Hai il profumo dei mandarini

Sono una ragazza un po’ sbadata, lo ammetto. Nella mia lunga carriera ho perso astucci interi, temi scolastici delle elementari, ciondoli, anelli – un sacco di anelli, proprio non ce la posso fare, il mio anello più duraturo è rimasto in mio possesso per quasi due mesi, trovo la cosa piena di significato – orologi, chiavette usb, maglioni, sciarpe, foulard, caricabatterie. Una volta persi gli occhiali da vista mentre salivo sull’autobus. Quando ero piccola ogni perdita era un’ombra scura sulla mia vita spensierata, sapevo che mi attendeva la sgridata della mamma e la solita solfa devi-avere-più-cura-delle-tue-cose-ormai-sei-una-signorina. Lo so che devo avere più cura delle mie cose, è che semplicemente mi capita di perderle, è una faccenda che posso tenere d’occhio fino a un certo punto. 

Non ho mai perso, a mia memoria, dei libri. Libri scolastici sì, in prima media mi ritrovai senza il manuale di scienze da un giorno all’altro e da lì in poi quella materia divenne il mio incubo. Ma i libri che leggevo per piacere non li ho mai smarriti, mai.

Avevo comprato questo romanzo di Simone De Beauvoir, I Mandarini. Era stato un acquisto un po’ alla cieca, nella mia foga di leggere il più possibile, di esplorare, di diventare a mia volta una persona interessante. Mi ero lasciata conquistare dal fatto che fosse la compagna di Sartre. Quando ci siamo conosciuti mi avevi parlato del tuo interesse per l’esistenzialismo, e io ci immaginavo come una coppia colta e brillante. Saremmo stati Simone e Jean-Paul, io e te.

Ero un po’ migliorata, in quel periodo, con quel mio problema di perdere sempre tutto, e certo non pensavo che mi sarei ritrovata a perdere le persone. Poi tu sei partito e ho saputo di averti perso. Ed è stato allora che ho perso anche I Mandarini. All’inizio il romanzo stava lì, sulla scrivania, con il suo bravo segnalibro quasi a metà – addirittura? ne ho una memoria così vaga – ma quando tu te ne sei andato io non riuscivo a dormire, ad ascoltare la musica e nemmeno a leggere. Figurarsi sfogliare le pagine di quella che nella mia folle fantasia sarebbe stata la nostra vita, la coppia colta&brillante, ricordi? Quando, con calma, ho deciso di distrarmi un po’ ho scelto un racconto comico, leggero. Solo tempo dopo mi sono accorta che I Mandarini era scomparso. 

Sono passati gli anni e ancora quel libro non è spuntato fuori, e dire che tante volte ho sistemato la libreria, la mia stanza. Non l’ho mai portato via da casa, eppure in casa non c’è. E allora, allora non è che per caso sei entrato in camera, una notte, e me l’hai preso tu?  Magari me l’hai preso per dirmi che era ora di cambiare aria, che non si  può essere Simone e Jean-Paul, che ci avrebbe fatto male e tu di male te ne eri già fatto anche troppo. Forse, l’hai solo preso in prestito. E in questo ci spero, perché se sei un uomo di parola allora me lo restituirai, e quindi tornerai. E a quel punto sai cosa? Possiamo non essere Simone e Jean-Paul, possiamo essere noi due, e lasciarci alle spalle tutto, e ridere e mangiarci le torte che ti preparo, e guardare le serie tv stupide che piacciono a me, perché sai che io La nausea non l’ho mai letto? Staremo al pub a bere birra, e sì, certo che leggeremo seduti fuori da un caffè a Parigi, prima o poi. Mi comprerai Vanity Fair tutti i mercoledì, e io ti parlerò di David Foster Wallace, ma non troppo, che noi non dobbiamo farci coinvolgere dalla Cosa Brutta. A febbraio già inizierò a tartassarti per le vacanze, che io voglio viaggiare e vedere e non necessariamente prendere il sole, ma magari un po’ di mare ce lo possiamo fare. Mi porterai in Scozia? So che ci sei già stato, io pure. Godiamocela insieme. E poi sì, andremo appunto al mare, e io mi ustionerò il primo giorno, e cosparsa di crema solare diventerò una cotoletta di sabbia. Ti parlerò dei miei progetti, e tu mangerai mandarini, con la m minuscola, sei fortunato perché a me il loro profumo piace tantissimo, e mi farà pensare a te tutti gli inverni, anche se non dovrò pensarci tanto perché sarai lì. Anzi, ti dico di più: non penseremo affatto, tu cucinerai per me e io ti comprerò un pianoforte perché tu possa suonarlo di nuovo. Tu perderai talmente tante volte le chiavi di casa, e il telefono, e chissà che altro, che io diventerò ordinatissima, e non perderò mai più niente, solo le bollette.

