Via, via

Principalmente dei viaggi all’estero compiuti con la mia famiglia durante l’infanzia ricordo tavoli di legno all’aperto in una qualche piazzetta bavarese, l’odore di wurstel nell’aria, chili di patatine fritte, boccali appannati di birra fresca in cui pucciare il dito per assaggiare almeno la schiuma – che se qualcuno pucciasse il proprio dito nella mia birra io tipo morirei, santa pazienza dei genitori. Mio papà è da sempre affascinato dai paesi nordici e appena io e mia sorella abbiamo raggiunto un’età in cui sgambettare senza richiedere il passeggino abbiamo abbandonato le placide vacanze nell’Appennino emiliano per spingerci verso ben più arditi lidi. Certi sostengono che queste peregrinazioni siano sprecate per dei bambini, che tanto non si ricorderanno niente. Ecco, in proposito vorrei dire che magari a Berlino e Stoccolma ci tornerei volentieri con la mia consapevolezza di ventenne, ma che sostengo in pieno la politica adottata dai miei di gettarci in piscina e farci nuotare.

Veramente di gettarci in piscina non l’hanno mai fatto, e infatti tuttora nuoto a barboncino – che è una variante del cane meno gioiosa e più schizzinosa, della serie “Che schifo ci sono le alge le meduse oddio è una tracina che mi ha sfiorato il piede?”, ma il concetto è che oltre ad aver imparato molto presto ad apprezzare il sacro nettare dell’Hofbräuhaus penso di essere davvero arricchita dalle esperienze vissute.

Prima di tutto, e non è una cosa assolutamente scontata, so sopravvivere. E per sopravvivere intendo dire che io riesco a nutrirmi senza dover ricorrere al primo postaccio che mi offra i veri e inimitabili Bologneese Spaghetti. Senza rinnegare le mie tradizioni (GNOCCO FRITTO! TORTELLINI IN BRODO! PASTA AL FORNO!), io ho imparato ad assaggiare, a scoprire. Il cibo è un veicolo fondamentale per l’apertura mentale, ne sono sempre più convinta. Ho mangiato l’haggis a Edimburgo, sì, quello fatto con le budella di pecora; le lumache nella paella a Valencia (veramente che non erano bocconcini di carne non identificata l’ho scoperto solo a piatto ripulito); in un ristorante australiano a Berlino sono stata senza cuore e ho morso un hamburger di canguro – un canguro morto di vecchiaia, voglio precisare. E dato che non solo di stinco vive l’uomo abbiamo provato i ristoranti etnici che il luogo offriva: cucina mongola, indiana, libanese, greca, marocchina. Tantissimi sapori che promettevano le meraviglie dei posti da cui provenivano. Anche senza pizza margherita with real mozzarella cheese me la so cavare piuttosto bene.

So stare lontana da casa, senza avere comunque un punto d’appoggio fisso: quelli erano dei veri e propri tour, prendevamo la vecchia Mondeo (pace all’anima sua) e giravamo mezza Europa, tre giorni lì, una notte là. L’anno in cui andammo in Bretagna – dopo cinque giorni a Parigi e Disneyland programmati con largo anticipo – non avevamo prenotato nessun albergo per la prima notte a Nantes ed essendo altissima stagione rischiammo di dover dormire in macchina, perché quasi nessuno sembrava avere stanze libere.

Finì poi tutto bene, so che eravate un po’ in apprensione.

Il punto è che dopo anni di vagabondaggi famigliari, di presunta ampiezza di vedute e di illuminismo derivati da queste esperienze, io di fatto ero ancora a casa. “Voglio vivere all’estero”, “Voglio studiare fuori”, “Voglio fare l’erasmus”: frasi che ripetevo in continuazione, alimentandomi un mito di una ragazza indipendente e forte che sa come gira il mondo, che entra subito negli usi e costumi locali, che non frigna perché le manca il suo letto. Solo frasi, però, perché al momento di scegliere l’Università nemmeno la forza di iscrivermi a Bologna ho trovato, figurarsi Oxford. E già qui, è una puntura di zanzara pensare che in quei sofferti giorni stavo chiudendo tanti possibili futuri luminosi per viverne uno solo né carne né pesce, che le strade che non hai intrapreso sembrano sempre più panoramiche quando stai inciampando nella boscaglia su quella parallela. Divago.
Dicevo: non ho mai seriamente mosso il culo da qui, e invece domani parto quasi in solitaria e me ne sto via un mesetto. A Londra, la città che amavo da prima di conoscerla, che avevo idolatrato quando ancora era un’idea fumosa, un 221/B di Baker Street o un appartamento da scapolo tenuto in ordine da un perfetto Jeeves. La città che mi lasciò un po’ di amaro in bocca le prime due volte, e una voglia pazzesca di rivederla dopo essere rientrata in Italia, e che alla terza visita invece si rivelò pienamente all’altezza del sogno d’amore che mi ero costruita su di lei.

Un mesetto non è davvero niente. Un mese fa ero nello stesso identico punto di adesso, lo stesso preciso dove sono da un anno, e non è davvero niente. Ma se Londra deve essere la mia futura patria, questa sciocchezzuola di neanche trenta giorni, questa manciata di settimane che ci prendiamo io e lei, la considero un rodaggio: Samantha Jones lo diceva che gli uomini vanno provati prima del matrimonio come si fa con un’auto prima di comprarla, e si sa che per me Sex and the City è da sempre e per sempre una scuola di vita.

valigie

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