Estate 2014: this is what dreams are made of

Solo perché scrivo poco, ultimamente, e soprattutto scrivo cose mediamente tristi, mediamente introspettive, mediamente ma chissenefrega dei fattacci tuoi, esci fuori e vivi, non vuol dire che non vi voglia parlare anche quest’anno delle tendenze di quest’estate 2014. Ormai ne è trascorsa circa metà, a essere precisi, ma tanto eravamo tutti chiusi in casa a studiare e a lamentarci di luglio come novembre, quindi facciamo che non siamo assolutamente in ritardo – che cosa orribilmente di cattivo gusto sarebbe, altrimenti – e vediamo un po’ cosa io e le mie spie abbiamo selezionato per voi, per vivere un’estate assolutamente in. E per in intendo che lo sapremo solo io e voi due o tre, di essere immensamente fighi.

  1. INDOSSARE IL PIGIAMA H24 

    Abbiamo vissuto la sessione estiva sul disperato andante con brio, passando direttamente dal letto alla scrivania, al divano, al frigo, al muro del pianto, perennemente in tenuta da casa. Una volta sepolto di nuovo il libretto sotto centinaia di altre cartelline cartellette cartellucce è difficile tornare alle vetuste abitudini di vestirsi con indumenti complessi come jeans, crop top, lace shirt, quel che vi va. La soluzione ideale per superare questo periodo di transizione tra gli esami di luglio e quelli di settembre è quindi di continuare a indossare il pigiama anche fuori di casa, o almeno qualcosa che gli somigli particolarmente. Ho persino fatto qualche foto esplicativa, e per una di esse si è prestata la mia amica Parigina, rendetevi conto dell’immenso onore.10588570_10204654429991351_1298322917_nSono ingrassata un botto, quindi dei pantaloni leggeri come un sogno e sformati come la peggiore delle tute da casa sono diventati la mia divisa. Se poi ci metto anche le babbucce da notte, ciao.Vestaglia su tutina, sto tutta fresca e morbida che è una meraviglia. Sembro appena alzata dal letto e ne vado fierissima. Veramente ne avrei presa anche una solo blu, ma la foto mostrava contemporaneamente tutti e 67 i miei difetti, quindi ho preferito glissare. Poi sono andata in overdose da Project Runway e ora sono solo stampe ovunque, ovunque.

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    Uno dei miei pezzi preferiti, e infatti non è mio: il camicione color ocra (la qualità della foto in notturna non permette di apprezzarne appieno la sfumatura), indossato dalla nostra modella d’eccezione:

    10585573_10204654430071353_19243892_nA mettere i credits mi vergogno un po’ perché poi la gente pensa che voglia fare la fashion blogger quando sono semplicemente un giullare, comunque le mie amatissime babbucce (espadrillas, vabbè) le ho prese su Miss Hamptons, e devo dire che mi hanno davvero soddisfatto perché sono arrivate in anticipo e calzavano a pennello – il loro consiglio di scegliere lo stesso numero delle scarpe casual insomma aveva senso. Vestaglia su tutina sono di H&M, perché faccio davvero spese folli, i pantaloni verdi potrei averli comprati da Primark a Londra l’anno scorso, e non si sono ancora rotti nonostante le 7 sterline di prezzo.

  2. IL PORTOGALLOLa meta dell’estate 2014 non è l’eterna Mykonos, oppure Pag, Formentera, Ibiza, SCASCIODEVASTO eccetera: è il Portogallo. In valigia ho messo due libri di Pessoa, da mesi ci informiamo sulle specialità locali e prevediamo degustazioni di Porto e liquori alla ciliegia per una vacanza davvero di sostanza. Oltretutto a Oporto si trova la libreria che hanno usato per il Ghirigoro e quindi capite che non si può, non si può davvero saltare una tappa così. Non vedo l’ora di raccontarvi del viaggio – perché so che vi interessa da morire – e soprattutto di condividere con voi quel mio nuovo grande amore che è AirBnb: è una gioia quotidiana aprire l’app e sapere che con un clic posso dormire in un pub, in un faro, in una dimora dentro un’altra dimora, in una casa sotterranea, in un vagone di un treno, in un qualsiasi buco abitabile che chiunque possa mettermi a disposizione.
  3. TAGGARSI NEI CONAD 

    Questa si commenta da sè. Perché farsi i fighi nelle discoteche, nei lounge bar, quando si può taggarsi nei Conad di tutta Italia? L’unica controindicazione è che il mio profilo FB sta facendo più cose di me, insomma, è un po’ inquietante. Spero che almeno inizi anche a invecchiare al mio posto, che tra meno di un mese compio gli anni, e non mi ricordo nemmeno quanti sono.

