Tutti gli Oscar della mia vita

C’è stata la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi, i più importanti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista, il mio preferito, il meraviglioso Colin Firth – l’avrei visto dal vivo pochi mesi dopo, alla Mostra di Venezia dov’era venuto per l’anteprima de La Talpa. Ottenuto il mio autografo ero talmente soddisfatta che ignoravo di trovarmi al cospetto di quello che sarebbe diventato uno dei miei attori del cuore: Benedict Cumberbatch, l’accento inglese secondo solo alla Regina. Giustificazione: era biondo, all’epoca. Comunque, la volta che Il discorso del Re aveva vinto quattro premi io ero molto felice, ovviamente, ed era anche la prima volta nella mia storia che riuscivo a restare sveglia tutta la notte per seguire la cerimonia. Non era stato facile: i presentatori erano Anne Hathaway e James Franco, che per quanto belli, per quanto simpatici, erano stati d’una noia mortale. James poi sembrava semplicemente volesse stare ovunque, forse persino di nuovo attaccato alla roccia del suo film 127 ore, piuttosto che su quel palco. Ma io ce l’avevo fatta, dallo splendido Givenchy di Cate Blanchett sul red carpet a Natalie Portman che ritirava il suo meritato premio di miglior attrice per Black Swan – sai Natalie che ti ammiro tantissimo? Sai che lo scorso Carnevale mi sono vestita da Cigno Nero come te?

L’anno dopo mi sono addormentata sul divano quando non avevano ancora finito di intervistare gli attori sul tappeto rosso. Mi sono persa la conduzione di Billy Crystal, mi sono persa Colin Firth che premiava Meryl Streep – c’è una qualche edizione in cui non è stata candidata? Ricordo ogni singolo istante di quel week end, ricordo lo spettacolo teatrale che avevo visto il sabato sera (mi aveva ispirato queste auliche riflessioni, una vita fa), ricordo quella giornata di sole, quella domenica splendente piena di promesse, il pranzo all’aperto anche se era febbraio, il vino nei bicchierini da caffè che erano gli unici rimasti, e un pomeriggio tutto da assaporare passato invece a dormire, per poter affrontare la nottata. E invece non ce l’avevo fatta, alle due mi ero arresa ed ero andata a letto. Chiudendo gli occhi avevo lasciato scivolare nella mia mente le figure che avevo visto fino a poco prima, gli abiti scintillanti (Jessica Chastain in un Alexander McQueen che ancora mi commuove), e so che, indulgente, mi ero concessa di pensarmi lì in mezzo. Cosa avrei indossato (Elie Saab), a chi mi sarei accompagnata. Avevo un’immagine ben precisa in testa, e invece nel dormiveglia aveva iniziato a sfumare, a trasformarsi in altro (che avrebbe fatto una gran figura con un completo Tom Ford), in un qualcuno di diverso che già da un po’ mi lasciava stupefatta. Mi abbandonavo quindi al sonno con questa strana nuova serenità, che proprio il giorno dopo si sarebbe persa per sempre.
Non ha senso tornare su queste idee così sciocche, così superficiali, quando la vita sa colpirti – no, che egoismo, non colpisce te, tu sei solo spettatrice, come sul divano – con tale violenza. Forse però è proprio in tale violenza che si cercano appigli deboli, infantili, che ad alta voce non ammetteresti. Se io quella notte fossi rimasta sveglia? Se il pomeriggio prima non avessi dormito? Quanto questo, anche lontanamente, può aver influito su quel meccanismo inarrestabile dello svolgersi degli eventi? Sì, la farfalla, le ali, il ciclone, il Brasile. Ho dormito. Ho dormito il pomeriggio, ho dormito la notte, ho anche dormito troppo la mattina dopo. La mia colpa è sempre aver dormito.

