“Ma il segno del tempo rimane”

Una volta, non tanti anni fa ma che sembrano troppi, esistevano i compiti delle vacanze. Non esattamente la cosa più piacevole per far partire un amarcord, lo so, però non hanno mai davvero influito sulle nostre estati, diciamocelo. Finite le elementari, con i libri degli esercizi e le cose da colorare che si facevano seriamente, e il bellissimo quaderno di italiano dove c’erano degli elementi e tu dovevi inventarti una storia – che non so cosa darei ora per qualcuno che mi desse gli ingredienti per scrivere -, in sostanza si avevano tre mesi di pura libertà, che io ricordo quella volta al liceo in cui mi resi conto con stupore che tre mesi di sveglia alle 11 erano tanti. Una volta c’era la dolcezza del mese di maggio che fluiva tiepidamente dentro un giugno allegrone, un mese che per me è di un azzurro vivace; c’erano le magliette a maniche corte che significavano più di un semplice cambio di stagione, e c’erano le mani appiccicose di gelato. La polvere nei sandali, i piedi neri perché in casa si girava senza nemmeno le calze, da tanto c’era caldo. Le finestre aperte da cui entrava la musica dei locali sul parco, il condizionatore acceso di notte e le gambe nude sotto il lenzuolo.

Non che tutto questo ora non ci sia più: però, ecco, è diverso. Il passaggio tra la precisa routine scolastica e la sconcertante libertà delle ventiquattr’ore è meno netto: ma quand’è che sono finite le mie lezioni quest’anno? Ma che orari avevo? Non mi dilungherò poi sul preparare esami mentre la sorella liceale oggi, dopo aver passato la mattina (cioè quella che inizia a mezzogiorno) guardando la programmazione di Italia1, si è organizzata per la piscina, poi per l’aperitivo, poi per la cena fuori, poi per una festa: so’ cose, che fanno rodere il fegato, ma so’ cose.

A me manca la fine della scuola. Non l’estate in sé, quelle delle superiori si spendevano per la maggior parte in lunghe giornate oziose e talvolta un po’ deprimenti, chiuse e afose, perché sono stata un’adolescente che si faceva venire il magone per tutto, e se si usciva la sera bene, se no a farsi compagnia da sola era proprio negata. E’ proprio la fine della scuola la parte bella: la frenesia nell’aria, l’andarci dopo che hai dato le ultime interrogazioni e gli ultimi compiti, la promessa di una libertà che sai che non ti godrai davvero, ma finché rimane una promessa è solo gioia pura, gioia corsara, come quella delle elementari.
Sabato sono tornata al liceo, approfittando appunto della festa dell’ultimo giorno. Non sono entrata nelle aule (non mi voglio male fino a questo punto), ma ho respirato a pieni polmoni l’aria satura di ormoni giovanili e spensieratezza. Che non mi sembra possibile di essere stata lì fino a pochissimi anni fa, di aver preparato la maturità ascoltando a ripetizione i Baustelle e agognando l’indipendenza universitaria. Non ero più felice di adesso, a quei tempi. Nei ricordi sì, nei ricordi sono quasi sempre serena, e quando mi visualizzo un giorno malinconico, o anche disperato, mi sembra una tristezza sana, fisiologica. Ma voglio immortalarti e ricordarti così cantava il Bianconi quell’anno, e io l’ho sempre pensata rivolta a un ragazzo che frequentavo all’epoca, e invece ero io, ero io che mi volevo ricordare coi sandali e il coraggio di Yanez. E a pensarci bene, senza la mistificazione del coraggio di Yanez, non ero più felice. Ero solo un pochino più giovane. Oggettivamente, io penso troppo per potermi definire una volta per tutte FELICE. Magari, vediamola così, avevo meno responsabilità: sì, facciamo la cazzata, a sedici anni le fanno tutti, non sto mica influenzando il mio futuro. Massì, quest’anno è andata così, l’anno prossimo però facciamo le cose meglio. Anche adesso mi ripeto: la prossima estate, il prossimo compleanno, il prossimo Natale; poi mi spavento perché mi rendo conto che sono inesorabilmente in ritardo. Già tre estati fa, già tre Natali fa dovevo essere a un certo punto della mia vita, e invece sto qua, alla festa dell’ultimo giorno di scuola.

E il passato è sempre più attraente, ma qui si sta crescendo, e questa cosa bisogna anche metterla in saccoccia.

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One thought on ““Ma il segno del tempo rimane”

  1. una persona saggia mi disse…sforzati sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, perché di motivi per vederlo mezzo vuoto ne avrai sempre.

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