Quante meravigliose follie

Di tanto in tanto mi scuoto dal torpore delle mie pigre riflessioni estive e realizzo, ogni volta con una diversa sfumatura di sbigottimento, che Robin Williams è morto per davvero. E soprattutto, è morto suicida.

Non lo definirei il mio attore preferito, ma diciamo che quando leggevo il suo nome nei titoli di testa ero molto più contenta; lo apprezzavo, ci ero affezionata e in un certo senso lo davo persino per scontato, una presenza granitica nello scenario hollywoodiano. Di conseguenza non ero informata sulla sua depressione, sull’ansia con cui combatteva, sul principio di Parkinson. Sapere tutto questo adesso da una parte mi stupisce: il suo sguardo chiaro, ironico, luminoso, per me era così rassicurante; dall’altra, penso a David Foster Wallace. Una volta mi è stato osservato, da parte di una persona a cui avevo consigliato Una cosa divertente che non farò mai più, che era incredibile come un uomo capace di farti sganasciare in poche righe fosse anche talmente disperato da arrivare a impiccarsi nel patio della propria casa in California. Avevo risposto con una banalità, «le persone più divertenti sono le più depresse».

Una banalità, ma per l’appunto esatta. Dave – mi si perdoni la famigliarità, ma dopo aver condiviso tanto glielo devo – scrisse parecchio di depressione. Il racconto La persona depressa, in Brevi interviste con uomini schifosi, era sostanzialmente autobiografico, io lo leggevo sotto l’ombrellone e volevo lanciare il libro lontano, dritto in mare. Perchè era talmente vero da disgustarmi. Ho amato molto, invece, Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta nella raccolta Questa è l’acqua. Altrettanto drammaticamente reale, ma velato di quell’ironia sua, quella che ti porta persino a sorridere mentre parla quasi scanzonato di un disgraziato incidente con degli elettrodomestici nella vasca da bagno – motivo per cui il protagonista inizia poi una terapia di antidepressivi – e contemporaneamente ti stringe lo stomaco, perchè quel racconto è stato pubblicato dal giornale dell’università, perchè l’incidente su cui scherza potrebbe essere successo davvero, perchè a ventuno anni quel ragazzo bravo a giocare a tennis sapeva già benissimo cosa volesse dire convivere con la Cosa Brutta.  C’era chi diceva fosse come stare sott’acqua, lui correggeva il tiro:  “provate a immaginare il momento in cui vi rendete conto, in cui improvvisamente capite che per voi non c’è superficie, che potete nuotare finché vi pare tanto lì dentro ci affogate”. Per lui la Cosa Brutta era come se ogni organo, molecola, cellula del corpo avesse la nausea; e ciò che faceva semplicemente paura, faceva paura il doppio, il triplo, perché percepito tramite quei sensi nauseati, che distorcevano la realtà; la Cosa Brutta attaccava ciò che più aiutava a stare meglio. “Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire”.

Vorrei che tutte le persone che in questi giorni hanno liquidato la morte di Robin Williams, e tante altre morti simili, come il gesto di un idiota, leggessero quel racconto. Tu, che pensi che la depressione sia un hobby per i ricchi annoiati – dunque, oggi yoga alle 9, poi faccio shopping, nel pomeriggio ho un buco, magari mi deprimo un po’ – rifletti su come deve essere avere quella nausea.

Se no, immaginati. La depressione è un peso. Un grosso cubo, di un materiale deformabile a piacimento, ma pur sempre pesante. Fai conto tutti e quattro i codici commentati, il Fiandaca-Musco parte generale e speciale, la Divina Commedia e l’Enciclopedia Britannica e non ci arrivi comunque, a quel peso. Certe mattine, in cui magari non hai impegni immediati, messaggi di amici sul telefono e la casa è vuota, ti svegli ed è lí, sulla schiena, se ti giri te lo ritrovi sulla pancia. Schiaccia le costole, se provi a scrollartelo di dosso ruzzola fino alle gambe. Pessima mossa! Quelle mattine puoi pure scordarti di alzarti in piedi.
Altre volte riesci a ridurlo un pochino, un po’ di pressione lí, un po’ dall’altra parte, lo puoi appoggiare sul comodino e iniziare la giornata. Ma alla fine ha le spalline proprio come uno zaino, e allora finisci per portartelo dietro. Non te ne accorgi subito, poi magari arrivi in università, qualcuno ti urta e ti cade a terra: mannaggia, ero sicuro di averlo lasciato a casa, ti dici. Se non sei da solo provi a non raccoglierlo, ma gli altri devono parlarti molto forte per superare quel velo che ti avvolge da quando hai realizzato che, porca paletta, ti sei portato a lezione la depressione. Se sei da solo invece non resisti alla tentazione, lo rimetti indosso. Mi dona? Guarda, secondo me ti sbatte parecchio, ti ingobbisce, su quelle spalle!, ma sai che ti dico, fai come vuoi. Tu hai la depressione, poverino, io ho l’alluce valgo, sai quanto fa più male?
A casa lo nascondi nell’armadio, il più lontano possibile. Se non riesci a combatterlo, ignoralo. Finirai per ritrovarlo nei punti più inaspettati, in piazza, in spiaggia, nel camerino di un negozio.
E ogni volta è sempre più pesante, guarda, mi è scappato un altro quintale e mezzo, che faccio, lascio?

