Altre vite inventerò

Una sera – allora vivevo in Germania – il mio coinquilino brasiliano mi portò fuori a bere qualcosa, con la scusa che era il mio ultimo sabato in quella città. Tra una caipirinha e l’altra, G. aveva iniziato a fare della psicologia spiccia e mi aveva detto: << I think you are a good girl who does everything other people expect her to do>>.
Non è una gran frase da dire se ci stai provando con una ragazza, ma dal momento che non aveva nessuna speranza già in partenza mi limitai ad offendermi. Perché pur non conoscendomi un granché, aveva indovinato. Ero sempre stata la brava bambina con la testa sulle spalle, che aveva sempre fatto le scelte socialmente giuste: liceo classico, poi Giurisprudenza per diventare un avvocato, un buon mestiere, sai quanti giovani non riescono a trovare lavoro? Non sono mai stata forzata in questo percorso: sono tutte cose decise da me, e guarda caso coincidevano con quello che la gente si aspettava da me. Non mi sono mai pentita per un secondo del liceo classico: tutte le volte che qualcuno lo attacca violentemente, dicendo che sta morendo, a me viene da rispondere, con la mia dialettica vincente: <<Morite voi>>.
Ho studiato Giurisprudenza proprio per imparare ad argomentare così.

Ricordo di aver pensato, sarò stata alle elementari, alle medie, che non sarebbe stato male fare l’avvocato. Però.

Quando avevo cinque sei anni e mia mamma aveva le riunioni al pomeriggio e mi portava a scuola con sé io me ne stavo tranquilla in sala insegnanti davanti a fogli grandi come federe di un cuscino, con due file di buchi ai lati che si potevano staccare lungo la linea tratteggiata, e disegnavo, disegnavo malissimo, perché non sono mai stata un’artista e infatti non erano opere fini a se stesse, ma erano illustrazioni per il libro che stavo scrivendo.
Qualcuno mi aveva chiesto: <<Perché stai scrivendo un libro?>> e avevo risposto: <<Perché così quando finisco di leggere quelli che ho già posso leggere i miei e non rimango senza>>.
Non ho mai finito di scrivere qualcosa, ma per fortuna non sono mai nemmeno rimasta senza libri.

Anche se a volte pensavo che non sarebbe stato male fare l’avvocato, per tutte le elementari a chi mi faceva la fatidica domanda Madagrandeblablabla io dicevo: <<Voglio fare la giornalista, girare il mondo e andare a letto tardissimo perché devo chiudere il numero e andare in stampa>>.

Ogni Natale obbligavo mia cugina e mia sorella a mettere in scena degli spettacoli a uso e consumo dei nostri pazienti famigliari, da me scritti diretti e interpretati. Di tutte le passioni che compongono l’anima di me bambina, e che mi hanno costruito in questi ventitré anni di vita, quella per il mondo dello spettacolo è stata la più coltivata: il ricordo più felice del mio ultimo anni di liceo sono le serate con la mia amica F. a scrivere il copione per il nostro gruppo di teatro. Tazze di tè, pettegolezzi su Jane Austen, a una battuta seguiva l’altra, e le scene si componevano da sole.

Mi sono laureata in Giurisprudenza, e ne sono immensamente felice. Sono uscita dalla mia comfort zone, ho imparato a maneggiare un nuovo tipo di linguaggio, ho conosciuto persone preziose. E chissà che, prima o poi, non finisca davvero per mettermi un tailleur pantalone e non mi ritrovi a fare pratica in un qualche studio. Ma adesso, in questo preciso instante in cui non sono più un’universitaria e non sono una lavoratrice, in questo momento di sospensione tra il mio passato di bambina divoratrice di libri adolescente silenziosa studentessa occhialuta e la vita che sarà fatta di aspirapolveri da acquistare, contratti da firmare, io proprio qui mi sono creata un vuoto.
Ho messo in pausa quella che dovevo essere. Mi sono trasferita in un’altra città, in una via che senza saperlo avevo già scelto anni e anni fa.

