Questione di non

Questo post è dettato dal bisogno. Dalla fame atavica che massacra le viscere. Dall’impossibilità di seguire una fottuta dieta in Inghilterra.

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Quando me ne stavo in Italia, da studentessa stressata, ero riuscita a perdere peso con relativa facilità: pasta solo una volta a settimana, un po’ meno dolci, un po’ meno fritti, giusto qualche colpo di testa nei momenti di crisi avanzata (vedi: giorno prima dell’esame, impegni impossibili da incastrare, orario dell’ultimo accesso su whatsapp). Ma sapete perché era così semplice? Perché stavo con mamma e papà, e papà faceva la spesa tutte le mattine, e la dispensa era piena di cibi salutari tra cui potevo scegliere, e c’era sempre una scatoletta di tonno a cui ricorrere – perché ho anche scoperto che saper preparare le torte non vuol dire saper cucinare, anzi, è saltato fuori che non so cucinare proprio una fava e ho ridotto pure le uova perché non riesco a farle rassodare.
La dieta è una questione di non: banalissima quando sai cosa non mangiare, problematica quando non sai cosa mangiare. E questa seconda situazione si verifica quando:

  • vivi all’estero
  • vivi da sola

Vado molto fiera della mia apertura mentale in fatto di cibo, l’ho già detto, ma in effetti quelli erano i bei tempi delle scorpacciate senza pensieri, quando non avevamo un obiettivo, non avevamo i fianchi, non avevamo il metabolismo di una cinquantenne. Adesso devo in qualche modo ristabilire un ordine naturale delle cose, e quindi devo evitare il più possibile le incursioni nella cucina locale, che è principalmente basata sulla pastella, il fritto allegro con brio, le patatine. Le patatine!, numi del cielo, le patatine che profumano le strade, che mi assalgono a ogni ventata, che dovrò chiedere ai miei amici di legarmi all’albero maestro di un qualche battello sul Tamigi e di non cedere alle mie disperate richieste di una porzione senza ketchup. Dovrei richiamare la mia educazione cattolica per resistere alle mille tentazioni di questa città: perché di non solo pane vive l’uomo, ma anche di waffles il cui delizioso odorino si sparge già nei cunicoli della metropolitana, e di cupcakes che stanno tutti trionfi in vetrina, e di KFC, che diamine il pollo è dietetico, no?

A tutto questo aggiungiamo il fatto che, finalmente, alla veneranda età di vent’anni mi devo occupare di me stessa in toto, che vuol dire fare la spesa, lavarsi i vestiti, comprare detersivi (il mio rapporto di odio/amore con queste lugubri attività: qui e qui). La mia prima spedizione da Sainsbury’s ha fruttato un lauto bottino: pane da toast, Doritos, Nutella e Maltesers. Sulle molteplici emozioni che danno i Maltesers è meglio non soffermarsi – ma detto fra noi sono l’amante che ogni donna desidera -, in ogni caso non costituiscono l’alimentazione equilibrata che dovrei seguire, e che sto davvero perdendo la forza di.

E’ qui che venite in campo voi: mi serve una nuova motivazione, mi servono suggerimenti che includano meno pasta possibile, mi serve disciplina, mi serve incoraggiamento.

Sono tornata alla bocca dell’inferno per procacciarmi cibo vero, che, mi duole dirlo, è molto difficile da trovare quando non hai pentole e padelle – né vuoi comprarle perché hai la valigia piena zeppa di libri e Ryan Air è una stronza in fatto di valigie. Adesso possiedo del cheddar, dello prosciutto cotto, del riso pseudoindiano da riscaldare al microonde e del couscous, e per il resto mi affido a voi e a Dio.

E a una confezione di Babybel da 69 calorie l’uno.

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