Da allora, ho cercato di non dormire più, la notte degli Oscar. L’edizione successiva mi sono preparata un caffè alle undici di sera. Conduceva Seth McFarlane, non ricordo quasi niente. Anne Hathaway indossava un Prada che non mi era piaciuto, Jennifer Lawrence in Dior era inciampata salendo le scale sul palco per ritirare il suo primo premio, miglior attrice protagonista per Silver Linings PlaybookIn quel film ci avevo creduto parecchio, avevo creduto al monte di possibilità che apriva. Tutto quel “devi restare positivo”, quei due adorabili matti che alla fine si trovavano, nel caos delle loro vite disastrate. Allora mi bastava davvero poco per essere felice. Funziona così, se qualcosa succede sullo schermo, capita anche nella vita. Non raccontiamoci cose che non esistono, possiamo essere noi come loro, perché dobbiamo lasciare che una persona di celluloide sia meglio di noi?

L’anno scorso, non ho guardato la cerimonia da sola. Ho invitato la Sassari, e ci siamo tenute sveglie a vicenda fino alle sei del mattino, quando 12 anni schiavo è stato proclamato Miglior Film e allora abbiamo finalmente tirato fuori i sacchi a pelo. L’anno scorso non ero più la stessa persona che ero stata, niente sogni a occhi aperti, niente sogni nemmeno a occhi chiusi, che sarebbero stati incubi. Bevevo caffè, perché mentre ero nuovamente travolta da non so nemmeno cosa dovevo avere una certezza: io, il Kodak Theatre. I film erano quasi marginali, per me, che facevo l’appassionata, la saccente, per me che ero felice se potevo scrivere di cinema. Esisteva solo la patina di glamour, quella notte. Gli abiti delle attrici, il fisico degli attori che mi piacciono esaltato dai tuxedo. I pettegolezzi, Bradley Cooper è impegnato sì o no? Quando verrà il turno di Leonardo DiCaprio, che è più affascinante adesso di quando era adolescente imberbe e insopportabile in Titanic?
Devo concentrarmi su quello che posso toccare con mano, su quello che posso commentare con sarcasmo, su quello che posso ammirare con lo sguardo, su quello che esiste, qui o a migliaia di chilometri, su quello che è reale, su quello che non importa. Perché da quando non ci sei, tutto è superficie.

Ieri notte non ho avuto bisogno di caffè: a questo l’Erasmus mi sta servendo parecchio. Sveglia come un grillo, non mi sono persa un minuto, dalle undici di sera alle sei passate. Alexander McQueen, Elie Saab, Maison Valentino, brave ragazze, rimandate all’anno prossimo tutte le altre. Benedict Cumberbatch era candidato, chissà se si ricordava di me, quel lontano pomeriggio di settembre al Lido. Una ragazzetta con un abito estivo di pizzo bianco, un nastro blu in vita – cosa avevo in testa, ero forse a un picnic nell’Hampshire con le sorelle Bennet? – che inciampava negli sgabelli dei fotografi e ignorando i vaffanculo spingeva imperiosa un foglietto sotto il naso degli attori che passavano. Ho sempre chiesto tanti autografi, ma credo di non averne conservato nemmeno uno. Per me conta il momento, la calca e la vittoria. Ho già troppe reliquie per i miei ventidue anni, non posso tenere in esposizione anche gli autografi. Non è stata una brutta cerimonia; lunga, un po’ noiosetta – da Neil Patrick Harris mi aspettavo molto di più – ma Lady Gaga che lascia spazio esclusivamente alla propria voce, e Julie Andrews (JULIE ANDREWS!) che entra e l’abbraccia commossa hanno dato un senso a questa nottata.
E soprattutto, nonostante il solito occhio di riguardo per la fashion police da red carpet, nonostante la mia immancabile vena critica, quest’anno ero di nuovo me stessa. Quest’anno mi sono impegnata a vedere più film in gara, mi sono informata un pochino di più, sono tornata a un’antica passione che avevo tenuto lontano in una sorta di esorcismo, sono uscita dal torpore degli ultimi mesi.

