Comunicazioni di servizio

Comunque, il 29 gennaio (ieri) questo pazientissimo Diario ha compiuto due anni.  Si sta facendo grande, non nel senso che sono famosa, ma anagraficamente parlando sì, sta crescendo. Anche per questo compleanno gli ho regalato una veste grafica nuova. Ho voluto qualcosa di completamente diverso, più “aperto”, perché io sono un po’ fissata e l’impaginazione di prima iniziava a starmi stretta. Volevo più luce, volevo più aria, sembra che stia parlando di un appartamento. Ma dato che – viaggione in arrivo – questo posto è un po’ la casa della mia strabordante mente, in effetti sì, sto parlando di un appartamento, che in questo caso si affaccia sul Millenium Bridge, il ponte di Londra che amo di più in assoluto. La foto l’ho scattata io, ci tenevo a mettere qualcosa di mio, anche perché sennò magari mi denunciavano (giustamente, in effetti). Ho scelto quindi qualcosa che fosse luminoso, che mi mettesse di buonumore, e che, chissà, mettesse di buon umore anche voi, anche se non siete monomaniacali quanto me; tra i vari temi mi è sembrato poi uno dei più intuitivi, come navigazione. Quando visito un blog, io sostanzialmente sguazzo piena di gioia nei cazzi altrui, e non tollero i siti dove non c’è l’archivio, perché mi piace molto apprezzare qualcuno e poi vederne le origini, come è partito tutto, come sono nate alcune cose, eccetera. Sì, in fondo a ogni articolo magari ci sono i suggerimenti per pezzi più vecchi, ma io ho un interesse cronologico nei vostri confronti, voglio ordine. Qui per trovare tutte queste cose meravigliose basta cliccare sulle tre lineette orizzontali in alto a destra.

Non starò a fare particolari promesse per questo nuovo anno insieme, tutto si mescola e rimescola, e le promesse potrebbero essere sempre rimesse in discussione, questo l’ho imparato. Però su qualcosa posso sbilanciarmi: arriveranno seconde parti di post iniziati e mai finiti (qualcuno parlava forse di serie tv? O di robba un po’ trash?), un’imperdibile guida ai selfie (che se ne è parlato solo per tutto il 2013, insomma, sono sempre sul pezzo, io!), e una sorpresa di cui non posso rivelare ancora nulla, e per sorpresa intendo qualcosa che su queste pagine non si era mai visto prima. Lo dico per aumentare un po’ l’hype che in effetti le prime due proposte non sono poi tutta ‘sta botta di vita. Tantissime care cose, io vado a preparare il borsone perché taa-dan, faccio sport.

Sì, in realtà è poi questa l’unica vera novità. Io faccio sport.

Un saluto da questo trio della morte. Rivedrete anche loro.
Un saluto da questo trio della morte. Rivedrete anche loro.
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Io lo so com’è il Petrificus Totalus

Io dormo parecchio, alla mattina. Mi sveglio intorno alle sette, otto, quando gli altri abitanti iniziano a prendere vita, stiro le gambe, cerco angoli ancora freschi del lenzuolo dove appoggiare i piedi, abbraccio di nuovo il cuscino e sprofondo nel sonno. E’ il sonno più bello, quello, perché sono pienamente cosciente di essere nel mio letto, al caldo, e di avere ancora qualche ora di beato ozio: di notte mi rigiro sbuffando perché non trovo mai una posizione comoda, rimugino troppo, guardo il telefono ed è sbagliatissimo, perché ormai lo sanno tutti che bisogna stare lontani dagli schermi luminosi per minimo un’ora prima di coricarsi. Però a volte la mia attività preferita mi riserva brutti scherzi.

Stamattina mi sono dovuta alzare all’alba, e quando sono rientrata mi sono imposta fermamente di non tornare a letto. In questi giorni sono abbastanza libera (aka non ho lezioni e non ho più vita sociale), quindi avrei potuto rimettermi il pigiama, ma ho resistito stoicamente, mi sono avvoltolata in una coperta, sono andata in salotto per meditare sul da farsi e sono crollata addormentata come una pera cotta sul divano.

Ho sognato, ho sognato tanti scenari diversi, confusi, non saprei più distinguerli l’uno dall’altro. Vedo il colore giallo, forse perché c’è un po’ di luce che entra dalla finestra, anche se è una luce biancastra, sta nevicando. Poi è tutto cambiato. Sono sul mio divano, in salotto, nella posizione in cui mi ero addormentata. Percepisco il calore della coperta e la manica ruvida del maglione sotto la guancia. Devo svegliarmi immediatamente, perché ho capito che sta succedendo di nuovo.