  4. DIO DI ILLUSIONI, DONNA TARTT 

    Questa è una cosa seria: questo libro è già uno dei più belli che io abbia letto quest’estate, anche se ha più o meno la mia età. L’ho divorato in tre giorni, scordandomi quasi di cenare – e comunque non ho interrotto la lettura nemmeno mentre mangiavo – e quando uscivo a fare vita sociale non vedevo l’ora di rinchiudermi in casa per riprenderlo. Se voleste fare proprio quelli sul pezzo in realtà l’ultimo romanzo di questa formidabile scrittrice è Il Cardellino, ma provate voi ad appoggiarvelo sulla pancia, sotto l’ombrellone, oppure a metterlo in un bagaglio a mano. Come minimo dovreste lasciare a casa i pantaloni e la trousse.

  5. FARSI LA MARATONA DI “UNA MAMMA PER AMICA” 

    Io non l’avevo mai visto – shame on me – e ho deciso di approfittare della fine di tutte le mie serie (The Good Wife, Game of Thrones, House of Cards; della cocente delusione di How I met your mother ne abbiamo già parlato qui) per colmare questa mia immensa lacuna televisiva. Dalla prima puntata mi sono sentita a casa, non so se è perché lo sto guardando in italiano e quindi mi sembra sempre di sentir parlare Meredith Grey e Derek Shepherd appena Lorelai e Luke aprono bocca, oppure perché effettivamente è davvero una serie graziosa e ben scritta. E poi c’è Chad Michael Murray, che mi ha fatto subito tornare ai dodici anni e a Cinderella Story: non lasciare che la paura di perdere ti impedisca di partecipare. Grazie, Hilary Duff, grazie, this is what dreams are made of.

Con questa coltissima citazione, che in realtà proviene da un altro film della nostra biondina preferita (Lizzie McGuire – da liceale a popstar, non ve l’ho detto che dovete anche rivivere gli ultimi, trashissimi anni ’90 riguardando Lizzie McGuire, o almeno seguendo l’account Twitter?), terminano i miei utilissimi consigli. Chiudete i libri almeno per qualche settimana, vestitevi di gi, si chiudonoallo, bevete cedrata, limonate fino a farvi cascare le mascelle e divertitevi, prima che l’età adulta faccia cadere tutte le illusioni e aumenti invece i postumi delle serate.

Non sono diventata astemia, ma

Tra i miei confusi ricordi di una notte di Capodanno c’è la visione un po’ più nitida di me, seduta al tavolo della sala da pranzo, mentre bevo acqua a piccoli sorsi e proclamo solennemente che a una certa età non posso più permettermi di trascorrere certe serate e ubriacarmi e fare figuracce e piangere nel mezzo di Piazza San Marco ed essere stanca, così stanca, di questi anni che passano senza mai concedermi l’unico regalo che chiedo. E allora voglio cambiare rotta, e dico agli stoici che sono ancora lì, attorno a me, che mi ascoltano o forse no, che è ora di riprendere il controllo delle nostre vite, che dobbiamo diventare adulti.

La mattina dopo sono uno straccio. Mentre dormicchio e imploro le mie viscere di restare al loro posto, lo stesso ritornello in testa, la canzone che sto ascoltando: Ho più freddo adesso di quando tanti anni fa la neve bianca mi gelò la giacca a vento.

Non è stata la peggiore sbronza di sempre.

E’ un mercoledì di luglio, ho diciassette anni, e da quattro giorni sono matura, cosa che sto per smentire clamorosamente. Passo le mie  giornate altalenando un’euforia incontrollabile a una profonda depressione. Questa sera c’è da festeggiare, perché il giro di esami orali sta finendo, escono i quadri domani, e a quel punto saremo tutti ufficialmente liberi. L’idea è andare alle piscine, dove c’è della musica, si può ballare e fino a mezzanotte pure fare il bagno; prima, però, la mia migliore amica mi propone di bere qualcosa insieme nella piazzetta vicina. Siamo felici, estive, chiassose e giovanissime. Non possiamo fare altro che andare di shottini. Rum e pera, tequila sale e limone, di nuovo rum e pera. Ci piace la ritualità, l’ordine in cui vanno bevute le cose, il ciocco del bicchierino sul tavolo, perché chi non bussa non stussa. Ridiamo a voce alta, e da fuori quello che vedono gli altri sono quattro o cinque ragazzine con i denti perlati e i capelli puliti che iniziano già a essere storte, e vanno a prendere le biciclette, e vanno a zigzag per la strada, la notte è calda.