Direi che possa bastare. Io ho l’impressione che vivere cosí possa fare abbastanza schifo. Per alcuni, schifo abbastanza da appendersi a una cintura. Vorrei non fosse stato così, vorrei – egoisticamente – poter ancora vedere un nuovo romanzo di Dave in libreria, un nuovo film con Robin, di nuovo il tuo sorriso. Ma se non posso riavere indietro tutto questo, che senso ha darvi degli idioti, che senso ha liquidare la scelta più definitiva che avete fatto come una follia? Quante meravigliose follie ci avete regalato, questa non lo è. Ve lo posso dire che non è stata l’idea più brillante di tutte. Ve lo posso dire che anche se le vostre cellule nauseate non lo capivano più, intorno avevate l’amore. Ma queste parole non servono a riportarvi qui, perchè le avrei dovute ripetere mille volte prima.

Eppure Dave l’ha scritta, la formula magica. Vorrei l’avesse usata, e vorrei che Robin l’avesse letta. Guarda caso si trova nello stesso volume del Pianeta Trillafon; Solomon Silverfish è il marito innamorato di una donna malata di cancro, di cui non rimane praticamente più nulla se non un corpicino di quarantacinque chili attaccato a decine di tubini e flebo. “Durante tutto questo brutto periodo Solomon ha fatto sentire e capire a Sophie che lei è la malata, non la malattia. Lei è quello che è, non quello che ha dentro”.

Che sia una nausea costante e irradiata, che sia un peso, che sia un buco nero che sembra risucchiare ogni felicità nei dintorni, la depressione è una malattia, come il cancro, come la tisi, che consumava dall’interno anche le ricche dame imbellettate dell’ottocento; la prima moglie di Arthur Conan Doyle si ammalò di tubercolosi, ed era bellissima, certi giorni quasi euforica, mentre qualcosa la stava uccidendo sotto la splendida superficie.

La depressione è una malattia, ma la buona notizia è che tu sei il malato, non la malattia. E come tale, puoi anche non farti sconfiggere.

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2 thoughts on “Quante meravigliose follie

  1. Quando ho saputo della morte di Robin Williams sono andato controcorrente: non perché volessi farlo a tutti i costi ma perché a me lui, escludendo il personaggio di Mork e qualche altro raro caso, non piaceva. Dirò di più, mi infastidivano i suoi film, perché trovo nei suoi personaggi (praticamente tutti) sempre la tendenza all’esagerazione (sotto vari punti di vista) che non hanno contatto con la realtà. Ed a me le vie di mezzo non piacciono: o si parla di realtà o di fantascienza. Ovviamente me ne hanno dette di tutti i colori, ma la cosa curiosa è che a margine di questo commento ho proposto una riflessione: quanti attori comici (ok, lui non era solo comico) sono morti suicidi o in preda alla depressione? Il punto cruciale è questo: quanto la facciamo facile a liquidare un attore comico come attore di serie B, come se quelli veri fossero quelli che interpretano ruoli drammatici. Pensiamo spesso erroneamente che far ridere sia banale, poi magari non raccontiamo le barzellette dicendo apertamente “non sono bravo”. Ma non dovrebbe essere un problema se far ridere fosse così facile, no?
    Il fatto è che ogni risata che ci fa fare, a molti attori costa molto. E non solo in termini di fatica per migliorare le loro doti professionali, ma anche come sforzo di cercare di mostrarsi come non si è. Perché magari in quel momento della sua vita un attore è preda di ansie, timori o altro che lo porterebbe a chiudersi in se stesso e amen. Invece deve recitare e deve pure fare ridere.
    Ecco, per questo lui è stato un grande, senza alcun dubbio: perché è riuscito a far ridere (e piangere molti) nonostante il suo periodo non felice.
    Ma quanto costa una risata…

  2. Quella del clown triste è una situazione che in pochi riconoscono. Ma il gesto di togliersi la vita è il più efficace metodo di sponsorizzazione che mi venga in mente. Poi le rogne sono di chi resta: piangere, stupirsi, scrivere commenti improduttivi alle riflessioni trovate sui blog…
    Se voleva condividere col mondo un po’ di sofferenza ci è riuscito. Io ho sofferto per il suo gesto. Grande!

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