Fanno rima con Sparta

A ventuno anni mi sbuccio le ginocchia come una bambina scivolando sul pavimento del corridoio, ma la notte mi rivolto in preda ai reumatismi e al torcicollo, volgendo i miei amorevoli pensieri alla borsa dell’acqua calda, rossa con un grande cuore bianco al centro. Nella mia mente pronuncio brillanti discorsi che ti fanno ridere e pensare quanto sono intelligente e quanto ti piace avermi accanto, nella realtà non ne sono capace e divento piatta e inconsistente come un fazzoletto. Il mio futuro si avvicina, o finge di, ogni giorno che passa, ma nel frattempo guardo nostalgica le foto di quando avevamo sedici anni e il sole, il mare e ancora tutte le scelte intatte. Sono un po’ bloccata, tra qui e là, non so che fare, voglio scrivere, è un ardente desìo come quello di Cora ne La voce segreta, che non conosceva il contesto e non sapeva che ardente desìo si riferiva a una vendetta; voglio essere grande, ma cito i romanzi di Bianca Pitzorno che leggevo da piccolina. Rimugino, rimastico, rumino i tanti dettagli di questo soffio di vita che è passato mentre ero impegnata a scoprire cosa facevano gli altri delle loro, e mi ci faccio grasse risate sopra.

Di recente ho potuto, in particolare, richiamare alla mente un’intera vacanza studio passata nel terrore sacro di una mia compagna di appartamento, che alla rampante età di dodici anni aveva già assunto sembianze femminili e sofisticate e si permetteva di sorridere con sufficienza davanti a noi altre bambine, salvo passare le giornate al telefono gorgheggiando come una lattante con mammina e papino, e fratellone, e cagnolino, e casina. Io di anni ne avevo undici, lo scopo della mia vita era arrivare a fine giornata senza stracciare troppo le palle di chi mi stava intorno ed ero inequivocabilmente una persona insignificante, talmente insignificante che quasi nessun bullo si prese mai gioco davvero di me, perché in effetti nemmeno i bulli veri si accorgevano della mia presenza. Si mangerebbero le mani se sapessero che raro esemplare di disadattata si sono lasciati scappare, i fanciulli!

Tra i tanti episodi di quella vacanza che mi facevano agognare il momento serale in cui sarei stata chiusa nella mia cameretta con i miei Wodehouse e lontana da quella antipatica che mi metteva in soggezione, ricordo la tragica vicenda del talent show finale. L’anno prima era stato abbastanza divertente recitare la Bella Addormentata in francese, ma la prosa, che era almeno nelle mie corde, non rientrava tra i talenti previsti. Le fanciulle del mio appartamento avevano avuto invece la brillante pensata di fare un balletto, e quando delle ragazzine – in piena pubertà e nella completa libertà di un campus a quasi due ore di aereo da casa – hanno un’iniziativa del genere, solitamente si tratta solo di sculettare il più scoperte possibile, nella speranza di attirare l’attenzione di quello figo del gruppo di Milano, che è vero che ha sedici anni, ma in ogni caso anche noi abbiamo il nostro belloccio e magari almeno con uno dei due ce la si fa. L’Iguana, cioè quella che nella mia mente manichea era la mia acerrima nemica, aveva in mente una coreografia già utilizzata a scuola, su un’allettante musichetta che mai potrò rimuovere dalla mia testa; non essendo però condita di mosse particolarmente sensuali, si sfogarono durante le prove nel nostro soggiorno. Io non ricordo chi fu quella che diede il via a tutto, non ricordo chi lanciò la proposta o semplicemente si tolse la maglietta perché, accidenti, che caldo che fa in Irlanda!, ma una alla volta le mie compagne iniziarono a provare i passi in mutande e reggiseno. Il nostro soggiorno, al secondo piano della palazzina del college, aveva una bella vetrata che occupava tutta la parete, e uno stuolo di spagnoli come pubblico dall’edificio davanti.

Ora, io avevo un pessimo rapporto con il mio corpo, come immagino qualsiasi ragazza undicenne che sa di non essere destinata a un lavoro da modella. Non ero grassa, ma fatta male sì, con ancora un po’ di quella pancetta gonfia dei bambini, e questa pelle bianchissima che sembrava malata, un accenno di seno ma zero fianchi, e soprattutto avevo scoperto con orrore di non possedere quelle meravigliose fossette sul fondo della schiena che tutte le altre avevano. Non me ne ero accorta da sola, non avevo mai pensato di girarmi e controllare se c’erano. Fu lei, l’Iguana, che un giorno vedendomi in costume mi disse, con la sua tipica espressione a metà tra la supponenza e la presa in giro: “Ma tu non hai i buchini sulla schiena”. Non sapevo se avrei avuto il coraggio di mettermi in biancheria come le altre, mostrando così a tutte la mia vergogna.