La gente già balla in pista, le luci pulsano, un amico arriva con un sorriso che taglia in due la faccia e ci soffia nell’orecchio, sovrastando la musica: Ho del limoncello nello zaino. Noi rispondiamo con urla di giubilo, Grande! Passa qua! Il limoncello è ancora fresco, ma anche se non lo fosse non ce ne accorgeremmo, va giù che è una meraviglia. Non penso ai miscugli che sto facendo, a cena ho mangiato tanto e sono tranquilla. No, non sono tranquilla, sono euforica perché è estate, perché ho finito il liceo, perché i mesi successivi si srotolano davanti a me come il tappeto di Aladdin da cui posso urlare finalmente che il mondo è mio. Balliamo, ci vogliamo tutti benissimo, ci giuriamo amicizia eterna. Passano tutte le canzoni tormentoni remixate, non potremmo chiedere di meglio. Il giorno dopo dormiremo fino a mezzogiorno, senza alcun pensiero al mondo che non sia scegliere costumi da bagno, fare shopping, guardare tutti i telefilm che vogliamo. Non lo dico, ma io sono anche contenta perché potrò leggere un sacco di romanzi arretrati. Non penso ai romanzi che mi attendono quando il mio amico ci si avvicina di nuovo e dice: In macchina ho anche del rum. Non penso per un istante che ho già bevuto diversi superalcolici, che il rum manco mi piace, che si sta così bene a ballare con le amiche: mi sento brillante, me ne esco con una frase da vera stupida quale “Dove c’è l’alcol ci sono anche io!” e lo seguo fuori dalla piscina, raccogliendo chi incontro sulla strada, Dai, venite, c’è da bere gratis. Facciamo un trenino goffo verso il parcheggio, da fuori siamo tutti storti, dentro ci crediamo bellissimi, sicuri e invincibili. Beviamo a canna dalla bottiglia di rum, non è buono come il limoncello, brucia la gola, ha un sapore disgustoso, ma mi fa stare divinamente. Ho un enorme bisogno di affetto, abbraccio la mia migliore amica, abbraccio il mio amico, abbraccio persino un conoscente che si è unito a noi appena ha sentito l’odore del rum. A forza di abbracciare e di professare bene, però il buco nel cuore che porto dentro in questi giorni, e che avevo tappato a furia di shottini un’oretta prima, si spalanca.

Improvvisamente non sono più sul tappeto di Aladdin, sono nella cara vecchia palude che conosco tanto bene, dove continuo a ristagnare, dove non c’è possibilità di risalire. Dove sono piantata a terra da tutto quell’amore inespresso che mi si allaccia al petto e alle caviglie. Sono sola, sarò sola per sempre. L’Università non cambierà niente nella mia vita. Inizio a piangere, no, veramente a rantolare, perché per far uscire delle lacrime pulite bisogna essere sobri, anche piangere richiede talento e concentrazione. Mi lamento, voglio bere di nuovo per risalire su, per essere quella divertente che tiene testa agli altri ragazzi. Poi di quella notte mi rimangono solo dei frammenti.

Per tenermi sveglia la mia migliore amica mi chiede di ripeterle il mio orale della maturità, io comincio con la tesina, poi passo a Crepuscolari-Futuristi-Montale, che noi li abbiamo fatti così, in un’unica giornata che non si faceva in tempo a seguire il programma altrimenti, e così mi sono stati chiesti. Inglese, filosofia, storia, latino, greco – la Medea! Non ho studiato la Medea! La mia amica mi tranquillizza, L’esame è già passato, non la devi studiare più, la Medea – scienze, matematica, fisica, la domanda di fisica quasi la canno, poi mi correggo. Flash. Mi tengono per le braccia, io non mi reggo in piedi e vorrei solo dormire dormire dormire, fino a mezzogiorno, senza altri pensieri che non siano i costumi da scegliere, lo shopping da fare e i telefilm da vedere. Anche i romanzi da leggere, ma tutte queste cose non riesco a dirle perché sono parole troppo pesanti per la mia lingua, riesco solo a blaterare che voglio dormire. Flash. Sono miope, eppure mi sembra di vedere tutto più nitido, il nero della notte e il bianco dei lampioni, non erano così alti prima, aspetta, sono io che sono sdraiata per terra. Flash. Biascico dei nomi, persone che vorrei lì, non so dove le ho ripescate, sepolte da chissà quanto. Flash.

Per i successivi due giorni sono stata poeticamente di merda. Mi sono ripromessa di non toccare più un superalcolico in tutta la mia vita; sono partita per il viaggio di maturità e mentre le mie amiche bevevano i loro cocktail io ordinavo gigantesche coppe di gelato. In discoteca, una sera, ho persino trovato il coraggio di ordinare una Virgin Caipiroska, che oggi mi chiedo cosa ci avrà messo quel barista, in una Caipiroska senza la vodka. Ancora adesso, a quattro anni di distanza, non riesco a bere rum e tequila, il limoncello lo prendo solo dopo i pasti abbondanti, come digestivo. Non sono diventata astemia. Ho fatto nuovamente tante figuracce, nonostante i buoni propositi: nei primi mesi dell’anno il buco nel cuore si è spalancato, e stava per inghiottirmi, e quella era la mia giustificazione.

E poi, semplicemente, ho esaurito le giustificazioni. Il tempo finisce per essere il miglior proposito che ci possiamo fare. Il buco è sempre lì, ma non lo riempio più di shottini. Lo riempio di impegni, di viaggi, e piango solo lacrime pulite.