Love is such a losing game

Lui è povero in canna, ma ha il cuor contento e suona la sua armonica mentre porta un piccolo abete alla sua fidanzata. Lei pure povera in canna, il linoleum della cucina è staccato in diversi punti e non sa più come pagare le bollette. Entrambi vogliono comunque farsi un regalo di Natale. Lui sceglie una catenina per l’orologio di lei: troppo cara per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissima armonica. Lei sceglie un astuccio per l’armonica di lui: troppo caro per le sue magre finanze, finisce per vendere l’amatissimo orologio di famiglia.

Topolino e Minnie sono davanti al camino, si scambiano i regali e la me bambina si sente addosso un male di vivere infinito. Il loro sacrificio è inutile. La catenina senza orologio forse è anche utilizzabile, ma a che serve un astuccio senza armonica? Invece Topolino e Minnie si amano e sono contenti lo stesso, perché l’importante – nonostante lui indossi un cappello da Oliver Twist e lo stipendio di lei consista in dolci ai canditi – è aversi l’un l’altra. Casetta innevata e gran finale con tutti i personaggi delle storie precedenti, Rosso e verde è l’agrifoglio, fa la la la lalallalà.
Questo era Topolino e la Magia del Natale, e da piccola mi lasciava l’amaro in bocca, perché quella storia della perdita di un oggetto caro mi faceva soffrire che nemmeno Minnie fosse morta di stenti nel seminterrato dove lavorava. Sarà che spesso e volentieri amavo più gli oggetti che le persone – sporca capitalista che sono.

Ricordo molto vividamente la cupa disperazione quando i miei mandarono a ridipingere il mio armadio, e il senso di lutto del giorno in cui svuotai la mia prima libreria – probabilmente una BILLY bianca, asettica e funzionale – per accoglierne una molto più grande e solida, ricordo di un vecchio zio di mio padre.
A dodici anni, fresca di studi, organizzai un sit-in sulla mia scrivania, che mia madre voleva sostituire in vista delle superiori.
E in realtà potrei riempire righe e righe sull’orsacchiotto a cui mia sorella staccò un occhio – che io conservai -, sugli scaffali a rischio di collasso perché mi rifiutavo di buttare via anche le cose più inutili, su tutte le case con giardino che i miei non comprarono mai perché io ero affezionata ai muri e alle finestre della nostra.

Due estati fa, a Londra, ho comprato un anellino, al mercato del sabato mattina di Portobello Road. Minimale, una fascetta d’argento con una pietruzzina verde: era l’unico anello a non starmi largo, e io ero elettrizzata all’idea di averne finalmente uno. Mi ero fatta tutta una costruzione sulla promessa di amore per me stessa, sul legame inscindibile tra me e Londra, insomma, tantissime pippe mentali. Il lunedì seguente, l’ho perso. Stavo andando a lezione a Waterloo, e a un certo punto mi sono accorta che non ce l’avevo più al dito. Ho frugato nella borsa, nelle tasche dei pantaloni. Niente. L’amore per me stessa, il legame inscindibile tra me e Londra, sparito nel brevissimo tragitto tra casa mia in Pocock Street e il college.
Nei giorni a venire ho più volte ricontrollato i cassetti della mia stanza, il minuscolo bagno, persino la moquette, senza nessuna speranza. Qualche settimana dopo ho rifatto le valigie, e sono tornata in Italia.

Un pomeriggio di maggio, sono sul divano, in Italia, insonnolita e poco collaborativa. Mi abbraccio a uno dei cuscini, le mie dita sprofondano nella fessura tra il mobile e il muro. C’è qualcosa di metallico, piccolo e sottile. E’ una fascetta d’argento con una pietruzzina verde, e non è possibile che si trovi lì, eppure c’è. Il mio primo anello ha viaggiato oltre il tempo e lo spazio, e da una strada londinese è arrivato fino in camera mia, nella pianura padana.

Lo indosso con orgoglio, lo covo con gli occhi, mi innamoro di lui, ha fatto una cosa che  desidero sempre ma che non mi aspetto mai da nessuno: è tornato.

In estate penso di averlo perso di nuovo, ma è un falso allarme: l’ho solo messo nella trousse.

A novembre, scompare in un albergo. Un minuto ce l’avevo al dito, il minuto dopo mi guardo le mani allarmata e inizio a setacciare la camera e il bagno, metto tutti in allerta, emano angoscia. Il giorno seguente, mi viene riconsegnato: era caduto davanti al banco della reception. Inizio a credere seriamente nei suoi poteri – e anche un po’ nella mia drammatica distrazione.

La settimana scorsa, anzi, ormai due settimane fa, sono a un evento di beneficenza. Non indosso gioielli, solo il mio anello magico. Penso a lungo prima di metterlo, ma quella sera mi serve un pizzico di fortuna e di coraggio, e quindi lo infilo al medio della mano sinistra, l’unico dito in cui sta. La festa procede bene, mi concedo addirittura due Cosmopolitan. Nel bagno delle ragazze c’è un po’ di fermento, mi avvicino per vedere se c’è bisogno di aiuto, il tempo passa, nella mia memoria è un po’ distorto, è l’una di notte, sono le due, i colori sono più accesi, vado a fare la pipì ed esco urlando dal cunicolo: il mio anello è sparito. Sono convinta che sia finito nel gabinetto, ma in effetti se n’è andato di sicuro prima. Sul momento non ricordo, la mattina dopo, invece, in un lampo di tragica lucidità, mi rendo conto di averlo appoggiato sul lavandino e da lì probabilmente di averlo spazzato nel pattume sotto. Un pattume pieno fino all’orlo di fazzoletti, roba bagnata, forse anche assorbenti. Un pattume che di sicuro è stato svuotato la sera stessa.

E questa volta non c’è un lieto fine. Non so dove vada la spazzatura del bagno di un locale; di sicuro, per il mio povero anello magico sarebbe stato meglio restare sull’asfalto a The Cut, ad annusare l’odore di fritto e di malto della fredda aria londinese, invece di finire in mezzo a salviette sporche. Eppure, io sto bene. Quando ci ripenso sospiro un po’, dopotutto rappresentava l’amore per me stessa e il legame inscindibile con Londra; ma la sto prendendo molto meglio di quanto mi sarei aspettata. Meglio dell’armadio ridipinto, meglio della libreria massiccia, meglio della scrivania con dei veri cassetti.

E’ solo un oggetto, e per quanto significato io gli possa aver dato, i sentimenti che ci stanno dietro mi appartengono ancora e quelli, per fortuna, non si possono smarrire.

Adesso, posso persino provare a riordinare la camera, e buttare via quello che non serve più.

Adesso, penso che potrei anche venderla, la mia armonica.

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