Portatemi fuori di nuovo, Baustelle

[Mi tocca fare il lunghezza alert. Abbiate pazienza, specie perché in fondo si potrebbe tradurre in un uaaaaaaaaarghghg di felicità, ma ho preferito usare duemila parole in più per dirvelo. Perchè vi voglio bene. Magari leggetelo a puntate]

Direi che difficilmente qualcuno di voi possa non essere a conoscenza della mia struggente passione per i Baustelle. Lo dico così, senza tanti fronzoli, perché mi pare di avervi già abbastanza fracassato con quella storia che li avevo conosciuti in un’estate sedicenne di grandi cambiamenti, e poi dopo li ascoltavo a ripetizione mentre preparavo la maturità, che paradossalmente si classifica come uno dei periodi più belli della mia vita – e non c’è da scherzarci, Venditti ci ha costruito una carriera sulla nostalgia di quei mesi. Sì, stavi preparando l’esame, e loro cantavano “Mentre scoprivamo il sesso, ignari di ciò che sarebbe poi successo dopo la maturità“, BASTA TI PREGO L’HAI GIA’ RACCONTATO. Se uno scorre la pagina Facebook di quei giorni ci sono solo frasi del tipo “L’erba ti fa male se la fumi senza stile“, “Vi amo tutti, è bello o brutto solo questo” ecc. ecc. Che sembra che io non abbia mai ascoltato altro in tutta la mia vita, e io invece amo tantissimi altri gruppi e cantanti: loro mi sono entrati nel cuore così perché appunto ci sono arrivati quando ero davvero giovane e vulnerabile, e hanno nidificato proprio bene. Fine.

Dopo che ignobilmente mi ero lasciata sfuggire la data di Bologna, e la data di Parma, dopo che era divenuto evidente che non mi meritavo una terza chance, ecco la possibilità caduta dal cielo: visti i successi delle tappe precedenti venerdì 28 giugno, Ferrara ha ospitato i Baustelle con Ensemble Symphony Orchestra.
“Quando un mistero è così sovraccarico non si può disobbedire” ci direbbe il buon vecchio uomo del pianeta con il lampione, e così biglietti acquistati e amiche caricate in auto (non la mia, a onor del vero),  siamo partite alla volta di quella graziosissima città che è Ferrara. Sarà stato il buonumore sfrenato, nonostante il piovoso inizio di giornata – che prometteva giramenti di palle a gratis – e una lente a contatto messa al contrario che teneva in ostaggio il mio occhio destro, sarà che è davvero un bel posto, ma ho sentito l’urgente bisogno di fotografare tutto, catturare tutta quella luce e quei mattoni e quella gioia corsara. Sì, l’ho detto, di nuovo.

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tanta buona volontà si scontra comunque con i limiti della fotocamera dell’iPhone

Ma voi lo sapevate che Ferrara è una città piena d’insidie nascoste in ogni dove? Ad esempio c’è una statua di Savonarola che non la si può guardare negli occhi o la peggiore disgrazia si abbatterà sul capo dell’empio: non riuscirà a laurearsi, o comunque non passerà un esame incombente. Una cosa così, detta a me che se fossi nata Perseo non avrei mai resistito alla tentazione di dare una sbirciatina senza protezione alcuna alla Medusa è più o meno come raccomandare a Harry di non dare la caccia a Voldemort. Mi ci è voluto uno sforzo di volontà sovrumano per fare tutta la strada accanto alla statua voltata dall’altra parte, ma almeno adesso so che ogni fallimento sarà da imputare a me stessa medesima e non all’illustre eretico.

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Due passanti che evitano lo sguardo di fuoco del Savonarola
Sane e salve approdiamo davanti al Duomo (a cui ho dato le spalle in ogni foto)
Sane e salve approdiamo davanti al Duomo (a cui ho dato le spalle in ogni foto)

Dato che ormai ci stavamo caricando abbiamo fatto la foto ai biglietti per far schiattare d’invidia chi ci seguiva da casa sui social network – e che in effetti se ne sbatteva altamente ma vabbè, io non faccio mai niente di speciale, una volta che avevo i biglietti di un concerto avevo il dovere morale, il tu devi kantiano, di agire.

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Dopo una cena a bassissimo contenuto di carboidrati siamo quindi entrate nel Teatro Comunale, dove il concerto era stato spostato per un sospetto di maltempo. L’idea originale era di farlo in Piazza Castello, anche perché lo spettacolo rientrava nell’iniziativa Ferrara Sotto Le Stelle, ma il contrattempo ha in realtà dato valore aggiunto al tutto. Intanto perché non ha piovuto ma c’era un fresco infido, e poi, soprattutto, per l’acustica: all’aria aperta ci saremmo godute allo stesso modo la maestosità degli strumenti dell’orchestra sinfonica?