Sono completamente paralizzata. Mia madre dice che è perché dormo troppo, forse ha ragione, ma io sono stufa di considerare ogni cosa sgradevole che mi capita come ovvia conseguenza di qualcosa di “sbagliato” che ho fatto io, quindi prendo semplicemente atto del fatto che sono per l’ennesima volta bloccata, non riesco ad aprire gli occhi del tutto e tanto per cambiare non mi esce nemmeno un filo di voce. Tutto regolare, è una seccatura, di solito mi premuro di mettere una sveglia nel cellulare, mi sembrava di averla impostata ma magari manca ancora troppo tempo. Le prime volte mi spaventavo, mi agitavo, provavo a chiamare aiuto e mi ritrovavo muta, mi spaventavo ancora di più. Con il tempo ho imparato che l’unica cosa da fare è aspettare di svegliarmi del tutto: so che non sto più sognando, so dove mi trovo e quello che mi sta succedendo, ma non sono ancora del tutto nella realtà. E’ ormai routine, come quando si cade nella tromba delle scale e poi ci si schianta sul letto. Sono fortunata, ho fatto qualche ricerca e ho visto che a volte le persone in queste situazioni avvertono anche presenze mostruose nella stanza: a me sembra sempre ci siano i miei genitori o mia sorella, o comunque persone che conosco, è un po’ più rassicurante. E’ vero, li sento che mi mettono una mano sulla testa, che provano a svegliarmi, quando in realtà la maggior parte delle volte non sono neanche passati di lì, ma va bene, probabilmente sono ancora stralci del sogno, alla fine io mi trovo a metà tra inconscio e realtà. Quindi mi metto lì, anzi, in effetti ci resto perché non posso andare da nessuna parte, e aspetto.

Questa mattina è diverso. Sono più consapevole della mia posizione del solito; so perfettamente di essere sola in casa e che nessuno dei miei può comparire. E invece qualcuno arriva lo stesso. E’ un uomo vestito di scuro, non vedo la faccia perché non posso aprire gli occhi più di tanto, passa dietro al divano. Inizio a sentirmi un po’ inquieta, non capisco se mi può aiutare. Cerco di muovermi, a volte sono riuscita a dondolarmi abbastanza da rotolare e svegliarmi. L’uomo mi afferra sotto le ascelle e prova a trascinarmi per terra, e sono un sacco di patate, non posso fare assolutamente niente, in tanti anni avevo conquistato qualche piccolissimo movimento, ma adesso è come se mi avessero attaccato la testa su una statua. Avverto il mio corpo, ma ogni impulso che parte dal mio cervello sembra rimbalzare contro delle pareti di pietra. Posso solo rassegnarmi e sperare che finisca presto. Tutto quello che continuo a pensare è “Ti prego, svegliati, svegliati, cazzo, ti manca pochissimo, devi solo aprire un po’ di più gli occhi”. Provo a dimenarmi, a cadere come fanno in Inception, niente. Deve essere molto forzuto, l’uomo, perché immobilizzata come sono devo essere pesantissima, mi sento pesantissima. Sento il suo braccio che mi stringe e penso “Ok, questo non è buono”. Ho fatto solo due lezioni di jujitsu fino ad adesso, figurati se riesco a difendermi, soprattutto vista la situazione. Mi sento tradita, questo sconosciuto sta invadendo il mio incubo personale, e con il sonno che ancora mi pesa sulle palpebre non posso nemmeno capire chi è. Sento la disperazione montarmi dentro, perché mi sembra che stia durando parecchio. Immagino che i miei tempi siano sfasati rispetto a quelli reali, ma dovrei essere sveglia, accidenti, non posso lasciare che l’uomo mi porti via finché sono così, impotente.

Finalmente suona il cellulare, un trillo irritante che però viene dalla realtà, scaccia via l’uomo e mi rilassa finalmente i muscoli. Respiro di nuovo liberamente, tasto la coperta, guardo la stanza che è esattamente identica a pochi secondi prima, ma almeno adesso posso muovermi. La testa mi fa male, vedo dei messaggi a cui rispondere ma il cellulare mi pesa. Sono esausta, come sempre.

XIII gennaio

Prendiamoci un caffè uno di questi giorni, ti va?

E’ freddo, è inverno, indosso il maglione bianco che la Nina ha detto starmi divinamente, i miei stivaletti preferiti. Pasticcio con l’ombretto, ma voglio far esaltare al massimo gli occhi. Non so cosa hai da dirmi, ma in ogni caso voglio avere l’aspetto giusto, così se proprio starai dicendo qualcosa che mi farà soffrire lo starai dicendo a un bellissimo viso. E magari non lo dirai, a quel punto, magari cambierai idea.