E poi c’era un altro, drammatico dettaglio. Non possedevo nessun reggiseno grazioso, che potesse essere mostrato con tanta disinvoltura mentre ondeggiavo il bacino come le altre, zompando sulla moquette del soggiorno. Avevo quei classici top sfigati che so che ognuna di voi – tranne evidentemente le ragazze in appartamento con me – ha tenuto per anni nel cassetto dell’armadio, con imbarazzo, e magari sentendosi la mamma che dice: “Embè, tanto mica te lo deve vedere qualcuno!”. A parte che, come vedete, non è così scontato che non lo debba vedere nessuno, la propria percezione di sé quando si è una timida e stramba undicenne cambia dal giorno alla notte con l’abbigliamento consono. E nemmeno il top bianco di cotone era un deterrente forte come quell’altro, quel doloroso segreto che attanagliava il mio animo e cambiava radicalmente il mio atteggiamento nei confronti del mondo esterno: la mia sempre previdente e pratica madre mi aveva dotato di una bella sfilza di scomodissime, imbarazzanti, biodegradabili MUTANDE DI CARTA.

Non so se avete presente quando si va dall’estetista, o a farsi i massaggi, che talvolta ti presentano in un sacchettino una specie di perizoma usa e getta da indossare. Ecco, il materiale era esattamente quello, erano semi trasparenti, stavano tutte gonfie addosso come una cuffia da doccia, erano la cosa più antiestetica, ripugnante e ridicola che avessi mai visto. Mi tolsi solo la maglietta, come compromesso, e sentendomi più sgraziata che mai per via di tutta quella combinazione top – buchetti mancanti – nascoste ma ben presenti nella mia mente mutande di carta, provai i due, tre ripetitivi passi del balletto. L’Iguana stoppò la musica, guardandomi con un sorrisetto che questa volta si posizionava tra la finta sorpresa, la derisione, la falsa simpatia e la faccia di culo, e mi disse: “Tu lo chiami ballare, quello?”

Era troppo, mi rimisi la maglietta, provai a balbettare qualcosa di tagliente che facesse fare a tutte le mie compagne un Ooooh e poi le facesse guardare con disappunto l’Iguana, ma credo mi fosse uscito solo qualcosa del genere “Non è la mia aspirazione nella vita ballare come una troia”, offendendo così anche le altre poverette che non c’entravano niente e che di sicuro non volevano umiliarmi; poi mi fiondai nella mia camera a sbollire. Non partecipai allo spettacolo dell’ultima sera, e guardai il balletto in scena combattuta tra la voglia di vedere l’Iguana cadere, fare una figuraccia, farsi la pipì addosso magari (questo sì che è un ardente desìo), e la speranza di essere implorata in ginocchio di completare la coreografia, brillando sul palco come un giorno sarebbe di sicuro successo.

Sono passati dieci anni, non ho praticamente più rincontrato l’Iguana sul mio cammino, che si è invece incrociato con i cammini di ragazzi che erano disposti a dirmi che ero carina, anche se mai abbastanza volte per bilanciare i sorrisetti maligni delle coetanee, e soprattutto per superare il mio stesso sguardo di disapprovazione allo specchio. Fino ad adesso ho avuto una vita piuttosto normale, piuttosto vicina a quella a cui vedevo destinate tutte le altre sprovviste di biancheria imbarazzante; sono stati anni costellati di cotte e giovani amori, alcuni ricambiati, altri FOTTETEVI; sono successe cose molto brutte, ma non ero un’emarginata come pensavo e gli amici mi hanno sempre tirata in salvo; sono successe cose molto belle, ho detto le parole che volevo dire, ho avuto delle occasioni, mi sono sentita parte di un gruppo, ho baciato, abbracciato, pianto dall’emozione (v. alla voce: concerto dei Baustelle), fatto tutto quello che dovevo fare.

Eppure, io lo so bene, continuo a mantenere un certo impaccio, a visualizzare un gigantesco limite nella mia testa che mi blocca. Sono ancora imbranata, sono ancora un po’ sfigata, in un modo che non riesco ad afferrare ma che mi sembra di leggere negli occhi degli altri. Parteggio sempre per tutti quelli che non piacciono mai, mi ci ritrovo, sono e sarò sempre un pochino inadeguata, non me ne libero, ma facciamo che diventa un po’ la mia bandiera, che se non ci rido su io lo faranno gli altri, e invece così posso essere un pochino più forte.

Che con tutto il pizzo trash di Victoria’s Secret che compro quando vado all’estero, io comunque nell’animo ho sempre e per sempre loro. Le mutande di carta.

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