Londra fa bene al cuore

Mi dispiace. Mi dispiace per chi digita su Google “visite mediche erotiche”, pregustando chissà quali sconcerie tra dottori con il camice aperto sul petto nudo e sprovvedute pazienti in cura perché afflitte da serie patologie che comportano orgasmi multipli ogni venti minuti, e invece di approdare nel paradiso degli ammiccanti “Dica trentatré” arriva qui.  Qui dove ci sono solo io, e io voglio parlare solo di Londra, e di quanto la amo, e quindi ci sono solo sentimenti puliti e innocenti. Perciò facciamo così: io vi metto questo, voi vi distraete e invece chi è interessato a quello che ho da dire può continuare a leggere.

Stavamo a sud del fiume, e prima di partire ero un po’ preoccupata, perché avevo letto che lì sotto è un mortorio, la vera vita è a nord. La prima sera mi sono rinchiusa nella mia cameretta, in cui ho nidificato molto presto e con grande soddisfazione, decisa a non parlare con nessuno. Doveva essere la mia avventura, mi ero detta, avevo questa idea balzana in testa che già che vivevo da sola dovevo spendere da sola anche le mie giornate, esplorando la città con me stessa e basta. Non è andata proprio così, perché già dal primo giorno di lezioni mi sono ritrovata inserita in un gruppo di compagni di corso, con cui ho finito per condividere buona parte delle mie cene, delle mie serate, delle mie spedizioni. E effettivamente, è stato infinitamente meglio così.

Ero già stata a Londra altre tre volte: la prima di volata, a quattordici anni, un giorno regalato da un volo cancellato. La seconda a sedici anni, una vacanza con la famiglia che a quell’età inizia a starti stretta, ma non puoi farne a meno. La terza a diciannove anni, con gli amici, per Halloween: finalmente l’età per farsi una birra in un pub, che io sono una ragazza poco fine che la birra la beve come un carrettiere. Adesso di anni ne ho ventuno, da pochissimo, e volendo potrei entrare anche in quel pub all’angolo tra Blackfriars Road e The Cut, quello dove invece avevano alzato il limite d’età per gli alcolici. Ci passavo davanti tutte le mattine nel tragitto studentato-college su cui mi ero automatizzata. Ci si metteva quindici minuti a percorrerlo, ma noi ne impiegavamo dieci perché eravamo sempre di fretta.

Londra per me è stata di corsa. Fuori di casa, ascensore, porta che sbatte perché non c’è il tempo di chiuderla bene, Pocock Street, mamma mia quanto sembrava lunga la pacifica Pocock Street. E poi: The Cut, fino all’Old Vic Theatre, qui si gira verso l’Imax. Oppure ci si fionda nella stazione di Southwark, e allora giù dalle scale mobili, poi su, poi ancora giù, poi ti lanci dentro al treno appena in tempo, e per fortuna che sulla Jubilee Line ci sono le barriere davanti al binario. E ancora: prima la Jubilee, poi la Northern, poi la District. Temple Station! La voce metallica ti ammonisce Miiiiind (pausa significativa quasi impercettibile, ma c’è) the gap, le ultime due parole invece discendono, gravi. Occhio che in alcune stazioni il gap è davvero da spezzarsi l’osso del collo se si è di gamba corta come la sottoscritta. Sei arrivata. In Fleet Street si trova il negozio della Twinings, è stretto e si sviluppa in lunghezza, un corridoio pieno di specchi e di scatolette felici potrebbe condurti diritto nel giardino del Cappellaio Matto, non si sa mai, di fatto in fondo il té te lo servono, te lo fanno degustare, e il profumo è sopraffino. C’è il sole che splende, qualche volta, e sai che a Londra è raro, ed è incredibilmente caldo e generoso, e a maggior ragione sai che lo devi assaporare in ogni secondo in cui si dona ai massicci edifici grigi, all’acqua placida, ai vetri scintillanti, ai taxi neri che luccicano e ai double-decker che si trascinano pesanti eppure agili, sembrano davvero il Nottetempo. E allora le cose vanno fatte bene e vai a sederti dalle fontane di Trafalgar Square, che qualche fanatico religioso c’è sempre a ricordarti che Gesù sta arrivando, e da qualche parte suona anche una cornamusa, come sul ponte di Westminster. Dite quello che volete, a me la cornamusa stringe la gola e smuove non so più quante corde dentro, quando l’ascolto mi scioglierei in lacrime ma belle belle. Sei di umore mangereccio, ci scappa una fetta di torta di mele alla caffetteria della National Gallery. Con gli odori stuzzicanti che aleggiano per l’aria, di sicuro ci scappa anche qualcos’altro, un waffle, un red velvet cupcake, i sensi di colpa li lasciamo in Italia. Hampstead Heath diventa subito un luogo dell’anima, ti viene voglia di salire sulla collina e gridare NON CAPISCI NELLY? IO SONO HEATHCLIFF! Regent Park è adorabile, e tu pensi all’inizio del cartone della Carica dei 101, pensi come dev’essere l’appartamento da scapolo nelle vicinanze dove Pongo passava le sue giornate a cercare una donna per il buon vecchio Rudy, sempre al pianoforte. C’è Covent Garden, un gioiello, le stradine brulicanti, la mia libreria Waterstones preferita, la vita che fa capolino ubriaca di gioia e London Pride dietro ogni angolo e dietro ogni mattonella.

