L’amore è una barretta di Cioccocremolato Delizia Wonka

Pensavo a quattordici quindici anni che l’amore dovesse essere potente e terribile, totale e anche un po’ distruttivo. Credevo in Catullo, Odi et Amo, credevo che il male ce lo si facesse perché ci si amava troppo, credevo in Romeo e Giulietta, credevo alle poesie, e credevo anche un po’ nelle frasi di Jim Morrison. Quindi: a qualsiasi proposizione un po’ imbellettata e convalidata da un qualche personaggio letterario o famoso o quant’altro, io ci credevo. Quindi: ero un’idiota.

A diciassette anni ero profondamente convinta che la base di ogni solida relazione fosse cementata solo da interessi comuni. In sostanza: se io amavo Woody Allen, Baudelaire, le canzoni dei Baustelle e Parigi, e lui pure amava Woody Allen, Baudelaire, le canzoni dei Baustelle e Parigi, allora per forza di cose, per semplice matematica, io e lui saremmo stati bene insieme, e saremmo stati schifosamente felici, e lui avrebbe suonato il pianoforte mentre io preparavo una torta Sacher – la sua preferita e guarda caso la mia ricetta migliore – e ci saremmo sostenuti a vicenda, non ci saremmo odiati, non ci saremmo fatti del male.

A diciannove anni non mi importava più del pianoforte e dei poeti maledetti, dell’essere come Simone De Beauvoir e Jean Paul Sartre, perché avevo realizzato una cosa strabiliante: si poteva amare qualcuno che non sapesse in quanti romanzi fosse divisa la Recherche di Proust, anzi!, era millemila volte meglio così. Hemingway, o qualcuno che si spacciava per lui, disse: Se non mi ami non importa, posso amare per entrambi, e io invece dissi pressapoco così: Se non sai cosa significhi pucciare una madeleine nel tè non importa, le posso mangiare tutte io. E non importava davvero, perché quello che contava era la complicità; non era niente che si potesse stabilire a priori, era l’odore, era l’affinità. Era la calma in mezzo all’ansia più totale, era la leggerezza e lo scherzo, era la sintonia.

Ed è davvero tutto qui, io non avevo capito quanto fosse rara, la sintonia. Se avessi voglia potrei fare l’etimologia greca, e farci notte; è un accordo di suoni, ha a che fare con la musica, con l’armonia. Se trovi qualcuno con cui sei in sintonia hai praticamente fatto un terno al lotto. Certo, ci sono altre cose fondamentali, per esempio se io dico C.R.E.P.A. e la persona davanti a me si offende, è chiaro che non siamo sulla stessa pagina, ma alla fine basta con le riviste che mi intasano la home  di consigli inutili per trovare l’anima gemella – che non esiste! arrendetevi! -, perché l’amore, che sia o no quello giusto, che sia o no basato sulle premesse corrette, è semplice e alla portata di tutti come una barretta di Cioccocremolato Delizia Wonka: da bambina me lo immaginavo proprio cosí, poi se veramente sei fortunato ci trovi pure il Biglietto d’Oro.

Perché in tutte le fasi sbalestrate della mia vita, su una cosa sono ancora convinta: per star bene con qualcuno questo qualcuno ci deve ricordare la nostra infanzia. Non deve per forza aver letto Bianca Pitzorno – gli uomini stolti la leggono poco – o J.K. Rowling – no, scherzavo, almeno zia J.K. sì, dai, come siete cresciuti altrimenti? – ma mi deve far sentire ogni singolo giorno come se fossi dentro alla Fabbrica di Cioccolato: un luogo scoppiettante e mirabolante con le barche di caramella e lo zucchero a velo ovunque, a cui sono stati ammessi in molti che non l’avrebbero meritato, ma che poi va in premio a quello giusto, a quello che ha saputo aspettare, senza cercare.

Ed è solo questione di caso, ed è solo questione di affinità.

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