Però ecco, magari devi tornare, e riportarmi I Mandarini. Può anche essere che finisca di leggerlo, se me lo restituisci. E allora torna, che se non è andata così, se non me l’hai preso tu, se l’ho perso io, allora è un guaio. E’ un guaio perché te non ti rivedrò più, e va bene non essere Simone e Jean-Paul, va bene tutto, ma questo no, no, no.

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Fulmini

Stamattina sono uscita con una giacca leggera, e temevo non fosse sufficiente. In questo mese di temperature mai prevedibili, mi ricordo sempre la stessa cosa, e cioè un giorno della terza superiore in cui mi ero sentita male, forse avevo un po’ di tachicardia, forse volevo solo saltare un’interrogazione – buona la seconda – e mi era venuto a prendere mio padre. Una mia compagna mi aveva fatto i complimenti per la giacca, quella mattina, ed era una giacca leggera, appunto. Se avevo già cambiato gli armadi in quel periodo, che era la fine di aprile, allora sono nel giusto a mettere oggi un’altra giacca leggera.

Ho sempre avuto un’ottima memoria per le date: immagazzinavo i compleanni di tutta la classe, festeggiavo anniversari di eventi più o meno felici, più o meno dolorosi, e a volte rivivevo persino situazioni banalissime, ma che in qualche modo mi erano rimaste in mente, con giorno, mese e anno. Per un po’ di tempo ho pensato a un certo sabato in cui tutto quello che era successo era stato un invito ad uscire, e poi due anni dopo proprio quella data ha assunto una connotazione mostruosa, che adesso non potrò mai dimenticare; è stata nascosta lì tutto questo tempo, per citare grezzamente il film One day. Questo per dire che sono un genio oppure sono seriamente disturbata, buona la seconda anche questa volta.

Stamattina non riuscivo a ricordarmi precisamente la data del giorno della tachicardia e della giacca leggera, sapevo solo che era il primo lunedì dopo il San Giorgio – un’uscita di tre giorni con gli scout, per i profani – e infatti essendo stata via tutto il fine settimana non avevo aperto libro e non ero pronta per l’interrogazione, da qui la tachicardia, torna tutto.

Oggi è giovedì 24 aprile, e sto facendo le valigie per un altro fine settimana, di tenore molto diverso. Non ho mai scritto la data, fino ad adesso, e adesso mi rendo conto. Un campanello mi era già suonato quando, riflettendo sui miei impegni di lunedì 28 aprile, avevo pensato all’ultima volta che il 28 aprile era stato un lunedì, ma non mi ero soffermata. Invece stasera faccio le valigie e metto insieme il fatto che oggi è giovedì 24 aprile, e lunedì sarà il 28 aprile, e quindi si sta ripetendo proprio quell’anno là, quello del San Giorgio, e della tachicardia, e della giacca leggera, nei giorni esatti, che io sono un po’ fissata e trovo del simbolismo anche nei calzini che indosso (collant, bucate).

Giovedì 24 aprile 2008 stavo facendo lo zaino, ed ero al telefono con il mio migliore amico, avevo quasi sedici anni e mi lamentavo, tanto per cambiare. Facevo i capricci perché le cose non andavano come volevo io, e pensavo che sarei stata sola per sempre.

Lunedì 28 aprile 2008 ero al ristorante con i miei, e sotto alla tovaglia tenevo il cellulare per scrivermi con un ragazzo che avevo conosciuto al San Giorgio.

Ecco, qui io dovrei metterci proprio il punto finale, e sarebbe una bellissima storia d’amore e di speranza.

Invece, niente. Non ero molto interessata a quel ragazzo, siamo usciti insieme una volta, non ci siamo più sentiti, non ci ho mai più pensato. No, non è vero, tutte le volte che vengo accusata di essermi cercata gli infiniti dolori che mi ero addotta al liceo, sempre dietro allo stesso stronzo, io subito salto su: menzogna! non ero fissata con lui, tant’è che con un altro sono uscita, una volta.

Cinque anni dopo faccio le valigie, non piango al telefono con nessuno, ma un po’ vorrei, così, per buona abitudine. Spero di passare un fine settimana piacevole, ma non mi aspetto nulla dal lunedì. Dettaglio più, dettaglio meno, sono allo stesso punto di allora.