Alla sera è ovvio. C’è il pub. C’è il legno che scricchiola sotto i passi, che mi piace perché un po’ mi ricorda quello consunto dei palcoscenici, c’è l’odore inconfondibile – ormai lo sapete che il mio olfatto compensa la vista e agli odori mi ci affeziono e li ritrovo ovunque vado – e il pub sa di birra schiumosa, di tabacco pure se non si può più fumare dentro, di tappezzeria consunta e di querce. Alle undici, undici e mezza, si chiude e in ogni gruppo c’è l’amico più festaiolo che vi vuole portare tutti a ballare, e alla fine gli dici di sì e si va al Piccadilly Institute, dopo possiamo tornare a casa a piedi e farci il Waterloo Bridge e sospirare davanti alle luci che tremolano sull’acqua, al quadrante della torre del Big Ben, l’ho visto centilioni di volte e ancora mi emoziona, così altezzoso ma rassicurante. Viene voglia di saltellare per le strade che dal vociare concitato di Leicester Square mano a mano si lasciano conquistare dal tuo passo, mentre ti allontani dal West End, e rimangono solo tue, e allora corri e fai una piroetta, è Londra che è tutta tua questa notte.

Il chicken tikka masali di Sainsbury’s gira nel microonde, sono sei minuti ed è pronto, così risolvi il problema dei pasti in una cucina sprovvista di pentole. Si sta volentieri in compagnia seduti ai banconi, a raccontarsi dei Paesi d’origine, a scherzare su Berlusconi, cos’altro ci puoi fare se no?, a insegnarsi qualche parola della propria lingua, ad assaggiare piccanti ma deliziosi piatti da Singapore e panakuken olandesi – io ci ho spiaccicato panna montata ed Oreo dentro, per mia colpa, mia maledettissima colpa. Condividiamo gli stereotipi: i francesi sono effeminati (i finlandesi pensano lo stesso degli svedesi), gli italiani sono tamarri, gli olandesi fumano erba da mane a sera, gli asiatici parlano un inglese tutto loro. Apprezziamo le cose belle di ognuno, impariamo che siamo tutti delle matrioske, conteniamo infiniti noi che non capiamo come far coesistere, ma incastrandoci per bene ci riusciamo sul serio. Ci poniamo tante domande, cosa vuoi fare dopo, perché sei venuto qui? Incredibilmente, qualche risposta ce la diamo.

Non sono partita aspettandomi rivelazioni. Cercavo un po’ di indipendenza, cercavo una città da vivere fino in fondo – Londra – cercavo un po’ di felicità spicciola. Ho avuto tutto, ho avuto notti che mi addormentavo sentendomi in pace con il mondo, o almeno con quell’angolo di mondo che abitavo io, quell’angolo che in effetti un po’ era il mio posto. Tornata in Italia sto ancora bene, è pur sempre il mio Paese. Ma, in caso, so che può saper di casa anche là. O meglio: ne ho la conferma perché, come quando si ama qualcuno, sono cose che si sanno da sempre.

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