Cercavamo solo un’altra scusa per pasticciare ancora in cucina

Se proprio in tempo di feste bisogna essere più buoni, più ottimisti e guadagnarsi tanti punti karma da lasciar scadere nel 2014, io allora sarò generosissima e invece di condividere una ricetta sperimentata per la prima volta insieme a voi – non è poetico, però, il nostro tentare di saltarci fuori insieme? – ho optato per un mio antico cavallo di battaglia, un dolce che ha sempre ottenuto larghi consensi, un po’ come i bischeri che vanno a XFactor USA e raccontano di avere un nutrito seguito di fan urlanti nelle loro cittadine del Midwest e poi latrano sulla base per due minuti e Simon Cowell sorride sornione e dice che le urla dei fan di sicuro non erano di approvazione. Ecco, questo è il mio Salame di Cioccolato. Che è una ricetta talmente semplice da spiegare che la parte più lunga è stata caricare le foto.

Gli ingredienti vanno schierati sul tavolo fin dall’inizio, in modo da non dover trafficare più di tanto nei bui meandri della dispensa: burro (200 gr ca), zucchero (200 gr ca), cacao amaro (io compro sempre la stessa marca che lo imbusta in confezioni da tipo 75 gr, e ne uso due), cacao dolce (una sola confezione di quelle di cui sopra), due uova e poi biscotti secchi come piovesse. Il burro non va sciolto, ma deve essere un po’ ammorbidito o non c’è speranza di lavorarlo come si deve. Io ad esempio mi dimentico costantemente di tirarlo fuori dal frigo prima, quindi il mio burro inizia la fine della sua vita in questo modo:

L'altro giorno l'ho fatto anche con un barattolo di Nutella che era troppo freddo.
L’altro giorno l’ho fatto anche con un barattolo di Nutella che era troppo freddo.

Una volta che ha raggiunto la consistenza giusta (ripeto a tutte le unità: NON deve essere sciolto, ma solo morbido), si inizia a lavorarlo insieme allo zucchero e alle due uova.

IMG_7276
Questa foto super zoomata per nascondere il disordine incommensurabile del resto della cucina la Vigilia di Natale.

La cosa brutta del Salame di Cioccolato è che l’impasto non è esattamente quello di una torta che mescoli in allegria con una frusta: ci vogliono dei muscoli, e in certe situazioni disperate non ho disdegnato di cacciarci direttamente le mani dentro, per non rimetterci il cucchiaio di legno. Poi magari è morbidissimo, e sono io che ho così poca forza nelle braccia da considerare la banale preparazione del salame una fatica erculea. Quando iniziate ad annoiarvi del colore gialliccio nella ciotola è giunto il momento del cacao, amaro e dolce.

Ancora persevero con il cucchiaio, che non ho voglia di sporcarmi le mani
Ancora persevero con il cucchiaio, che non ho voglia di sporcarmi le mani

Se siete degli alcolizzati –  se mi seguite con costanza è probabile, e io vi voglio benissimo, stringiamoci insieme in un grande abbraccio solidale – non ci sta affatto male, e ammorbidisce lievissimamente l’impasto, un (bel) bicchierino di rum. Siamo giunti alla fine di questa lunghissima preparazione: bisogna prendere i biscotti e sbriciolarli per bene. Nei posti seri, dove sanno preparare delle meraviglie architettoniche di dolciumi che non capisco come possano essere fatte da esseri umani, un po’ come Stonehenge, i pezzetti di biscotto dentro al salame di cioccolato sono disposti in file ordinate e hanno tutti la stessa misura. Io non sono capace di queste sciccherie, quindi procedo nella mia modalità preferita: a casaccio.

IMG_7278

Il nostro dolce è ormai pronto: bisogna avvolgerlo nell’alluminio e metterlo in frigo. Dato che sono paranoica, sono convinta che se ci metto solo l’alluminio questo si attaccherà mefiticamente al cioccolato e dopo bisognerà spellarlo via, quindi io faccio prima uno strato di pellicola e poi solo a questo punto l’alluminio. Sono una sprecona. Non sto neanche a dirlo: dovete modellarlo a forma di salame.

IMG_7279
BRACCIO BIONICOHOH

Benissimo, se ne starà felice in frigo per qualche oretta (c’è chi dice freezer, ma per me è no, o diventa un’arma contundente), e poi sarà pronto per deliziare i vostri palati. Mi sono dimenticata di fotografarlo in tutto il suo splendore, ma giuro che era bellissimo. Io l’ho servito a conclusione del pasto di Natale, approfittando del generale stato di ottundimento dei sensi che in genere segue lo zampone. Prendete e mangiatene quanto ne volete, che tutto il grasso che metterete su, sicuro come il Cielo, finirà sui miei fianchi.

