Canto di Natale

Il mondo si divide in due categorie, e non mi riferisco a chi ha letto Proust e chi no.

Ci sono quelli che amano le feste in famiglia e che instagrammano il panettone, ogni singolo regalo, l’albero di Natale, la tavola apparecchiata secondo i dettami di Real Time, tutti i cuginetti del pianeta – che questa cosa dei bambini inconsapevoli sull’internet devo ancora chiarirmela in testa, non so se mi va bene – e poi pure i genitori, i nonni e i trisavoli ancora con la cornice d’argento, per par condicio. E poi ci sono i detrattori, quelli che lo fanno proprio di mestiere (“Che schifo l’atmosfera gioiosa” “Che schifo i buoni sentimenti” “Che schifo la voglia di fare”), quelli soli, quelli che hanno la sfiga addosso e proprio in queste occasioni si ricordano di quanto accidenti sono soli e sfigati, ma non possono lamentarsi più di tanto o dopo sembrano quelli distruttivi che invece hanno solo voglia di rompere i cosiddetti al mondo.
Io che prima di conoscere il termine sfigata non sapevo definirmi in un’unica parola, mi piazzo meravigliosamente a metà tra le due categorie. Mi piace il Natale. Mi piace avere tutti i parenti riuniti, anzi, amo le famiglie numerose e vorrei averne quattrocento in più di parenti a tavola. Faccio le foto alle torte che preparo, faccio le foto con mia sorella tutte truccate e pettinate per la Vigilia, faccio le foto al salotto che per una volta all’anno è libero dalla quotidiana distesa di libri coperte computer e pantofole. Vado alla Messa di Mezzanotte e poi provo a farmi dare il vin brulé per quando sono assiderata e mezza addormentata, che puoi essere credente quanto vuoi, ma qualcuno deve dirlo al prete che già è quasi l’una e non può fare un’omelia a una parola al minuto, e che il Coro è bello quanto vuoi, davvero voci angeliche, ma accidenti, è l’orario sbagliato per cantare il Gloria con l’organo, mettici la chitarra che io e mia sorella spacchiamo davvero con la nostra versione a due voci. In tutto questo, però, un pochino le feste le odio.
Intanto perché uno aspetta il 24 e il 25 che passano piuttosto veloci, e poi subito c’è Santo Stefano che detta come va detta è nella maggior parte dei casi una domenica infrasettimanale, e chi la vuole una domenica in più. Non so calcolarvi ogni quanti anni il 26 è una domenica in più perché ci sono anche gli anni bisestili e io già non ci capisco più niente, basti il fatto che questa disgrazia capita molto spesso. Una volta passata l’età dei giocattoli non puoi nemmeno passare la giornata a provare quelli che ti hanno regalato il giorno prima.
Ma soprattutto la cosa che mi uccide di più è l’attimo immediatamente successivo al pranzo di Natale. Dopo i tortellini, dopo i secondi, dopo il dolce i regali il caffè l’amaro, quando tutti stiracchiandosi un po’, guardando l’orologio, mentre la conversazione muore, iniziano a “muoversi verso”, e ci si saluta e la porta si chiude, e rimane la tovaglia piena di briciole e le bucce di mandarino. In quel fatidico momento della giornata in pochi minuti la casa si svuota, e anche i miei genitori si danno alla fuga per andare dai loro amici, come è tradizione, e mia sorella esce, e io rimango in salotto con i resti del pranzo, i fondi delle bottiglie di vino e i film di Topolino.
La mia sera di Natale contempla, da diversi anni a questa parte, la solitudine più totale, il divano, il vassoio di cioccolatini paurosamente vicino e una selezione quasi illimitata di canali di Sky da cui attingere. A piacere, inserire il cellulare fissato un numero x di volte per vedere quegli auguri che si aspettano sempre e non arrivano mai.
Potrei telefonare a qualche amico, dire Ehi! Usciamo!, ma la verità è che non ne ho voglia, perché in certe sere è solo con una singola persona che vorremmo stare, ma da un po’ di tempo non siamo più capaci nemmeno di stare con quella persona, e allora non ha senso. Allora si sta da soli. Non è patetismo, è semplice logica. Non ho più niente da dirti, nella mia mente parliamo per ore, nella realtà mi guardo i piedi e penso disperatamente a un argomento che non ti allontani ancora di più da me. Una volta chiacchieravamo con leggerezza, non è che eravamo solo superficie? Perché tiri sempre fuori il telefono, perché tiro sempre fuori il telefono? Ogni cosa che mi succede, mi sembra naturale pensare di raccontartela – ma ti interesserebbe, mi ascolteresti, o parlo troppo? – e capita che sono lì davanti a te, sento l’imbarazzo che mi si annida dietro le pupille, proprio lì, perché se proverò a guardarti dritto negli occhi cercherò di capire se tu guardi me, e starò peggio, perché nei tuoi di occhi non vedrò quello che voglio. E mentre tu fissi lo sguardo altrove io ne approfitto, e ti osservo, mi soffermo sui dettagli, sei bellissimo.
E ancora non riesco a parlarti, mi dico che è colpa tua che sai tutto e lo fai apposta, perché ti dispiace per me e non vuoi più darmi false speranze, e hai anche ragione.
Ma in quelle serate, quando la casa è deserta ma ben illuminata, quando la carta da regalo se ne sta tutta spiegazzata in un angolo pronta per essere riciclata, quando la programmazione televisiva è quasi esclusivamente Disney è a te che penso; vorrei vederti sul divano a mangiare gli avanzi di torta, se ti rimane un po’ di spazio, vorrei dirti tutte le stupidaggini che mi passano per la testa senza essere sempre così dannatamente impacciata, vorrei un tuo abbraccio, che per le poche volte che mi hai abbracciato l’hai fatto proprio bene, hai la temperatura e la consistenza perfetta, te lo devo dire. Però tutto questo calore, tutta questa naturalezza e lo sguardo affettuoso che ti dipingo negli occhi sono, come la quasi totalità della mia vita, nella mia testa.

Di reale c’è un salotto vuoto, l’odore delle bucce di mandarino e dei fondi di caffè, i regali scartati e gli aghi di pino sul pavimento.

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