Un po’ troppi personaggi in cerca di un ruolo, ovvero: True Detective, stagione 2

[ATTENZIONE: se non avete ancora visto True Detective e contate di farlo in futuro, questo post non fa per voi, contiene spoiler]

Per un po’ sono riuscita a tenermi lontana dal fenomeno True Detective, mi stavo dedicando a imprese molto più complesse e articolate, ad esempio recuperare tutte e otto le stagioni di Scrubs in un paio di settimane. A un certo punto, però, non ho potuto più ignorare il richiamo potente dei cieli acquosi della Louisiana, e in qualche giorno ho divorato le otto puntate della prima stagione, giusto in tempo per l’arrivo della seconda, il 21 giugno. Non ho così dovuto patire a lungo l’attesa, ma so che i veri fan, quelli della prima ora, aspettavano la nuova fatica di Nic Pizzolatto come l’arrivo del Messia; non è facile mantenersi all’altezza delle aspettative dopo che Matthew McConaughey ha magnificamente biascicato nel suo accento texano varie teorie sui massimi sistemi, e lo squallore degli angoli più dimenticati d’America è entrato nelle nostre case con lo stesso fascino e magnetismo del mistero da risolvere; mistero che spesso passava in secondo piano per concentrarsi sulle dinamiche tra i due protagonisti, ma che comunque, con gli accenni ai riti satanici, a Carcoosa e al Re Giallo, era sufficientemente stuzzicante.

Sarebbe sbagliato confrontare la prima stagione con la seconda, dal momento che ci troviamo di fronte a una serie antologica, che ogni volta si riazzera e parte con nuove storie, nuovi personaggi, nuove terre perdute da riabilitare (forse). Sarebbe sbagliato perché Velcoro, Bezzerides e Woodrugh non sono nemmeno lontanamente imparentati con Cohle e Hart: guardando True Detective 2 noi sappiamo di star ancora una volta aprendo un pacco sorpresa. Sorpresa che, al di là quindi dello spettro della prima stagione, mi ha un po’ delusa.

Siamo in California, a Vinci, tristissimo sobborgo industriale più corrotto e violento di Caracas: tra gli altri, il poliziotto Raymond Velcoro (Colin Farrel) ha da diversi anni un felice sodalizio con l’ormai ex gangster Frank Semyon (Vince Vaughn), che è tipo il più figo del mondo e al suo confronto Colin Farrel sembra solo un mastro birraio particolarmente peloso che passava di lì. Frank vorrebbe ripulirsi ed entrare in un affare di cui io non ho capito letteralmente una parola, ma che chiamano Corridoio Ferroviario; il suo compare in quest’affare, il city manager Ben Caspere, viene trovato morto alla fine del primo episodio, e con lui sono spariti pure i soldi di Semyon. Il ritrovamento del cadavere di Caspere in una terra di nessuno fa sì che siano competenti tre diversi detective: il belloccio Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) – la cui storyline è stata il più delle volte un abuso del tempo degli spettatori, piena di spunti mai approfonditi (Black Mountain, le cicatrici sul suo corpo) -, il già citato Velcoro e Antigone Bezzerides (Rachel McAdams) detta Ani (principalmente dai mini riassunti su SKY) che ancora prima di avere un omicidio su cui indagare è già, per puro caso, sulle tracce di una ragazza che ha informazioni fondamentali per risolvere il futuro mistero. Mistero che sembrava intrigante: oscuro uomo politico rinvenuto senza testicoli e con gli occhi bruciati, un tizio inquietante con una maschera di uccello, dei collegamenti emersi non mi ricordo più come con una clinica privata e un istituto religioso dove – sempre per puro caso – vive il padre di Bezzerides, insomma, parliamo di ingredienti che stuzzicano la fantasia. Esoterismo? Un altro dio crudele adorato da una setta scomparsa da secoli che riemerge improvvisamente?

No. Ha tutto a che fare con il Corridoio Fucking Ferroviario (booooooring), dei diamanti saltati fuori anche qui non mi ricordo più come, un hard disk pieno di immagini compromettenti di miliardari e prostitute e qualcosa come duecentocinquanta tra sindaci, imprenditori, poliziotti e procuratori generali che, non scherzo, fino alla puntata sette (su otto) per me erano solo un nome vagamente sentito pronunciare da qualcuno: Holloway, Burris, Dixon, Geldof, McCandless; l’unico vagamente identificabile era Chessani, perché in un episodio l’hanno nominato tantissime volte declinato in tutti i possibili gradi famigliari. Mentre il magnifico trio non stringe una solida amicizia e si fa coinvolgere in una massiccia sparatoria, Frank cerca di rimettersi in piedi dopo la batosta dei cinque milioni spariti, gigioneggia rimanendo sempre cazzuto tra pasticceri mafiosi, baraccopoli messicane e casinò e piange la morte di Stan, avvenuta il secondo episodio, ma che soltanto due settimane fa ho capito essere totalmente un altro personaggio rispetto a chi pensavo fosse.

Verso la seconda metà della stagione le cose cambiano leggermente: i tre detective si ritrovano per indagare sul caso in segreto, sponsorizzati dall’ennesimo nome del dipartimento di polizia, di Ventura questa volta, tale Davis, e iniziano finalmente a scoprire qualcosa – peccato che abbia tutto a che fare con il Corridoio, i diamanti e l’hard disk, noia noia noia. I veri colpevoli poi sarebbero stati da premiare, in realtà. Più maschere d’uccelli, più sedie della tortura nei capanni in mezzo al bosco, meno business, e soprattutto meno personaggi tutti uguali, please. Io ho generalmente un’ottima memoria: ho visto tutte le stagioni di Game of Thrones senza troppi problemi nel ricordare le varie casate, le varie alleanze e i vari Ditocorto, Varys, Barristan Selmy e Cavalieri delle Cipolle; sono allenata da anni di saghe e serie televisive. Ma questa volta, è stato oltrepassato il limite: come faccio ad osservare bene la bravura degli attori – perché sono davvero incredibili, McAdams sopra tutti – e la commovente fotografia, la colonna sonora e certe sequenze costruite benissimo, se devo anche capire chi è questo Burris di cui parlano sempre, o perché dicono che Dixon è morto se io Dixon non credo di averlo mai visto in scena?

C’erano moltissime side story con del potenziale, che aspettavano solo di essere ben sceneggiate – perché senza dubbio la scrittura continua a essere un punto forte di True Detective – un fantastilione di occasioni mancate a partire dalla famiglia di Bezzerides, o dei Chessani; e la vicenda era talmente intricata e piena di ramificazioni che alla fine Ani nel raccontarla al giornalista ha bisogno di più di una definizione. E’ vero che anche qui il mistero da risolvere dovrebbe essere quasi un plus, il focus dell’attenzione sono i protagonisti, ma a parte gli splendidi coniugi Semyon, sempre nel mio cuore nonostante la fine da principiante che fanno fare a Frank, gli altri tre non hanno tutta questa alchimia: sono l’unica che all’accoppiata Velcoro – Bezzerides non ci ha mai creduto neanche per un secondo, anche se la si vedeva arrivare fin dall’inizio? Soprattutto mi ha fatto imbestialire il finale: Ani, la nostra eroina, improvvisamente tutta gnègnè, non salgo sulla nave se non vieni, assolutamente poco verosimile. La notte tra Velcoro e Bezzerides era una notte tra due disperati che si fanno un po’ di compagnia, e avrebbe avuto senso mantenerla così.
Anche se Baby Velcoro è di un puccioso quasi georgesco e non mi dispiacerebbe vedere un True Detective al femminile con solo Kelly Reilly e Rachel McAdams.