Agli Oscar spesso e volentieri non passa il vero, grande Cinema. Scorre sullo schermo, quando si ricordano i defunti. Passa raramente, passa più attraverso una singola interpretazione di uno, una sceneggiatura solida di un altro, una fotografia ineccepibile di quell’altro ancora, che in un unico, impeccabile film. Per la maggior parte dei film candidati darei la definizione di “buon prodotto”, niente da strapparsi i capelli, niente che mi emozioni davvero.
Forse non sono più abituata ad emozionarmi, forse pretendo troppo, forse non lo so nemmeno io perché in fondo sono una grande ignorante che assorbe il più possibile quello che ha intorno, e non vuole mai fermarsi, e vuole sapere ancora, e vedere, e sentire. E allora il cervello riprende ad andare a duecento all’ora, più veloce di quanto io possa parlare o digitare su una tastiera, e la testa mi si accende e si riempie di nuovo di immagini, di sensazioni, di parole, tutto contemporaneamente. Da quando ci sono, nulla è superficie.

 

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Ohne Zwiebeln

All’inizio mi aveva colpito la somiglianza tra i due luoghi. Stesso numero di abitanti, un centro semi-pedonale, una via principale e poi tante piccole annessioni. Mi era già successo – a Oxford – la strada più importante, quella che brulicava di negozi di persone dove non passavano tante macchine, la chiamavamo Emily Street, via Emilia, come fossimo a casa, perché era tanto simile a casa. Non so perché ho questa cosa che voglio sempre scappare, andarmene da un posto soffocante, per poi ritrovarmi in queste cittadine sostanzialmente uguali – a misura d’uomo mi piace dire, si vive bene, non mi distraggo troppo.

Sono entrata in facoltà per la prima volta, oggi, ci sono entrata da parìa perché ancora non ho nemmeno un documento firmato che attesti che sì, per qualche mese sarò studentessa registrata presso questa Università. Non avevo motivo di essere lì, ma ero troppo curiosa. Ero invisibile, quindi nel mio elemento naturale, e ho gironzolato, guardando distrattamente le bacheche con gli avvisi scritti in questa lingua che io non capisco troppo bene. Una ragazza mi ha guardato con simpatia e ho capito immediatamente che anche lei non aveva niente a che fare con quel posto, non sapeva con cosa impegnare le mani e gli occhi mentre fingeva di star aspettando qualcuno o qualcosa per non sembrare una che effettivamente non dovrebbe nemmeno esserci. E’ molto diverso da casa, in effetti. L’edificio dove si trova la mia facoltà, in Italia, è un palazzo storico, ristrutturato, si sviluppa gentilmente attorno a un chiostro che ha conosciuto negli ultimi anni un abbellimento ormai insperato. Spesso e volentieri è labirintico, ma allo stesso tempo vagamente intuitivo. Qui, non ho trovato nemmeno un aula. Solo open space, scale, corridoi che si affacciano sul nulla, gruppi sparuti di ragazzi a loro agio che conversano, camminano veloci; qualcuno ascolta la musica sui gradini, mi siedo anche io per scrivere una mail, come fosse naturale entrare in un non luogo del genere, dove tutto è estraneo, e dove non capisco letteralmente una parola di quello che si dicono i miei coetanei; mi siedo come se io in effetti avessi vissuto già una mia vita lì all’interno, e avessi già delle mie abitudini, come stare su quel particolare scalino per scrivere le mie mail.