Ho un’ottima memoria per le date, ma per il resto non sono proprio un fulmine ad imparare, eh.

How I met your mother sto pesce

[ATTENZIONE CONTIENE SPOILER]

Nove anni. How I met your mother è durato nove anni, ma non starò a fare la stoica, perché io l’ho incominciato nell’estate del 2011 e ho recuperato le prime sei stagioni nella frenesia di un mese, rinchiusa in casa e rifiutandomi di avere contatti umani. Quindi forse non ho lo stesso diritto di lamentarmi di chi ci sta dietro dal 2005, con la pazienza di un Ted Mosby, ma lo faccio lo stesso, perché io mi immedesimo sempre nelle serie tv che seguo, e se Ted era così sfigato, così come me, e si ritrovava comunque nel 2030 a raccontare ai figli la storia del suo matrimonio allora c’era speranza per tutti. E non è che il finale di HIMYM manchi di speranza, tutt’altro!, ma qui la questione è che ci avete bellamente preso per il culo per nove anni (tre).

In mezzo a tutte le avventure improbabili della nostra ghenga preferita – pagherei oro anche solo per potermi permettere di spendere tutto il mio stipendio in alcolici e fritti al McLaren’s – e anche in mezzo a tutte le storie sul destino che vabbè, c’era una certa dose di realismo: Ted partiva in quarta con l’ennesima ragazza, sbam nei denti, e poi ripartiva, che prima o poi qualcosa di buono sarebbe arrivato. E mentre lui non ne imbroccava una, i suoi migliori amici erano quell’un caso su un milione che si trova subito e sta insieme tutta la vita. Più reale e crudo di così. Probabilmente i creatori ne stavano passando una dopo l’altra e si terapizzavano scrivendo stagioni su stagioni, non lo so, ma ho sempre trovato molto confortante, nei miei pomeriggi di isolamento, vedere che c’era qualcuno che stava peggio di me, e cioè Ted Mosby. Non è crudeltà, è che pensavo che quando sarebbe arrivato il suo più o meno realistico lieto fine avremmo festeggiato insieme. E’ anche vero, quindi, che questa è la mia personalissima opinione, e che invece da qualche parte nel mondo c’è chi non ha provato l’impulso di buttare all’aria il pc, e si è messo a piangere di gioia. Io ho trovato questo finale caciarone, in linea con una stagione fatta con i piedi, in linea con gli ultimi due/tre anni di brodo allungato e minestra riscaldata quando ci andava bene.

Al di là del fatto che HIMYM è finito oggi (ieri) quando non ho niente da festeggiare insieme a Ted, nemmeno un onomastico, per dire, c’è che è finito sputando sopra tutti gli insegnamenti che in questi anni di sofferenze comuni avevo cercato di trarne:

  1.  Se è no, è no.  A questo vorrei rispondere con un Damn it, Patrice! perchè nemmeno il tempo di metabolizzare questo concetto che mi stravolgono tutto e diventa se è no è “l’uomo con cui probabilmente sarei dovuta stare”.
  2. Prima o poi si cresce e si diventa maturi abbastanza da superare certe idee romantiche e controproducenti. IL CORNO BLU FRANCESE? ANCORA?
  3. Robin e Barney sono fatti l’uno per l’altra. “We got divorced”. Damn it, Patrice!
  4. Tanti piccoli indizi sul tuo cammino ti porteranno verso la Persona Giusta, che morirà.
  5. Gli errori del passato servono per permetterci di arrivare dove dovremmo essere, per circa dieci anni, poi la Madre muore, tutto il discorso sulle anime gemelle va in fumo, Old Ted chiede il permesso ai figli entusiasti e corre sotto la finestra di Robin con quel fottuto corno blu francese, ed è di nuovo 1×01, una regressione che se la vita funzionasse così io sarei rovinata.

Cioè, mi state dicendo che tutti questi anni servivano a riportare Ted Mosby esattamente al punto di partenza? Funziona così la vita? Tutte le volte che ci è stato chiarito che Robin non era adatta a Ted, che lui era pronto a lasciarla andare, che con la Madre sarebbe stato felice in aeternum erano balle?
Cosa abbiamo imparato noi, da How I met your mother?

Che morta una Madre se ne fa un’altra, ma è poi zia Robin.

"Are you kidding me?"
Are you kidding me?

Ma a sto punto mi riguardavo le prime due stagioni di Un Medico in Famiglia.