Prima di tutto, e non è una cosa assolutamente scontata, so sopravvivere. E per sopravvivere intendo dire che io riesco a nutrirmi senza dover ricorrere al primo postaccio che mi offra i veri e inimitabili Bologneese Spaghetti. Senza rinnegare le mie tradizioni (GNOCCO FRITTO! TORTELLINI IN BRODO! PASTA AL FORNO!), io ho imparato ad assaggiare, a scoprire. Il cibo è un veicolo fondamentale per l’apertura mentale, ne sono sempre più convinta. Ho mangiato l’haggis a Edimburgo, sì, quello fatto con le budella di pecora; le lumache nella paella a Valencia (veramente che non erano bocconcini di carne non identificata l’ho scoperto solo a piatto ripulito); in un ristorante australiano a Berlino sono stata senza cuore e ho morso un hamburger di canguro – un canguro morto di vecchiaia, voglio precisare. E dato che non solo di stinco vive l’uomo abbiamo provato i ristoranti etnici che il luogo offriva: cucina mongola, indiana, libanese, greca, marocchina. Tantissimi sapori che promettevano le meraviglie dei posti da cui provenivano. Anche senza pizza margherita with real mozzarella cheese me la so cavare piuttosto bene.

So stare lontana da casa, senza avere comunque un punto d’appoggio fisso: quelli erano dei veri e propri tour, prendevamo la vecchia Mondeo (pace all’anima sua) e giravamo mezza Europa, tre giorni lì, una notte là. L’anno in cui andammo in Bretagna – dopo cinque giorni a Parigi e Disneyland programmati con largo anticipo – non avevamo prenotato nessun albergo per la prima notte a Nantes ed essendo altissima stagione rischiammo di dover dormire in macchina, perché quasi nessuno sembrava avere stanze libere.

Finì poi tutto bene, so che eravate un po’ in apprensione.

Il punto è che dopo anni di vagabondaggi famigliari, di presunta ampiezza di vedute e di illuminismo derivati da queste esperienze, io di fatto ero ancora a casa. “Voglio vivere all’estero”, “Voglio studiare fuori”, “Voglio fare l’erasmus”: frasi che ripetevo in continuazione, alimentandomi un mito di una ragazza indipendente e forte che sa come gira il mondo, che entra subito negli usi e costumi locali, che non frigna perché le manca il suo letto. Solo frasi, però, perché al momento di scegliere l’Università nemmeno la forza di iscrivermi a Bologna ho trovato, figurarsi Oxford. E già qui, è una puntura di zanzara pensare che in quei sofferti giorni stavo chiudendo tanti possibili futuri luminosi per viverne uno solo né carne né pesce, che le strade che non hai intrapreso sembrano sempre più panoramiche quando stai inciampando nella boscaglia su quella parallela. Divago.
Dicevo: non ho mai seriamente mosso il culo da qui, e invece domani parto quasi in solitaria e me ne sto via un mesetto. A Londra, la città che amavo da prima di conoscerla, che avevo idolatrato quando ancora era un’idea fumosa, un 221/B di Baker Street o un appartamento da scapolo tenuto in ordine da un perfetto Jeeves. La città che mi lasciò un po’ di amaro in bocca le prime due volte, e una voglia pazzesca di rivederla dopo essere rientrata in Italia, e che alla terza visita invece si rivelò pienamente all’altezza del sogno d’amore che mi ero costruita su di lei.

Un mesetto non è davvero niente. Un mese fa ero nello stesso identico punto di adesso, lo stesso preciso dove sono da un anno, e non è davvero niente. Ma se Londra deve essere la mia futura patria, questa sciocchezzuola di neanche trenta giorni, questa manciata di settimane che ci prendiamo io e lei, la considero un rodaggio: Samantha Jones lo diceva che gli uomini vanno provati prima del matrimonio come si fa con un’auto prima di comprarla, e si sa che per me Sex and the City è da sempre e per sempre una scuola di vita.

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“Land of Hope and Glory” *

Temo che questo post sarà in netto contrasto con quello precedente, ma del resto queste sono le date, queste le tempistiche, e mi tocca passare da un argomento serio e urgente come il terremoto nelle mie zone (tra l’altro, per chi fosse interessato a fare qualcosa anche dopo, ovvero quando sarà cessata l’emergenza e gli sfollati saranno lasciati a se stessi, questo è un sito utile) a quello che di questi tempi potrà sembrare estremamente futile: essendo però io inglese mancata, per me il Diamond Jubilee è una grande celebrazione. Anche se cade nello stesso giorno della festa della nostra Repubblica, che un pochino mi ha delusa perché speravo avesse qualcosa per l’Emilia che non fossero solo belle parole – ma a cui voglio un po’ di bene comunque, non ho le forze di fare polemica, che ci sono cose molto più costruttive in cui incanalare energia.

