Kleine rosa Schuhe

Ovvero

Scarpette rosa – Volume II

Mi piace l’idea di inaugurare questo spazio – la sua versione aggiornata rifinita rimodellata – con una storia vecchia. Quando avevo scritto del mio incominciare un corso di danza classica a vent’anni avevo un’idea tutta mia di come sarebbe stato il blog, lo immaginavo frizzante, spumeggiante, ironico: ero ingenua, entusiasta. Adesso sono un po’ più cresciuta, forse non solo anagraficamente perché come cantava Jacques Brel Il nous fallut bien du talent/Pour être vieux sans être adulte e chissà se ce l’ho almeno questo talento – e ho visto cose che non mi piacevano affatto, e ho capito cose che non avrei mai voluto capire e insomma, mi sono detta basta con le stronzate.

Ma la verità è che io le stronzate le adoro, rido da sola leggendo una battuta sul computer, mi faccio delle maratone di serie televisive che dovrebbero ricoverarmi, sono capace di passare un’intera mattinata a riflettere su quale bretella della salopette lasciar cadere e quale anello abbinare a quale smalto. L’altra sera sono arrivata a discutere con il mio coinquilino dell’esistenza di Dio e dell’intelligenza artificiale dei droni solo dopo che mi aveva lasciato sviscerare più che a sufficienza la drammatica questione della rivalità tra la cucina francese e la cucina italiana.
Venerdì ho impiegato buona parte del mio tempo a pensare che se Kate Middleton avesse partorito quel giorno sarebbe stata una dura lotta per la popolarità sui social con Grey’s Anatomy, ma si vede che pure Kate era troppo sconvolta dall’episodio e ha deciso che voleva tenere ancora qualche giorno il pupo in grembo, piuttosto che lasciarlo uscire subito in un mondo dove fare i conti con Shonda Rhimes.

Shonda, tra l’altro, io te l’avevo detto di fermarti alla terza stagione.

E quindi sì, torniamo di nuovo un pochino entusiaste e ingenue come una volta, accogliamo ogni aspetto di questa personalità disturbata che ci ritroviamo – iniziamo a parlare con il plurale maiestatis, pure – e iscriviamoci per la seconda volta a un corso di danza. Ricominciamo da dove eravamo rimaste.

Accarezzavo l’idea da un po’: mi mancava ballare, avevo smesso l’anno scorso  perché non riuscivo a incastrare più gli orari – il fatto che fossi leggiadra come un pinguino non aveva influito, eh. Qui in Germania invece ho tantissimo tempo a disposizione, una coinquilina che si sarebbe trasferita in Baviera aveva ancora un mese di abbonamento da utilizzare presso una scuola in centro e in quattro e quattr’otto mi sono trovata a comprarmi leggings di dubbio gusto e una maglia fluorescente per un corso di Danza Jazz, e body, gonnellino, collant bianchi e scarpette nuove di zecca per l’ora settimanale di Ballet. Per fortuna i tedeschi sono un popolo altamente pragmatico e poco sentimentale, e, a differenza dell’altra volta, il nastro delle scarpette che tiene fermo il piede era già cucito.

La prima lezione di Danza Jazz è stata divertentissima. L’insegnante, che per qualche misterioso motivo mi ricordava Daenerys Targarien, ha iniziato a saltellare di qua e di là impartendo indicazioni a ritmo, e ho scoperto che la mia conoscenza del tedesco praticamente ridotta a rechts e links, destra e sinistra, forse sarebbe bastata ad assicurarmi la sopravvivenza lì dentro. L’impatto con lo specchio è stato molto meno divertente, ma tutta la situazione in cui mi trovavo – una sala nuova di zecca, dove non capisco quasi una parola, dove non conosco nemmeno le canzoni, e con Daenerys Targarien che ci fa ondeggiare con il bacino e scuotere i capelli – mi sembrava talmente assurda che mi sono detta: chissenefrega se non so girare! chissenefrega se sono un pezzo di legno! faccio l’espressione convinta di quando nessuno mi sta guardando e vado avanti. E’ stato bellissimo.

L’ora di Ballet è stata la vera sfida: ci ho messo dieci minuti prima di ricordarmi la parola tandu per descrivere l’esercizio che stavamo facendo. Le altre ragazze poi erano infinitamente meno simpatiche di quelle con cui avevo fatto Jazz. Tutte piene di sé, come non fossero anche loro principianti – ma forse è colpa mia, che ancora non ho imparato a prendermi un po’ sul serio. Non parliamo poi del trauma dei collanti bianchi e del body, una lente di ingrandimento su tutti i difetti, tutti. Ma anche lì: sono qui per imparare una cosa che mi piace, anche se ad ogni piroette devo impiegare due minuti per fare mente locale e capire in che senso devo girare, anche se sono talmente fuori allenamento che sono sbilenca pure in prima posizione. Sono qui perché volevo ballare, e ho iniziato a vent’anni a farlo, con il fisico già formato e tutti i danni che una vita passata a leggere in ogni posizione possibile poteva procurarmi alla postura. Va bene essere scarsa, va benissimo. Il margine di miglioramento è la mia comfort zone. 

Devo solo crederci un po’ di più, avere coscienza di ogni singola articolazione, il controllo di ogni muscolo, fare la faccia convinta di quando nessuno mi vede, di quando fantastico tra me e me e lì non sono imbranata, ma nessuno può leggermi la testa e allora lo devo mostrare io, prendermi lo spazio che mi spetta – in senso letteralissimo, io sono quella sempre incastrata sul fondo che deve abbozzare i passi per non sbattere contro al muro – e, santissimi numi, piantarla di pensare di essere nei piedi agli altri. D’ora in poi prima fila e quella con le gambe da fenicottero che mi impalla sempre davanti allo specchio si deve arrangiare.

Perché alla fine, ed ecco che mannaggia il momento serietà arriva, e io volevo fare la leggera, accidenti, quante cose mi sono persa perché avevo paura di disturbare?

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