Summer sent a runner for the feeling that I lost today

Quando nacque il principe George, io fui molto fortunata: ero proprio a Londra. Quella mattina mi ero svegliata per la prima volta nella mia stanzetta in Pocock Street, mi ero fermata a prendere un caffè sul The Cut ed ero approdata al King’s College con l’aria sperduta, gli occhi grandi come l’Ape Maia e la coordinazione motoria di chi ha appena realizzato di avere un corpo. Non conoscevo nessuno, non ero nemmeno sicura di saper parlare inglese abbastanza bene da poter capire qualsiasi cosa mi avrebbero detto. Appena entrata in classe avevo scoperto che il mio nome non era sulla lista – il mio tentativo precedente di iscrivermi a corsi poi cancellati per mancanza di studenti aveva evidentemente mandato in tilt il sistema. Pensavo sarei stata da sola per tutto il mese successivo, e la cosa non mi dispiaceva nemmeno, in realtà, perché volevo assaporare Londra in modo completo, totale, con la devozione che si rivolge a una persona amata, e non mi sarebbe importato amare Londra da sola.

Alla sera invece brindavo la nascita dell’erede in un pub con la mia amica Parigina – che sarebbe ripartita l’indomani – e un gruppo di studenti appena conosciuti: sarebbero diventati i miei compagni di merende, i miei fidi compari per tutta la durata dell’avventura londinese. Quel mese, quel mese scarso, è stato uno dei periodi più felici della mia vita. Ricordo distintamente i pochi momenti di malinconia: una domenica chiusa nella mia stanza cercando di studiare, una gita a Oxford dove per fortuna il malcontento durò giusto il tempo del viaggio in pullman, un pomeriggio dove alcune preoccupazioni si dissolsero nell’aria prendendo un tè con la mia amica olandese. Momenti fugaci, ritornano alla mente solo quando mi chiedo se era stata davvero così bella la mia esperienza inglese. E’ molto più vivida invece la sensazione di benessere assoluto che provai una sera, andando a letto: avevamo appena fatto una cena internazionale nell’appartamento al piano di sopra, avevamo mangiato delle crepes con dentro gli Oreo, bevuto la birra Becks che compravamo a scontatissimi pacchi da sei da Sainsbury’s, e avevamo parlato dei più grandi successi di Tiziano Ferro con una ragazza brasiliana. Infilandomi sotto il piumone – piumone a luglio, it’s England, baby – per la prima volta da parecchio tempo mi ero concessa di pensare: <<Sono la ragazza più felice e fortunata della terra>>. Talvolta passeggiavo in certi pomeriggi caldi lungo il Millenium Bridge, il mio ponte preferito in assoluto, e guardavo il Tamigi, e guardavo St Paul biancheggiare sotto il sole, e mi ripetevo “I feel so blessed, mi sento benedetta”, e mi veniva naturale dirlo in inglese, perché la parola blessed sembrava ricomprendere le mie sensazioni ancora meglio della traduzione italiana, sembrava più giusta. London has blessed me.

Adesso che è arrivata pure Charlotte Elizabeth Diana, non posso fare a meno di ricordarmi quei giorni: troppo facile, come allora sono nuovamente lontana da casa, anche se sono in un Paese che non è la mia amata Gran Bretagna, anche se qui non mi sento benedetta come mi faceva sentire Londra, per quanto sia bella Friburgo, per quanto sia fatta a misura di studente, per quanto sia contenta di vivere qui per qualche tempo. Senza dubbio la lingua è un grande ostacolo: non mi viene mai da pensare in tedesco, non lo so nemmeno lontanamente così bene. Oggi, pur avendo ordinato correttamente, alla successiva domanda del cameriere ho risposto automaticamente Yes. Nemmeno Ja mi viene spontaneo. E anche la compagnia è molto diversa da quel gruppetto eterogeneo che andava a ballare al Piccadilly Institute. Eppure, per colpa di quel mio vizietto del pensiero magico mai sconfitto, credo sia in arrivo un altro po’ di quella felicità senza confini, perfetta in pochi, semplici momenti.

Certo, già che ne stiamo parlando, io speravo la chiamassero Victoria. Un po’ perché è nata lo stesso giorno di David Beckham, un po’ perché, come ricordava J.K. Rowling su Twitter, il 2 maggio è anche il giorno in cui Voldemort venne sconfitto per sempre, e da brava nerd mi sembrava molto appropriato come nome. Ma in fondo, non importa.

Quello che importa è che ritorni il pezzetto di felicità che promette il mio pensiero magico, anzi, mi voglio rovinare, lo auguro a tutti voi.

Siate schifosamente felici. Andate a letto pensando di essere i più fortunati del mondo – anche perché in fondo lo siete, e lo sapete. Ascoltate cose splendide – io ad esempio, sto casualmente ascoltando England dei The National in loop. Leggete, annusate la pagina, accarezzate lo schermo del kindle, mi sto rovinando davvero a dirvi pure questo, il kindle. Versate il latte nella vostra tazza di tè. Guardate le mie bacheche Pinterest, in particolare quella che si chiama Everything is illuminated, con tutto ciò che mi riempie il cuore di gioia genuina. Ogni cosa è illuminata, ogni cosa è illuminata! Jonathan Safran Foer, un po’ ti odio perché a me quel titolo piace infinitamente. e vorrei fosse mio mio mio. Scrivete! Leggete i miei post vecchi. Cogliete l’ironia. E imparate l’autoironia, non vi sopporto quando vi prendete sul serio. Ridete dei miei buoni sentimenti di adesso, dite che sono banale. Ridete anche della mia passione per le vicende della famiglia reale di Inghilterra in un mondo crudele dove succedono cose orribili – non temete, penso anche a quelle, ci penso eccome. Scattate un sacco di foto, fatevi scattare un sacco d foto, andate al cinema. Recuperate tutte le stagioni di Scrubs. Mangiate con consapevolezza. Bevete buon vino. Siate ordinati, sì, lo sto dicendo proprio io. Esercitate l’olfatto.

Parlate di cose estremamente intelligenti e di cose estremamente futili senza soluzione di continuità. Ad esempio mettete nello stesso discorso i diversi significati che la figura di Amleto assume nella cultura del Novecento e le mie nuove slip-on argentate. Se mia sorella mi sta leggendo, è pregata di non toccarle finché non torno a casa. Sono mie mie mie.
Parlate con le persone che vi piacciono.
Parlate con me, se avete paura che nessuno vi ascolti. Io ad esempio avevo paura che nessuno mi ascoltasse, e allora ho iniziato a scrivere su un blog.
Però se dite ancora una parola sulla tesi di laurea giuro che impazzisco. Prometto che smetterò anche io.

Passeggiate sotto al sole, alla pioggia, alle stelle, che ci sia o no il Tamigi luccicante sotto, o il Tevere, o la Senna – preoccupatevi un giorno di vivere in una città con un fiume, una città con un fiume ha tutto – e, per l’amor del Cielo, sentitevi blessed.

You must be somewhere in London
You must be loving your life in the rain