Dicevamo che sono un’inglese mancata. Non so bene quando mi sia nata questa consapevolezza, ma so che qualcosa deve essersi inserito nel mio DNA nel momento in cui ho scoperto Il Giardino Segreto ed Harry Potter. La P bambina non faceva altro che leggere all’infinito sempre gli stessi libri (e.g. – La Pietra Filosofale ha raggiunto il record imbattuto di 11 letture), e agli adulti sconcertati, che non vedevano l’uso di riprendere in mano un romanzo di cui si sa già la fine, rispondevo che mi piaceva ritrovare i personaggi, venirli a recuperare ora che sapevo le loro sorti e riaccompagnarli lungo il viaggio. E a forza di stringere amicizia con quelle creature di carta ho finito per sentirmi a casa anche dove mi invitavano loro, e molti di quei posti in un modo o nell’altro esistevano al di là dell’inchiostro, erano raggiungibili nella vita reale. E allora pensavo alla brughiera dove la brutta Mary Lennox riscopriva la natura e ingrassava a forza di mangiare porridge, mi immaginavo il suono di quell’accento dello Yorkshire che caratterizzava la famiglia di Dickon, e soprattutto mi lasciavo incantare da quella magnifica tenuta che doveva essere Misselthwaite Manor. Poi è arrivato Harry, e dei castelli della Gran Bretagna sono diventata un’habituée, per quanto le leggende di Re Artù mi avessero già un po’ sballottata tra il Galles, la Cornovaglia e la Francia (per cui ho un amore un po’ diverso, sempre sincero, diciamo un amore da anziana, sereno e rispettabile). Da lì sono fioriti altri interessi sempre a sfondo britannico: Agatha Christie e Sir Arthur Conan Doyle mi hanno condotto, rispettivamente, tra la campagna di Miss Marple (talvolta di Poirot) e la Londra un po’ fumosa di 221/B, Baker Street. La lista è ancora lunga e non pensate che solo perché non li ho citati Jane e Will non abbiano avuto la loro grande parte.

Insomma, sono partita dalla letteratura, ma poi ho finito per amare i paesaggi, il clima, persino il cibo – in parte, non esageriamo, sono pur sempre nata in un Paese dove la Cucina è arte e amore e non sono così corruttibile. Penso alla Gran Bretagna e mi sento a casa, proprio come quando da bambina ritornavo sulle pagine già lette. Mi esercito per avere quell’accento perfetto, quel modo di cadere sulle parole con tanto tatto, ma so che non essendo la mia lingua natale, ahimè, sarà molto dura – e poi io ci ho anche un brutto orecchio musicale, quindi è una battaglia persa in partenza – però so che in un modo o nell’altro io vivrò là, anche solo per due mesi, per un anno, per sempre. Perché il cielo plumbeo per me ci sta proprio bene con i prati verdi, e l’odore della pioggia, l’ho già detto, mi piace assai. Perché mi stanno simpatici i mattoni rossi delle periferie, i lampioni di Londra (per i lampioni si aprirà un giorno un capitolo a parte, dove si faranno compagnia con le panchine e i cancelli), i colori rosso blu e bianco della Union Jack, l’amore tutto inglese per il giardinaggio per cui io sono negata, la loro birra, le uova con il bacon alla mattina, le “bianche scogliere di Dover” e i gabbiani sopra di esse, e sì, ci vogliamo rovinare, pure la guida a sinistra. Perché conosco meglio le vicende e i nomi della Famiglia Reale che quelle dei Savoia dei tempi che furono, e del capo dello Stato adesso. Perché da piccola mi ero inventata un alter ego che era nipote di Elisabetta II, e quindi la chiamavo Betty, con tantissimo affetto, mica con alterigia o scherno, che io i diminutivi li uso solo quando voglio bene a qualcuno, chi mi sta antipatico lo chiamo con nome e cognome, vedi Camilla Parker-Bowles. Perché quando le storie di fantasmi sono ambientate in un castello scozzese mi danno più brividi di quelle ambientate in un luogo qualunque, e poi penso a Edimburgo e mi si stringe il cuore, che tra Londra ed Edimburgo non so scegliere. Perché nei miei sogni vedo un cottage ricoperto d’edera, dei campi sconfinati, un buon romanzo e una tazza di thé a farmi compagnia, e pure morire là sembra migliore, con quei cimiteri sereni e ordinati che piacevano tanto pure al Foscolo. Perché quando sento God save the Queen e Pomp and Circumstance mi viene un groppo in gola.

Tutta questa spappardellata senza né capo né coda ha un solo senso: fare i miei migliori auguri per questi sessant’anni di regno nel Paese delle Meraviglie (non è un caso che Carroll fosse inglese) a Elisabetta II. Ognuno ha un particolare luogo dell’anima, ma chi lì dentro ha la Gran Bretagna non so perché la sente come nessun altro, per quei luoghi si riconosce in ogni amante lo stesso affetto, per nulla geloso, che sa proprio di famiglia, origini, casa. Bel lavoro, Betty.

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