“I have measured out my life with coffee spoons”

Solo un cucchiaino di caffè, dopo quei pranzi di famiglia dove tutti sono più rilassati, e i genitori ti permettono qualche sgarro. Un cucchiaino di caffè, un goccio di vino nell’acqua, un dito pucciato nella schiuma della birra: questo è quello che ci era concesso, a mia sorella e me, quando eravamo piccole. Mia madre beve da sempre l’espresso, leggermente zuccherato. Per noi non aveva un sapore entusiasmante, ma volevamo fare le grandi, e quindi la supplicavamo per quel cucchiaino. A renderlo delizioso era il gusto del proibito, del non adatto alla nostra età.

Crescendo mi ritrovai costretta ad ammettere che mi faceva proprio schifo. Passava dall’essere amarissimo all’essere sdolcinato e acidulo, quando tentavo di migliorarlo aggiungendo un po’ di zucchero.

All’ultimo anno di liceo le cose iniziarono a cambiare, e divenni un’assidua frequentatrice del bar della biblioteca, dove tra l’altro venivi sempre tu, e dove era quindi bellissimo osservarti al di sopra di una tazzina. La prima volta che siamo usciti, anzi, la seconda, mi hai portato a bere un caffè, e non potevo certo ordinare una tisana, avrei rovinato tutto, no?

Durante gli esami di maturità, due caffè al giorno: alla mattina e dopo pranzo, prima di ricominciare a studiare.

A settembre cominciarono i corsi, a Giurisprudenza. Caffè come strumento di aggregazione, di conversazione con i colleghi, e soprattutto indispensabile aiuto per certi pomeriggi passati noi quattro nelle salette della Fondazione dove studiavamo. Fu durante una pausa pranzo che un amico suggerì a noialtre di provare il ginseng, cambiando per sempre il corso della mia vita. Era delizioso, dolce al punto giusto, e penso che per quanto le nostre strade possano andare in direzioni diverse, ora che ci affacciamo alla vita vera, a questo amico sarò grata in eterno.

Ma in assoluto il caffè più buono della mia vita non è stato quel primo ginseng, nel dehors appena davanti l’entrata dell’università, e nessun altro degli infiniti ginseng che ho bevuto negli anni a venire, nei momenti di disperazione e nelle allegre chiacchiere, nei tanti piccoli istanti di cucchiaini girati sempre nello stesso verso che hanno costellato la mia vita di studentessa.

Il caffè più buono della mia vita non l’ho mai bevuto, e l’abbiamo preparato insieme, io e te, nella mia cucina assolata, una mattina di fine aprile. Io volevo essere carina e ospitale e ti avevo chiesto se ne volevi uno, ma in realtà non sapevo nemmeno da dove cominciare. Ricordiamoci che io lo prendevo solo per necessità, e solo al bar. Ho tirato fuori la moka, e ho iniziato a studiarla. Tu hai riso, me l’hai tolta dalle mani e l’hai svitata. Mi hai mostrato come svuotarla dalla polvere già utilizzata e compattata, e come riempirla di nuovo. Dalle tende filtrava la luce, illuminava me e te, l’uno accanto all’altra, davanti al lavandino. Tu mi aspettavi mentre aprivo il barattolo, forse ti sciacquavi le mani. Una volta pronto l’hai bevuto, mi hai fatto i complimenti, ti sei rivestito di fretta e sei uscito, che eri in ritardo.

Eri sempre in ritardo, e anche io ero sempre in ritardo, e forse per questo siamo riusciti a beccarci per un periodo così breve. Giusto il tempo di qualche caffè, il tempo che ci mette un cucchiaino a sciogliere lo zucchero. Ho ventidue anni, e sei stato nella mia vita per un’undicesima parte di essa, e mica sempre. Venivi, andavi, tornavi, sorridevi. E’ stato bello incontrarti, farti ridere, sentirti parlare. E’ rassicurante sapere che sei esistito, e che tra le tante persone che hai conosciuto, e a cui hai voluto un po’ bene, ci sono stata anche io. E’ senza rancore che torni in mente, con certe tue pessime abitudini e certi tuoi adorabili atteggiamenti. E’ senza disperazione che torni in mente, con i nostri discorsi sul ritrovarsi un giorno che non arriverà, tu con il tuo cane, io con “una famiglia e una carriera”.

Sai che adesso devo bere il latte di soia? Ma tanto non ti importa, nemmeno ci avevi messo lo zucchero, quella volta.

Sai che tra poco più di un mese partirò? Non vado a Parigi – quella la lascio a te, vecchio mio – e, lo so che è sconvolgente, nemmeno a Londra. Vado nella Foresta Nera, a inseguire una qualche antica fiaba. A mangiare torte di panna e cioccolato, più probabilmente. Sto studiando il tedesco, würdest du auf mich stolz?

Non so dove tu sia, ma io sono nella mia cucina – non c’è più la luce di quelle mattine in questa nuova e lunga stagione – e sono davanti alla mia tazzina di caffè, che ora so preparare a occhi chiusi, e intanto faccio progetti, e intanto già viaggio, e intanto sono nuovamente in piedi. Ti penso, qualche volta, soffio il fumo dalla superficie, accosto la tazzina alle labbra, una parte di me si risveglia, si riscalda e gioisce ancora.

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