Annunci

Sono sempre stata una 917

C’è chi sostiene che le letture obbligatorie fatte a scuola non facciano altro che fomentare l’odio dei volenterosi scolari verso i libri. Sinceramente, non so quanto sia vero; certi romanzi mi hanno irritato profondamente, ma altri mi sono rimasti dentro, in qualche parte che a volte tiro fuori e spolvero un po’. Tra i tanti, ricordo Il Gattopardo, e quella frase famosissima Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi, che a quattordici anni pensi “Figata! Status di Messenger subito!”, e poi a rifletterci su non sai bene cosa significhi. A ventuno anni io l’ho trasformata in Se vogliamo che tutto cambi bisogna che tutto rimanga com’è , ovvero che a questo giro non combino assolutamente nulla e vedo dove può arrivare il mio destino con il pilota automatico. Che cosa ne sia stato di questo anno aspetterò quindici giorni per dirlo, non che facciano la differenza ma sono pur sempre quindici giorni vuoti che aspettano di essere riempiti, stiamo a vedere. Intanto un piccolo cambiamento c’è stato.

Ho un nuovo piano tariffario che ha comportato un nuovo numero di telefono. La giornata era iniziata come tutte le altre, senza particolari programmi e soprattutto senza scelte di vita epiche,  e poi verso la fine mi sono trovata, attraverso complicati e noiosi passaggi che non starò a spiegare, con un nuovo numero di telefono. Lo ripeto ancora una volta: nuovo numero di telefono. Sembra una stupidata, lo so. Ma la cosa che mi fa palpitare, in un fatto così banale, è che per la prima volta in nove anni, da quando possiedo un cellulare cioè, non sono più una 33, ma una 34. Io sono sempre stata una da 33, mi devo adattare a essere una 34. E se non capite ciò mi dispiace, se invece avete colto e state anche voi pensando a Carrie Bradshaw, 917, che nonostante gli sforzi di Samantha si ritrova a dover accettare il prefisso della nuova New York, allora siamo sulla stessa lunghezza d’onda. E a Carrie un po’ bene l’ha portato, arrendersi alla nuova New York, no?

Ho ucciso una coccinella

Di questi tempi non si può nemmeno crogiolarsi un po’ sotto una doccia bollente che ci si ritrova ad avere in mano il proprio destino, a bilanciare gli influssi negativi e positivi dell’universo in un solo gesto; in un secondo di ignorante relax ecco che si gioca l’equilibrio di una vita. Io per l’appunto me ne stavo cogitabonda sotto il getto, domandandomi oziosamente fino a quanti gradi avrei potuto portare la temperatura dell’acqua senza morire, quando qualcosa di non ben identificato scese in picchiata accanto a me, andando a planare sull’anta. Presa dal panico – e non essendo proprio una lince – feci l’unica cosa che mi sembrava sensata: aprii violentemente l’anta, in modo che l’essere finisse schiacciato tra quella e il muro. A parte che era stata un’idea davvero stupida (avrei potuto rompere il vetro, avrei dovuto pulire sangue di insetto dal muro del bagno), mi resi conto di aver commesso un gravissimo delitto. Avevo ucciso una coccinella.

coccinella-01

Un essere innocente e lieto, portatore della buona sorte, di nozze a breve, di figli, di tanta tanta tanta felicità, brutalmente ucciso nella doccia come se fosse Marion Crane di Psycho, e io il folle Norman Bates.  Quando una coccinella ti vola accanto è un buon auspicio, ed ecco che assassinavo la mia stessa fortuna, dopo averla tanto invocata. Mi prefiguravo già anni di sciagure, e mormoravo scuse al cadaverino, tipo “Giuro che non l’ho fatto apposta”, “Perdonami, pensavo che tu fossi un tafano”, “Era legittima difesa”, “Voglio il mio avvocato”, quando mi resi conto che la coccinella si stava muovendo. Risaliva non tanto rapida su per l’anta, e compresi a quel punto che l’urto le aveva spezzato un’ala, ma non l’aveva privata del soffio vitale.

Gaudio, letizia, sollievo. E quella demente va a infilarsi nel perno dell’anta.

Ecco, la situazione divenne davvero drammatica: se uscivo dalla doccia quella moriva schiacciata, se lei viveva io rimanevo chiusa lì a vita. Con il dito provai a punzecchiarla per farla spostare, ma senza successo. Pensai addirittura di vincere il mio ribrezzo e afferrarla, ma si era davvero incastrata per bene. Il dilemma etico e morale si era fatto molto intenso: anche l’avessi salvata, con il mio sacrificio, che vita avrebbe avuto con un’ala spezzata? E se avessi passato il resto dei miei giorni chiusa dentro una doccia, a che pro salvare la coccinella menomata, cosa farmene della sua fortuna? (Quest’ultima considerazione è forse troppo cinica e utilitarista, ma devo essere onesta in questa mia cronaca). E allora, la finii.

Ho ineluttabilmente attratto la sciagura sul mio capo, se speravo di salvare l’anno all’ultimo mese ora è evidente che non accadrà, che perderò tutti i capelli, che sarò cosparsa di piaghe, che morirò sola circondata da criceti, che i gatti almeno qualcosa te lo comunicano, ma no!, per me solo criceti.
Sono dannata.

Vado a squartare un unicorno, e poi sarò pronta a unirmi alle schiere del Signore Oscuro.