Comunque mi ci sono voluti due giorni per elaborare l’intensa emozione della serata. Avevo studiato scrupolosamente la scaletta che avevo trovato in rete perché ero curiosa. Non c’era Le Rane, maledizione, il mio brano per eccellenza, tra tanti che eppure sono magnifici, ma si sa che al cuore non si comanda. Cosa non significa per me quella canzone. Temevo comunque non avrebbero acconsentito a una richiesta extra di bis – e quando mai ho avuto la voce per chiedere una canzone a un concerto? Non volevo essere tracotante, stavo già realizzando il mio piccolo sogno urbano, cosa altro dovevo pretendere? Prendi quello che hai già e mettilo nella saccoccia, piccola impertinente.
Il Futuro per qualche motivo non l’avevo mai considerata molto, prediligendo Nessuno, Diorama e Radioattività (eseguite magistralmente e praticamente una dopo l’altra, mantenendo un livello d’attenzione costante mai registrato nella mia testa vagheggiante prima d’ora), eppure mi ha conquistata con una potenza inaudita, che dire brividi è riduttivo. Ero lì, minuscola in quel teatro, e semplicemente avvertivo la vibrazione del suono sotto la pelle e sotto le unghie. Modellavo le parole con le labbra, senza voce, per non turbare quella perfezione. Anche il resto del pubblico taceva rapito, e probabilmente anche un po’ intimorito dall’insolita ambientazione – non ti viene da fare dei cori mentre sei comodamente seduto in una poltroncina vellutata, scrutata severamente da soffitti affrescati e lampioncini. Ma terminata quella che Bianconi ha definito la “parte estense” del concerto abbiamo iniziato tutti a scioglierci. Anche qui interessanti i termini utilizzati: <<Adesso inizia la parte più agricola, bestiale>>. E’ partita Cristina, poi Contà l’inverni, che devo confessare essere la canzone che mi conquista meno, e dire che mi è sembrata porsi sulla linea ideale dell’amatissima Canzone del Riformatorio, a livello di trama più che altro. Le luci esaltano gli spettatori, l’elettricità inizia a divenire più palpabile, nessuno abbozza più i testi come me, qualche voce si inizia a udire. E’ il momento dei revival, La Canzone del Parco ci esalta, siamo di nuovo quelli del Sussidiario, siamo tutti coetanei. Che le malelingue dicevano che i Baustelle erano per adolescenti depressi, io invece vi assicuro che il pubblico era molto eterogeneo, c’erano persone che già erano più che adulte al tempo della fantascienza e delle erezioni che sfioravano le dita: rapiti, occhi chiusi, testa che dondola, si lascia andare, trascinare. Siamo tutti abbastanza incoraggiati da lasciarci coinvolgere più attivamente anche quando si torna al nuovo album: per La morte (non esiste più) bisogna tenere il ritmo con le mani, ci proviamo senza sincronizzarci davvero, ma siamo felici, urliamo <<Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va>>. Non sto elencando la scaletta completa, certi momenti erano soltanto esaltazione pura per me, che finalmente stavo imparando a godermi una cosa nel momento esatto in cui la vivevo, non è roba da poco. Il Corvo Joe, L’aeroplano, la straziante Alfredo, si canta, qui, si canta senza più timore, si partecipa, con la sicurezza del sentiero ben conosciuto. Non può mancare Charlie fa Surf: non è la loro migliore ma per qualche motivo è la più famosa, e noi le sappiamo tutte le parole, siamo di nuovo in gita di classe delle superiori. Non ho davvero niente da ridire, sono felice, eccitata, i miei fantasmi per una sera hanno libera uscita, di Fantasma ce n’è uno solo che mi sta facendo una compagnia molto migliore.