Qui proprio non c’è tanta somiglianza, rispetto alla mia città, e questo mi piace. Qui c’è più gente, non so come sia possibile, le statistiche danno le stesse cifre, ma in ogni locale è difficile trovare posto; le strade sembrano più larghe e più piene. Le persone mangiano di gusto, a ogni ora del giorno. Iniziano a bere presto, e si ubriacano prima. I tram passano spaccando il minuto, tutte le volte. Capiscono l’inglese, lo parlano meglio di me. A casa il centro storico dopo una certa ora è deserto, i bar sono pochi e dislocati in due specifiche aree che attirano tutta l’attenzione: qui è possibile trovare una discoteca sotterranea dietro ogni angolo; una birreria che sembrava un buco dall’esterno si è rivelata essere immensa, una stanza infilata dietro l’altra. C’è parecchio freddo, ma la neve – che pure è caduta, e un po’ si è posata – non rimane a lungo a terra: è tutto pulitissimo, solo i tetti sono bianchi. Ho comprato delle scarpe da corsa, perché la prossima giornata di sole voglio andare a fare jogging, e appropriarmi di un altro pezzetto di questa città. Da cliché, sto collezionando i sottobicchieri che mi portano insieme alla birra, sono quasi tutti Ganter, rari gli sprazzi di originalità: guardando da un’altra parte, mentre il brusio attorno a me aumenta, li faccio scivolare nella borsa, qui è tutto così ecologico che sarebbero capaci di riciclarli invece di buttarli via, e invece io li voglio sul mio scaffale, tutti in fila. Mi sforzo di imparare la lingua, provo a ordinare al ristorante, a volte tento addirittura qualche exploit, ad esempio chiedo ohne Zwiebeln, senza cipolla. Che mi piace, ma qui la mettono davvero ovunque. Seriamente. Ovunque.

La mia prima regola, all’estero, è: sei all’estero. Niente patetici tentativi di trovare una pizza fatta come si deve. Niente colazione con pasta e cappuccio, niente lamentele sul cibo, sugli orari, sulle persone – sono freddi, sono troppo pignoli, in Italia non si fa così ma cosà, sbagliano loro. Adattamento, la parola mantra che mi impongo dalla nascita. Finché a un certo punto, in genere, poi mi rendo conto che sono l’unica stronza che fa uno sforzo di adattamento e prova ad andare incontro agli altri, e allora mi stufo e divento la più egoista del borgo, ma questo non è il caso. Mi piace mangiare presto. Non mi piace il freddo ma mi piacciono i paesi freddi – giuro che non sono due cose incompatibili. Mi piace andare in birreria e chiacchierare, mi piacciono le feste, non mi piace andare a ballare – non del tutto vero, non mi piace andare a ballare qui, non saprei spiegare perché. Mi piacciono questi posti dove con una consumazione stai seduta tutto il santo giorno al tavolo, a usare il Wi-Fi, e nessuno viene a romperti le crêpe è finita da una un’ora abbondante, sono seduta da sola, io e il mio portatile, la gente continua a entrare, e la cameriera mi passa accanto come non esistessi. Di nuovo: l’invisibilità è il mio elemento naturale.

Non del tutto vero: da qui sto solo studiando la situazione, la prossima mossa. Il modo in cui, prima o poi, smetterò di scrivere, e inizierò a costruire. Qui è diverso, rispetto a casa, perché qui non mi conosce nessuno, qui non ho un passato, non ho dei ricordi, non ho nemmeno un’abitudine. Qui è tutto da fare, davvero tutto. E’ una di quelle sfide che finalmente mi fanno sentire di nuovo carica. Devo uscire da questo non luogo – niente documenti, ancora, niente documenti – in cui mi sto sotto sotto crogiolando – quanto è comodo non esistere? Anche se solo a livello burocratico: è come se le scadenze, le responsabilità, fossero tutte in stand-by. Ma io non sono invisibile, e vaffanculo a chi ha smesso di vedermi. Mentre sto digitando queste parole, le cose si stanno muovendo, e posso finalmente, ufficialmente, rientrare in gioco. Fare qualcosa di più, aggiungerci quel pizzico di mio, quell’ohne Zwiebeln per far vedere che sto imparando, non sto semplicemente ripetendo a pappagallo la lezione di tedesco.

E intanto statemi vicini, che sto per infrangere la mia prima regola, e ordinare un Espresso.