Jasminum Polyanthum

Erano aghi di pino marittimo, che abbonda da quelle parti. Si infilavano tra il piede e il sandalo, che era di quelli di gomma colorata, come quelli da scoglio per intenderci, che negli anni ’90 andavano molto tra i bambini, o forse erano solo i miei genitori che me li facevano mettere, ed io li odiavo. Appiccicosi, con il cinturino mi stampavano sulla pelle delle brutte righe rosse, ho sempre avuto una pelle delicata, che si segna con niente. Era un sentiero molto stretto, fiancheggiava il giardino dell’albergo da una parte e la pineta dall’altra, o era solo un altro giardino, non ricordo: su entrambi i lati non c’era una siepe ma una recinzione fatta con il telone verde, quello dove ci vedi un po’ il sole attraverso i buchini che si creano nella trama di plastica. La ricordo come una palizzata molto alta, ma probabilmente ero solo io che ero davvero molto bassa. Non c’era mai il sole in quel punto, troppo ben protetto dalle fronde degli alberi. Camminavamo tutti in fila, il papà, la mamma, io, mia sorella, la nonna, la tata, una carovana carica di secchielli, palette, asciugamani da lasciare nelle cabina. Non so di preciso che opinione avessi della spiaggia: non nuotavo e mi scottavo facilmente – veramente anche adesso è così – , ma so di per certo che odiavo quel percorso, anche se era una scorciatoia, perché c’erano sempre quei maledetti aghi di pino tra il sandalo e il piede che mi pungevano, e io cerco sempre di risparmiarmi ogni forma anche più lieve di dolore.

Per fortuna c’era l’odore di gelsomino. Permeava l’aria ancora di più del sale, della crema protettiva, della frittura di pesce. Era all’ingresso degli stabilimenti balneari, ma anche nei vasi che si affacciavano sulle vie all’interno, quando alla sera si andava nel parchetto che c’era il trenino, e i banchetti con i libri, e io ne avevo comprato uno su una bambina newyorchese che andava in vacanza nello Iowa, pensava di annoiarsi a morte e invece se la spassava alla grande con i cugini, partecipava a giochi avventurosi, competizioni con maiali ballerini e andava a fare il bagno nel lago quando c’era il plenilunio. Mi è tornato in mente mentre guardavo la luna cicciotta di ieri sera – sono nata che c’era la luna piena e pensavo mi portasse fortuna, poi mi hanno spiegato che molti bambini nascono quando c’è la luna piena, tutta quella vecchia storia dei cicli, dei mesi ecc.
Sì, però stavo parlando del gelsomino. Probabilmente ce n’era un po’ sotto al gazebo dove leggevo Piccoli Uomini e dove una bambina mi spiattellò in faccia la grande verità della mia vita, che nessun altro aveva mai avuto il coraggio di rivelarmi prima: ero stonata come un gabbiano con la raucedine. Quell’odore avvolgeva con il suo profumo le feste che ogni due settimane i proprietari dell’albergo organizzavano per la gioia dei bambini, con le rose del deserto fatte in case e la tastiera che suonava Qualcosa di grande dei Lunapop.
Perché passione per la spiaggia o no, io adoravo quelle vacanze in Versilia – tutte, anche l’anno che mi ero passata in camera mangiando Flauti con la febbre a quaranta –  e in fondo volevo bene pure un po’ a quegli aghi di pino, perché voleva anche dire che c’erano le pigne a cui dare la caccia. Quelle vacanze le associo inevitabilmente con il gelsomino; se c’è un senso che ho sviluppato, già che sono spaventosamente miope con un goccio di astigmatismo e pure un po’ dura d’orecchi, quello è l’olfatto, e se c’è qualcosa che ha ancora la capacità di esaltarmi, commuovermi, rallegrarmi è il riconoscere un profumo noto, amato, mai dimenticato.

Adesso non è più tempo di estati infinite sul bagnasciuga che scotta e di nascondini tra le cabine, stando attenti a non far cadere la chiave tra un listello e l’altro. Adesso è tempo di esami e di città raggomitolata nella pigrizia di una siesta a metà, e io quasi tutti i giorni parcheggio la macchina nella via della mia amica Sassari per poi andare a piedi alla biblioteca vicina. E arranco affaticata trascinandomi una borsa appesantita dal diritto, altro che secchielli e palette, e ho il sole a picco sulla testa e l’asfalto sotto la suola della scarpa. Però a un certo punto del percorso arriva puntuale quella ventata. E’ gelsomino, ne riconosco i fiorellini che si affacciano sulla strada impavidi.

Negli anni abbiamo cambiato destinazioni per le vacanze, molte mareggiate si sono mangiate pezzi delle vecchie spiagge e tanti proprietari si sono succeduti negli alberghi, nei lidi. Altri bambini sono andati sui trenini o a giocare a minigolf, se esistono ancora queste attrazioni, e certi sentieri chissà se ci sono più. Ma i pini ci sono sempre in quell’angolo di mondo, e il gelsomino rimane in un angolo di me a farmi sorridere un pochetto nella noia quotidiana.

A farmi accettare gli aghi di pino che rimangono incastrati tra il piede e il sandalo.

che poi magari dopo tutta sta solfa non sono manco biancospini, che ne so io di botanica?
che poi magari dopo tutta sta solfa non sono manco gelsomini, che ne so io di botanica?
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