Dobbiamo incontrarci alle quattro e mezza, io alle quattro e venti sono già pronta, guardo le vetrine nella stradina parallela a quella del bar fino alle quattro e trentacinque. Se arrivo prima sembra che ci tenga, solita storia, ma se arrivo prima significa pure aspettarti con l’idea che potresti non presentarti, com’era anche già successo, e quindi no grazie. Non eri venuto, quel giorno, e il messaggio per cancellare l’appuntamento l’avevi mandato alla donna delle pulizie che si chiamava come me. Non voglio correre di nuovo il rischio, tergiverso per il centro, ma sono così impaziente che più di cinque minuti non riesco ad aspettarli. Arrivo e ti trovo già seduto al tavolino, mi dai le spalle, penso che potrei sorpassarti fingendo di non vederti – non che ci sia tanto da fingere, ovviamente non mi sono messa gli occhiali – e aspettare che tu mi fermi. Faccio qualche passo avanti, mi giro, mi sorridi, ti alzi, mi abbracci, mi fai i complimenti per il profumo e in quel momento realizzo drammaticamente che sì, ne ho davvero messo troppo.

Pensavo sarebbe stato difficile, e invece parliamo del più e del meno. Ti faccio ridere, sono così contenta, non so se è vero ma penso che se ti faccio ridere magari mi vuoi un po’ più bene. Dici che dovrei raccogliere quello che dico in un libro, dici addirittura che sono un genio, e io sono al settimo cielo perché non ti eri mai sbottonato così tanto. Parliamo di Kenneth Branagh – come ci siamo arrivati? – parliamo di Virginia Woolf. Il tuo ultimo film è stato Sherlock Holmes, ma io non mi fido perché Robert Downey Jr in quel ruolo non ce lo vedo proprio. Ti dico invece che dovresti vedere Midnight in Paris che è uscito un mesetto prima, anzi, com’è possibile che un fan di Woody Allen, innamorato di Parigi oltretutto, non l’abbia ancora visto?

Un po’ sono tesa, lo ammetto, si vede da come tormento i tovagliolini, li tiro tutti fuori dal contenitore, è uno spreco enorme che di sicuro disapprovi, li faccio a pezzetti. A quel punto tu fai una cosa bellissima, mi prendi le mani e mi dici di smetterla, prendi la pallina di carta che ho fatto e la nascondi dentro la teiera. Faccio la disinvolta, è solo un tic, ma sono nervosa perché non siamo ancora arrivati al punto, perché ci stiamo rivedendo dopo tutti questi mesi di silenzio? Infine ne parliamo, e ogni cosa è illuminata, va tutto bene, sento di non dover temere più niente. Siamo seduti all’aperto, anche se è gennaio, un tizio passa accanto a noi canticchiando Don’t worry, be happy e io dico che ha ragione. Tu mi chiedi se tutto andrà bene, e io ti ripeto di sì voglio essere rassicurante, sorrido, la tua domanda mi sembra un po’ strana. Sei un po’ diverso, in effetti, ti distrai più facilmente, c’è una nota stonata in quell’andrà tutto bene, è come se davvero lo volessi sapere, non tanto per dire. Come se la mia risposta potesse in qualche modo aiutarti. Io questo non lo colgo all’istante, sono solo un po’ stupita. Di cosa ti preoccupi, siamo qui, non c’è più nulla da chiarire, ogni cosa è illuminata, ogni cosa è illuminata.

E’ passata un’ora e mezza, il mio ginseng è finito da un pezzo, e anche il tuo tè verde – che tra l’altro, ho notato con piacere la scelta salutista, e non ti sei nemmeno rollato una sigaretta nell’attesa – sento che gli argomenti di cui parlare mi scivolano dalle dita, eppure non vorrei che questo incontro finisse così. Non si potrebbe semplicemente stare in silenzio e guardarci? Tu a quel punto, con delicatezza, mi dici che devi tornare a casa per aprire alla donna delle pulizie. E’ quella l’occasione, il momento che aspetto da due anni. Tu probabilmente non te lo ricordi, quindi non potrai mentirmi quando ti farò quella domanda fondamentale.

Come si chiama la tua donna delle pulizie?

Ma non ci penso, e sono sciocca, perché anche se ancora non lo so, non ci sarà più un momento così buono.

Quando ci salutiamo ti raccomandi: Fatti sentire. Per me è già un grande passo avanti, normalmente avresti detto “Sì, dai, ci vediamo in giro”. Poi mi volto e vado verso casa, ho imparato a non girarmi come invece fanno le sciocche innamorate nei film, ma forse avrei dovuto farlo, avrei dovuto strappare un ultimo sorriso, un ultimo sguardo caldo, e forse anche un po’ perso. Avrei dovuto valorizzare ogni secondo. Ma sono andata dritta, pensando di avere la testa alta, e pensando che poteva essere un nuovo inizio, o più probabilmente sarebbe stata la fine.

Potrebbe essere successo due anni fa, potrei averlo scritto per non dimenticarmelo, per assicurarmi che fosse davvero andata così, che non fosse frutto della mia immaginazione; potrebbe non essere mai successo.

Potrebbe essere soltanto un’invenzione, una fantasia, un esercizio.
Una storia che poteva essere una storia d’amore, o anche no.