E poi, mentre stavo seduta lì a bearmi senza pensieri, sentendo che sì, sono a posto così, davvero, va tutto ok, Bianconi ha introdotto la canzone successiva. Ero talmente rintronata che non capivo a cosa si riferisse, hanno intonato il primo verso e io ero fuori di me, sentivo senza ascoltare, la Pinna mi ha afferrato il polso, il tempo si è fermato per andare a velocità doppia come in Big Fish: non era un’esperienza extra-corporea, stava succedendo davvero mentre io ero lì. Le parole di Bianconi erano proprio queste: <<Scoprivamo il sesso/ignari di ciò che sarebbe poi successo/dopo la maturità>>. Non ci credevo. In seguito ho scoperto che l’avevano cantata anche in altri concerti, pur non essendo nella scaletta che girava su internet, ma in quel momento ho irrazionalmente – ed egoisticamente – pensato fosse per me. Per me che avevo sperato di sentire la mia canzone preferita dal vivo, per me che sono vent’anni che non smetto di sperare di fronte a ogni evidenza, per me che che dopo tanto iniziavo un po’ a cedere. Adesso ovviamente ho tolto un po’ di quell’eccessivo carico emotivo del primo istante, ma in quel secondo fu davvero così. Era per me, che non ci speravo più. Era la mia canzone, che fino a qualche momento prima ci scherzavo dicendo che se la facevano mi strappavo il cuore e lo gettavo sul palco. L’hanno fatta. Ho provato a unirmi a <<bucanieri nati andiamo via>>, mi si è spezzata la voce, sono scoppiata a piangere e a ridere allo stesso tempo. Sono una piccola psicopatica. Ma a voi non è mai capitato di sovraccaricarvi di sentimento, di emozione, di pensieri così pesanti e poi improvvisamente ricevere un regalo inaspettato, un Ti voglio bene, un abbraccio? Per me è stato così. E per fortuna che la voce l’ho ritrovata per urlare a squarciagola, liberando tutto quel groviglio dentro di me, E VOGLIO IMMORTALARTI E RICORDATI COSI’, CON I SANDALI E IL CORAGGIO DI YANEZ, E PORTERO’ MORENDO QUELLA GIOIA CORSARA CON ME. Io che di solito sono molto precisa: sono triste, sono felice, sono stanca, non avevo più un contenitore dove raggomitolarmi. Ero solo occhi, orecchie, cuore e voce stonata, stonatissima, fuori nient’altro. E non potevo riposarmi dopo, no, affatto, senza tregua è arrivata La guerra è finita. Così, una dopo l’altra, mi volete morta. Quanto può sopportare il fisico umano? Me lo sono chiesta spesso durante i momenti più neri, mai avrei pensato di doverci riflettere da allegra -e sobria. E non ero sola in questa follia, nessuno era più il distinto spettatore di un teatro, la platea era in piedi, era corsa sotto al palco, ballava, cantava, ogni palchetto traboccava di braccia, palpitava di energia. E’ una canzone che vuole essere una condanna del suicidio, e io non ho mai visto tanta vita.

Per riavermi da tante emozioni, all’uscita – dopo essere stata dissuasa dall’intento di lanciarmi con tuffo carpiato dentro l’ingresso artisti – mi sono concessa un cornetto caldo, giusto perché non ero già abbastanza carica e una bella botta di zuccheri mi avrebbe senz’altro tranquillizzato.

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Non si vede molto ma essendo diventata una persona diversa in quelle due ore di concerto mi vergognavo a fotografare il cornetto, l’ho fatto solo per dovere di cronaca

 Ho passato il giorno successivo con il magone, riascoltando qui, riascoltando là, presa dalla solita letale malinconia che ti coglie infida quando qualcosa che attendevi da tanto dura il tempo reale e poi finisce. Oltretutto ero anche ritornata sulla terra per quanto riguardava la questione del Miracolo de Le Rane, ma la presa di coscienza non ha intaccato la genuinità di quella che sì, lo ripeto, sì, aspettatevelo, sì, tappatevi pure le orecchie quanto volete: di quella gioia corsara. Prima o poi smetterò di utilizzare esclusivamente queste due parole, ma adesso lasciatemi amarle incondizionatamente.

E alla fine dei conti tutto questo resoconto lunghissimo e gratuito si traduce in un’unico, semplice Grazie. Alle mie amiche Pinna, Sassari e Parigina, che hanno condiviso con me questa mia trasfigurazione da piccola nerd relativamente tranquilla a fan sfegatata e sociopatica, e ovviamente ai Baustelle. Non ne hanno idea del regalo che mi hanno fatto, proprio per niente, ma ciò non lo rende meno prezioso.

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One thought on “Portatemi fuori di nuovo, Baustelle

  1. Letto tutto giuro! Incredibile cosa possono fare i Baustelle. Che bello sapere che dal vivo fanno ancora la canzone del parco…Li ho seguiti tanto e li ho apprezzati un sacco, ultimamente li ho un pò abbandonati perchè hanno preso una piega troppo intellettuale, mi piacevano di più quando erano pop sbarazzini…ma ci sta…nella musica, come nella vita, si evolve…

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