Ho passato la vita a inventarmi mie altre vite: scrittrice miliardaria, giornalista cazzuta e indipendente, star di Hollywood, avvocato quasi mai in tribunale ma sempre sul divano con un libro in mano e una perfetta famiglia composta da un marito affascinante e due o tre bambini biondi i cui nomi erano stati accuratamente scelti tra i personaggi delle mie letture preferite – figlia che un giorno forse avrò: per un certo periodo, hai rischiato di chiamarti Lalage – e così via.
Ho abitato in Place des Vosges insieme a un poeta: là deliziavo i nostri amici francesi con il mio pollo al curry, compravo specchi e lampade d’epoca al mercato delle pulci e d’estate giravamo per i meleti della Normandia; indossavo spesso camicie bianche e jeans vintage. I nostri figli parlavano perfettamente l’italiano e il francese.
Ho avuto una villa country chic ad Hampstead, là portavo a spasso i cani al parco e poi mi fermavo in un pub a bere una pinta di London Pride mentre aspettavo che il mio compagno, rampante barrister, mi raggiungesse: eravamo arrivati insieme dall’Italia, io ero fissata con l’Inghilterra e lui mi aveva seguito senza fiatare – io allora scrivevo e basta, ma l’avevo aiutato a preparare l’esame di stato, che qualcosa me lo ricordavo, e lui mi chiedeva i pareri sulle cause che stava seguendo, come fossimo ancora studenti. Ce la siamo spassata alla grande, abbiamo visitato l’India, affittato un appartamento a Edimburgo e persino conosciuto la Regina.

Venerdì ventisei giugno sono uscita nella notte che diventava bianca per prendere un autobus per Bologna, e poi da lì salire su un treno per la città dove vivo ora. Dovevo sostenere un test d’ammissione e non l’avevo detto a nessuno, perché era una cosa pazza, una deviazione dal mio percorso standard, era una mossa che avrebbe fatto il mio alter ego, quello che vive a Londra e agisce senza farsi complessi o paranoie: avevo finito gli esami, scrivevo la tesi, non potevo cambiare le carte in tavola quando ce l’avevo quasi fatta. L’autobus viaggiava incontro al sole che sorgeva e io stringevo emozionata lo zainetto: i miei amici, la mia famiglia, non avevano idea che io fossi lì e non a dormire il giusto sonno dei laureandi a casa del mio amico A. come avevo lasciato detto. Nello zaino, la mia copia dell’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, a portarmi fortuna. Arrivata a Bologna alle 6.12, la tragica scoperta: il treno delle 6.18 era stato cancellato per sciopero.
Essendo comunque un’adulta avevo preso la situazione in mano e fatto l’unica cosa che mi pareva sensata in tale frangente: avevo iniziato a piangere disperatamente nel bel mezzo della stazione.
(Aggiungere Stazione Centrale di Bologna alla lista dei luoghi pubblici in cui ho frignato senza ritegno).
Con nessun altro mezzo sarei arrivata in tempo per il test: non era destino. Dovevo ascoltare i segnali, non era cosa per me.
E poi mi sono ribellata alla sfortuna che mi perseguita da sempre, che poi io le odio le persone arrendevoli che alzano gli occhi al cielo e si raggomitolano e pazienza è andata così (quanto odio pazienza è andata così) e il dieci luglio ci ho riprovato, e sono arrivata a destinazione, e ho sostenuto la prova. Per tutta la settimana seguente ho continuato la mia routine, biblioteca, tesi, già pensavo a iniziare la pratica da avvocato.

Venerdì 17 luglio (venerdì 17 venerdì’ 17 venerdì 17, “pazienza è andata così”, eh) ho saputo di avercela fatta; e ora, chissà se mai altre vite mi inventerò.

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