XIII gennaio

Prendiamoci un caffè uno di questi giorni, ti va?

E’ freddo, è inverno, indosso il maglione bianco che la Nina ha detto starmi divinamente, i miei stivaletti preferiti. Pasticcio con l’ombretto, ma voglio far esaltare al massimo gli occhi. Non so cosa hai da dirmi, ma in ogni caso voglio avere l’aspetto giusto, così se proprio starai dicendo qualcosa che mi farà soffrire lo starai dicendo a un bellissimo viso. E magari non lo dirai, a quel punto, magari cambierai idea.

Dobbiamo incontrarci alle quattro e mezza, io alle quattro e venti sono già pronta, guardo le vetrine nella stradina parallela a quella del bar fino alle quattro e trentacinque. Se arrivo prima sembra che ci tenga, solita storia, ma se arrivo prima significa pure aspettarti con l’idea che potresti non presentarti, com’era anche già successo, e quindi no grazie. Non eri venuto, quel giorno, e il messaggio per cancellare l’appuntamento l’avevi mandato alla donna delle pulizie che si chiamava come me. Non voglio correre di nuovo il rischio, tergiverso per il centro, ma sono così impaziente che più di cinque minuti non riesco ad aspettarli. Arrivo e ti trovo già seduto al tavolino, mi dai le spalle, penso che potrei sorpassarti fingendo di non vederti – non che ci sia tanto da fingere, ovviamente non mi sono messa gli occhiali – e aspettare che tu mi fermi. Faccio qualche passo avanti, mi giro, mi sorridi, ti alzi, mi abbracci, mi fai i complimenti per il profumo e in quel momento realizzo drammaticamente che sì, ne ho davvero messo troppo.

Pensavo sarebbe stato difficile, e invece parliamo del più e del meno. Ti faccio ridere, sono così contenta, non so se è vero ma penso che se ti faccio ridere magari mi vuoi un po’ più bene. Dici che dovrei raccogliere quello che dico in un libro, dici addirittura che sono un genio, e io sono al settimo cielo perché non ti eri mai sbottonato così tanto. Parliamo di Kenneth Branagh – come ci siamo arrivati? – parliamo di Virginia Woolf. Il tuo ultimo film è stato Sherlock Holmes, ma io non mi fido perché Robert Downey Jr in quel ruolo non ce lo vedo proprio. Ti dico invece che dovresti vedere Midnight in Paris che è uscito un mesetto prima, anzi, com’è possibile che un fan di Woody Allen, innamorato di Parigi oltretutto, non l’abbia ancora visto?

Un po’ sono tesa, lo ammetto, si vede da come tormento i tovagliolini, li tiro tutti fuori dal contenitore, è uno spreco enorme che di sicuro disapprovi, li faccio a pezzetti. A quel punto tu fai una cosa bellissima, mi prendi le mani e mi dici di smetterla, prendi la pallina di carta che ho fatto e la nascondi dentro la teiera. Faccio la disinvolta, è solo un tic, ma sono nervosa perché non siamo ancora arrivati al punto, perché ci stiamo rivedendo dopo tutti questi mesi di silenzio? Infine ne parliamo, e ogni cosa è illuminata, va tutto bene, sento di non dover temere più niente. Siamo seduti all’aperto, anche se è gennaio, un tizio passa accanto a noi canticchiando Don’t worry, be happy e io dico che ha ragione. Tu mi chiedi se tutto andrà bene, e io ti ripeto di sì voglio essere rassicurante, sorrido, la tua domanda mi sembra un po’ strana. Sei un po’ diverso, in effetti, ti distrai più facilmente, c’è una nota stonata in quell’andrà tutto bene, è come se davvero lo volessi sapere, non tanto per dire. Come se la mia risposta potesse in qualche modo aiutarti. Io questo non lo colgo all’istante, sono solo un po’ stupita. Di cosa ti preoccupi, siamo qui, non c’è più nulla da chiarire, ogni cosa è illuminata, ogni cosa è illuminata.

E’ passata un’ora e mezza, il mio ginseng è finito da un pezzo, e anche il tuo tè verde – che tra l’altro, ho notato con piacere la scelta salutista, e non ti sei nemmeno rollato una sigaretta nell’attesa – sento che gli argomenti di cui parlare mi scivolano dalle dita, eppure non vorrei che questo incontro finisse così. Non si potrebbe semplicemente stare in silenzio e guardarci? Tu a quel punto, con delicatezza, mi dici che devi tornare a casa per aprire alla donna delle pulizie. E’ quella l’occasione, il momento che aspetto da due anni. Tu probabilmente non te lo ricordi, quindi non potrai mentirmi quando ti farò quella domanda fondamentale.

Come si chiama la tua donna delle pulizie?

Ma non ci penso, e sono sciocca, perché anche se ancora non lo so, non ci sarà più un momento così buono.

Quando ci salutiamo ti raccomandi: Fatti sentire. Per me è già un grande passo avanti, normalmente avresti detto “Sì, dai, ci vediamo in giro”. Poi mi volto e vado verso casa, ho imparato a non girarmi come invece fanno le sciocche innamorate nei film, ma forse avrei dovuto farlo, avrei dovuto strappare un ultimo sorriso, un ultimo sguardo caldo, e forse anche un po’ perso. Avrei dovuto valorizzare ogni secondo. Ma sono andata dritta, pensando di avere la testa alta, e pensando che poteva essere un nuovo inizio, o più probabilmente sarebbe stata la fine.

Potrebbe essere successo due anni fa, potrei averlo scritto per non dimenticarmelo, per assicurarmi che fosse davvero andata così, che non fosse frutto della mia immaginazione; potrebbe non essere mai successo.

Potrebbe essere soltanto un’invenzione, una fantasia, un esercizio.
Una storia che poteva essere una storia d’amore, o anche no.

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