Some kind of goodbye

Un anno fa, esattamente un anno fa, succedevano due cose, inevitabilmente legate l’una all’altra. Un anno fa era un giovedì pieno di sole, discutevo in un ufficio con il coordinatore Erasmus delle possibilità che avevo, se avessi mai deciso di partire – il bello era soltanto pensare di avere questa scelta davanti, lasciarmi entusiasmare da un progetto, un progetto che avrei richiuso nel cassetto dopo essermici gingillata per un po’. Nel pomeriggio ho avuto un attacco di panico nel mezzo della lezione, davanti a tutti. Attacco di panico forse non è un termine corretto, ma è l’unico che mi permette di fare i conti con quello che mi è successo, che ancora adesso mi imbarazza. Preferisco chiamarlo attacco di panico, per smettere di vergognarmi così tanto. In realtà ho avuto una reazione esagerata a un evento per me molto doloroso, sì, ma che assolutamente non giustificava un pianto ininterrotto di un’ora e mezza, in pubblico. Mi dispiace, per quello, mi dispiace tanto. Era il culmine di un mese passato a piangere rannicchiata sul pavimento del bagno, come Izzie Stevens quando Danny muore, e lei dice di non essere più un chirurgo e si sdraia sulle piastrelle con ancora l’abito della festa indosso. Quella sera ho deciso che non avevo più nulla da perdere, e ho fatto domanda per l’Erasmus.

Oggi è il 20 marzo, tra poco vado a una festa, e domani ritorno in Germania. Ci vivo da due mesi, ormai. Sto imparando il tedesco, mi sono abituata ad andare in giro in tram e a bere bicchieroni di caffellatte invece del ginseng. Mi sveglio, arieggio la stanza, esco a fare la spesa, preparo da mangiare, lavo tutto e riassetto la cucina, studio, esco per una birretta in centro, rientro a casa e se non ho ancora sonno mi guardo un film, o una serie tv. A volte vado a correre. Valuto di iscrivermi nuovamente a un corso di danza. Leggo. Scrivo, poco, molto poco. Non parlo di quando ho pianto davanti a tutti, non parlo di quello che mi ha fatto star male, non parlo e non voglio sentir parlare di niente della mia vita precedente.

E’ stata una scelta scomoda quella di partire, di scappare. E’ stata una scelta scomoda quella di aprire un blog, tre anni fa, senza sapere esattamente come gestirlo. Ho finito per farne un vero diario; nella mia mente avevo immaginato di scrivere cronache divertenti, riflessioni semiserie, e via dicendo. Spesso e volentieri invece ho scritto cose che non avrei voluto spiattellare al mondo intero – intero, adesso, non esageriamo -, spesso e volentieri è stato una valvola di sfogo perché alla fine quello che volevo era un abbraccio, ma non sono mai stata brava a chiederlo direttamente.

Forse è per questo che a volte piango in pubblico, che a volte scrivo cose di cui mi pento, rivestendole dell’aura finto-poetica, riflessiva, perché comunque va bene sembrare debole, ma non posso ammettere debolezze. Devo rimarcare ogni volta che comunque sono forte e indipendente, perché ho paura che non si veda. E ogni volta, davanti all’ennesimo post in cui risulto essere più fragile di quello che vorrei, trattengo il respiro, penso che è imbarazzante, eppure clicco Pubblica, perché: ho bisogno di un abbraccio, ma non so come dirlo. Non sono capace di guardare in faccia una persona e dire: aiutami.

Ma scegliere di mettere in piazza tutto questo, come partire, è una scelta solitaria. Nel momento in cui scrivo quello che non dico, mi allontano sempre di più dagli altri.

“E se un giorno scrivesse di me? E se un giorno scrivesse di quell’altro?”

Chi vuole essere protagonista di una mia storia?

Ho il computer pieno di sfoghi non pubblicati. Sono i più sinceri, quelli in cui c’è tutto il dolore, l’amore, le speranze, le delusioni eccetera. Alcune delle cose che ho amato di più scrivere, e che sono qui, sono vere, verissime, ma sono anche vecchie. Metabolizzate, passate. Pronte per diventare una storia, perché già i personaggi sono diventati una storia, quasi non più realtà. Invece quello che non ho condiviso è quello che vivo adesso, che ho vissuto negli ultimi tre anni, che morirei dalla vergogna a mostrare in giro. Quasi come piangere in pubblico, davanti a tutti, davanti a te. Quello non lo vedrà mai nessuno.

Non è così che mi immaginavo scrivere, non so che sarà di questo blog, se rimarrà aperto, se avrà un altro taglio. Non voglio più che la linea editoriale – bum! parole pesanti – sia questa. Non mi dispiace per i post cazzoni, per certe riflessioni più serie, non troppo personali. Mi dispiace per le tante volte che ho scelto il modo sbagliato di comunicare. Nel blog come al di fuori di esso. Mi dispiace essere tanto un disastro nell’interazione personale.

Ma questa è l’ultima volta che scrivo una cosa del genere. Non voglio più sbrodolare melensaggini tristanzuole, sono grande abbastanza da poter parlare faccia a faccia con gli altri, da poter lasciare al privato i chiarimenti, i discorsi scomodi e soprattutto da poter dire ad alta voce cose come: scusa, o ti voglio sempre bene, se sei felice sono felice, o anche: ho bisogno di un abbraccio.

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