Non sono diventata astemia, ma

Tra i miei confusi ricordi di una notte di Capodanno c’è la visione un po’ più nitida di me, seduta al tavolo della sala da pranzo, mentre bevo acqua a piccoli sorsi e proclamo solennemente che a una certa età non posso più permettermi di trascorrere certe serate e ubriacarmi e fare figuracce e piangere nel mezzo di Piazza San Marco ed essere stanca, così stanca, di questi anni che passano senza mai concedermi l’unico regalo che chiedo. E allora voglio cambiare rotta, e dico agli stoici che sono ancora lì, attorno a me, che mi ascoltano o forse no, che è ora di riprendere il controllo delle nostre vite, che dobbiamo diventare adulti.

La mattina dopo sono uno straccio. Mentre dormicchio e imploro le mie viscere di restare al loro posto, lo stesso ritornello in testa, la canzone che sto ascoltando: Ho più freddo adesso di quando tanti anni fa la neve bianca mi gelò la giacca a vento.

Non è stata la peggiore sbronza di sempre.

E’ un mercoledì di luglio, ho diciassette anni, e da quattro giorni sono matura, cosa che sto per smentire clamorosamente. Passo le mie  giornate altalenando un’euforia incontrollabile a una profonda depressione. Questa sera c’è da festeggiare, perché il giro di esami orali sta finendo, escono i quadri domani, e a quel punto saremo tutti ufficialmente liberi. L’idea è andare alle piscine, dove c’è della musica, si può ballare e fino a mezzanotte pure fare il bagno; prima, però, la mia migliore amica mi propone di bere qualcosa insieme nella piazzetta vicina. Siamo felici, estive, chiassose e giovanissime. Non possiamo fare altro che andare di shottini. Rum e pera, tequila sale e limone, di nuovo rum e pera. Ci piace la ritualità, l’ordine in cui vanno bevute le cose, il ciocco del bicchierino sul tavolo, perché chi non bussa non stussa. Ridiamo a voce alta, e da fuori quello che vedono gli altri sono quattro o cinque ragazzine con i denti perlati e i capelli puliti che iniziano già a essere storte, e vanno a prendere le biciclette, e vanno a zigzag per la strada, la notte è calda.

La gente già balla in pista, le luci pulsano, un amico arriva con un sorriso che taglia in due la faccia e ci soffia nell’orecchio, sovrastando la musica: Ho del limoncello nello zaino. Noi rispondiamo con urla di giubilo, Grande! Passa qua! Il limoncello è ancora fresco, ma anche se non lo fosse non ce ne accorgeremmo, va giù che è una meraviglia. Non penso ai miscugli che sto facendo, a cena ho mangiato tanto e sono tranquilla. No, non sono tranquilla, sono euforica perché è estate, perché ho finito il liceo, perché i mesi successivi si srotolano davanti a me come il tappeto di Aladdin da cui posso urlare finalmente che il mondo è mio. Balliamo, ci vogliamo tutti benissimo, ci giuriamo amicizia eterna. Passano tutte le canzoni tormentoni remixate, non potremmo chiedere di meglio. Il giorno dopo dormiremo fino a mezzogiorno, senza alcun pensiero al mondo che non sia scegliere costumi da bagno, fare shopping, guardare tutti i telefilm che vogliamo. Non lo dico, ma io sono anche contenta perché potrò leggere un sacco di romanzi arretrati. Non penso ai romanzi che mi attendono quando il mio amico ci si avvicina di nuovo e dice: In macchina ho anche del rum. Non penso per un istante che ho già bevuto diversi superalcolici, che il rum manco mi piace, che si sta così bene a ballare con le amiche: mi sento brillante, me ne esco con una frase da vera stupida quale “Dove c’è l’alcol ci sono anche io!” e lo seguo fuori dalla piscina, raccogliendo chi incontro sulla strada, Dai, venite, c’è da bere gratis. Facciamo un trenino goffo verso il parcheggio, da fuori siamo tutti storti, dentro ci crediamo bellissimi, sicuri e invincibili. Beviamo a canna dalla bottiglia di rum, non è buono come il limoncello, brucia la gola, ha un sapore disgustoso, ma mi fa stare divinamente. Ho un enorme bisogno di affetto, abbraccio la mia migliore amica, abbraccio il mio amico, abbraccio persino un conoscente che si è unito a noi appena ha sentito l’odore del rum. A forza di abbracciare e di professare bene, però il buco nel cuore che porto dentro in questi giorni, e che avevo tappato a furia di shottini un’oretta prima, si spalanca.

