Ohne Zwiebeln

All’inizio mi aveva colpito la somiglianza tra i due luoghi. Stesso numero di abitanti, un centro semi-pedonale, una via principale e poi tante piccole annessioni. Mi era già successo – a Oxford – la strada più importante, quella che brulicava di negozi di persone dove non passavano tante macchine, la chiamavamo Emily Street, via Emilia, come fossimo a casa, perché era tanto simile a casa. Non so perché ho questa cosa che voglio sempre scappare, andarmene da un posto soffocante, per poi ritrovarmi in queste cittadine sostanzialmente uguali – a misura d’uomo mi piace dire, si vive bene, non mi distraggo troppo.

Sono entrata in facoltà per la prima volta, oggi, ci sono entrata da parìa perché ancora non ho nemmeno un documento firmato che attesti che sì, per qualche mese sarò studentessa registrata presso questa Università. Non avevo motivo di essere lì, ma ero troppo curiosa. Ero invisibile, quindi nel mio elemento naturale, e ho gironzolato, guardando distrattamente le bacheche con gli avvisi scritti in questa lingua che io non capisco troppo bene. Una ragazza mi ha guardato con simpatia e ho capito immediatamente che anche lei non aveva niente a che fare con quel posto, non sapeva con cosa impegnare le mani e gli occhi mentre fingeva di star aspettando qualcuno o qualcosa per non sembrare una che effettivamente non dovrebbe nemmeno esserci. E’ molto diverso da casa, in effetti. L’edificio dove si trova la mia facoltà, in Italia, è un palazzo storico, ristrutturato, si sviluppa gentilmente attorno a un chiostro che ha conosciuto negli ultimi anni un abbellimento ormai insperato. Spesso e volentieri è labirintico, ma allo stesso tempo vagamente intuitivo. Qui, non ho trovato nemmeno un aula. Solo open space, scale, corridoi che si affacciano sul nulla, gruppi sparuti di ragazzi a loro agio che conversano, camminano veloci; qualcuno ascolta la musica sui gradini, mi siedo anche io per scrivere una mail, come fosse naturale entrare in un non luogo del genere, dove tutto è estraneo, e dove non capisco letteralmente una parola di quello che si dicono i miei coetanei; mi siedo come se io in effetti avessi vissuto già una mia vita lì all’interno, e avessi già delle mie abitudini, come stare su quel particolare scalino per scrivere le mie mail.

Qui proprio non c’è tanta somiglianza, rispetto alla mia città, e questo mi piace. Qui c’è più gente, non so come sia possibile, le statistiche danno le stesse cifre, ma in ogni locale è difficile trovare posto; le strade sembrano più larghe e più piene. Le persone mangiano di gusto, a ogni ora del giorno. Iniziano a bere presto, e si ubriacano prima. I tram passano spaccando il minuto, tutte le volte. Capiscono l’inglese, lo parlano meglio di me. A casa il centro storico dopo una certa ora è deserto, i bar sono pochi e dislocati in due specifiche aree che attirano tutta l’attenzione: qui è possibile trovare una discoteca sotterranea dietro ogni angolo; una birreria che sembrava un buco dall’esterno si è rivelata essere immensa, una stanza infilata dietro l’altra. C’è parecchio freddo, ma la neve – che pure è caduta, e un po’ si è posata – non rimane a lungo a terra: è tutto pulitissimo, solo i tetti sono bianchi. Ho comprato delle scarpe da corsa, perché la prossima giornata di sole voglio andare a fare jogging, e appropriarmi di un altro pezzetto di questa città. Da cliché, sto collezionando i sottobicchieri che mi portano insieme alla birra, sono quasi tutti Ganter, rari gli sprazzi di originalità: guardando da un’altra parte, mentre il brusio attorno a me aumenta, li faccio scivolare nella borsa, qui è tutto così ecologico che sarebbero capaci di riciclarli invece di buttarli via, e invece io li voglio sul mio scaffale, tutti in fila. Mi sforzo di imparare la lingua, provo a ordinare al ristorante, a volte tento addirittura qualche exploit, ad esempio chiedo ohne Zwiebeln, senza cipolla. Che mi piace, ma qui la mettono davvero ovunque. Seriamente. Ovunque.

La mia prima regola, all’estero, è: sei all’estero. Niente patetici tentativi di trovare una pizza fatta come si deve. Niente colazione con pasta e cappuccio, niente lamentele sul cibo, sugli orari, sulle persone – sono freddi, sono troppo pignoli, in Italia non si fa così ma cosà, sbagliano loro. Adattamento, la parola mantra che mi impongo dalla nascita. Finché a un certo punto, in genere, poi mi rendo conto che sono l’unica stronza che fa uno sforzo di adattamento e prova ad andare incontro agli altri, e allora mi stufo e divento la più egoista del borgo, ma questo non è il caso. Mi piace mangiare presto. Non mi piace il freddo ma mi piacciono i paesi freddi – giuro che non sono due cose incompatibili. Mi piace andare in birreria e chiacchierare, mi piacciono le feste, non mi piace andare a ballare – non del tutto vero, non mi piace andare a ballare qui, non saprei spiegare perché. Mi piacciono questi posti dove con una consumazione stai seduta tutto il santo giorno al tavolo, a usare il Wi-Fi, e nessuno viene a romperti le crêpe è finita da una un’ora abbondante, sono seduta da sola, io e il mio portatile, la gente continua a entrare, e la cameriera mi passa accanto come non esistessi. Di nuovo: l’invisibilità è il mio elemento naturale.

Non del tutto vero: da qui sto solo studiando la situazione, la prossima mossa. Il modo in cui, prima o poi, smetterò di scrivere, e inizierò a costruire. Qui è diverso, rispetto a casa, perché qui non mi conosce nessuno, qui non ho un passato, non ho dei ricordi, non ho nemmeno un’abitudine. Qui è tutto da fare, davvero tutto. E’ una di quelle sfide che finalmente mi fanno sentire di nuovo carica. Devo uscire da questo non luogo – niente documenti, ancora, niente documenti – in cui mi sto sotto sotto crogiolando – quanto è comodo non esistere? Anche se solo a livello burocratico: è come se le scadenze, le responsabilità, fossero tutte in stand-by. Ma io non sono invisibile, e vaffanculo a chi ha smesso di vedermi. Mentre sto digitando queste parole, le cose si stanno muovendo, e posso finalmente, ufficialmente, rientrare in gioco. Fare qualcosa di più, aggiungerci quel pizzico di mio, quell’ohne Zwiebeln per far vedere che sto imparando, non sto semplicemente ripetendo a pappagallo la lezione di tedesco.

E intanto statemi vicini, che sto per infrangere la mia prima regola, e ordinare un Espresso.

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2 thoughts on “Ohne Zwiebeln

  1. Io sono volata per la prima volta a Londra sette anni fa per un pacchetto corso di lingua + stage, una cosa di poche settimane. E’ andata a finire che ci sono rimasta :) Bellissime le sensazioni dell’inizio, di quando è ancora tutto quasi incomprensibile ma vagamente familiare, dell’attesa invisibile prima di gettarsi nella mischia. Quasi quasi mi hai fatto venire voglia di cambiare Paese, ripartire da zero ha sempre un certo fascino ;) in bocca al lupo e buon divertimento!

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