Improvvisamente non sono più sul tappeto di Aladdin, sono nella cara vecchia palude che conosco tanto bene, dove continuo a ristagnare, dove non c’è possibilità di risalire. Dove sono piantata a terra da tutto quell’amore inespresso che mi si allaccia al petto e alle caviglie. Sono sola, sarò sola per sempre. L’Università non cambierà niente nella mia vita. Inizio a piangere, no, veramente a rantolare, perché per far uscire delle lacrime pulite bisogna essere sobri, anche piangere richiede talento e concentrazione. Mi lamento, voglio bere di nuovo per risalire su, per essere quella divertente che tiene testa agli altri ragazzi. Poi di quella notte mi rimangono solo dei frammenti.

Per tenermi sveglia la mia migliore amica mi chiede di ripeterle il mio orale della maturità, io comincio con la tesina, poi passo a Crepuscolari-Futuristi-Montale, che noi li abbiamo fatti così, in un’unica giornata che non si faceva in tempo a seguire il programma altrimenti, e così mi sono stati chiesti. Inglese, filosofia, storia, latino, greco – la Medea! Non ho studiato la Medea! La mia amica mi tranquillizza, L’esame è già passato, non la devi studiare più, la Medea – scienze, matematica, fisica, la domanda di fisica quasi la canno, poi mi correggo. Flash. Mi tengono per le braccia, io non mi reggo in piedi e vorrei solo dormire dormire dormire, fino a mezzogiorno, senza altri pensieri che non siano i costumi da scegliere, lo shopping da fare e i telefilm da vedere. Anche i romanzi da leggere, ma tutte queste cose non riesco a dirle perché sono parole troppo pesanti per la mia lingua, riesco solo a blaterare che voglio dormire. Flash. Sono miope, eppure mi sembra di vedere tutto più nitido, il nero della notte e il bianco dei lampioni, non erano così alti prima, aspetta, sono io che sono sdraiata per terra. Flash. Biascico dei nomi, persone che vorrei lì, non so dove le ho ripescate, sepolte da chissà quanto. Flash.

Per i successivi due giorni sono stata poeticamente di merda. Mi sono ripromessa di non toccare più un superalcolico in tutta la mia vita; sono partita per il viaggio di maturità e mentre le mie amiche bevevano i loro cocktail io ordinavo gigantesche coppe di gelato. In discoteca, una sera, ho persino trovato il coraggio di ordinare una Virgin Caipiroska, che oggi mi chiedo cosa ci avrà messo quel barista, in una Caipiroska senza la vodka. Ancora adesso, a quattro anni di distanza, non riesco a bere rum e tequila, il limoncello lo prendo solo dopo i pasti abbondanti, come digestivo. Non sono diventata astemia. Ho fatto nuovamente tante figuracce, nonostante i buoni propositi: nei primi mesi dell’anno il buco nel cuore si è spalancato, e stava per inghiottirmi, e quella era la mia giustificazione.

E poi, semplicemente, ho esaurito le giustificazioni. Il tempo finisce per essere il miglior proposito che ci possiamo fare. Il buco è sempre lì, ma non lo riempio più di shottini. Lo riempio di impegni, di viaggi, e piango solo lacrime pulite.

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2 thoughts on “Non sono diventata astemia, ma

  1. …in questo post avverto sulla lingua il dolce del ricordo e l’amaro dello stesso ricordo, aono i punti di vista a mutare il carattere che lascia dentro…
    ciò detto io non mi sono mai veramente sbronzata
    è il mio “buon proposito” per il trentesimo coompleanno

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