Portatemi fuori di nuovo, Baustelle

[Mi tocca fare il lunghezza alert. Abbiate pazienza, specie perché in fondo si potrebbe tradurre in un uaaaaaaaaarghghg di felicità, ma ho preferito usare duemila parole in più per dirvelo. Perchè vi voglio bene. Magari leggetelo a puntate]

Direi che difficilmente qualcuno di voi possa non essere a conoscenza della mia struggente passione per i Baustelle. Lo dico così, senza tanti fronzoli, perché mi pare di avervi già abbastanza fracassato con quella storia che li avevo conosciuti in un’estate sedicenne di grandi cambiamenti, e poi dopo li ascoltavo a ripetizione mentre preparavo la maturità, che paradossalmente si classifica come uno dei periodi più belli della mia vita – e non c’è da scherzarci, Venditti ci ha costruito una carriera sulla nostalgia di quei mesi. Sì, stavi preparando l’esame, e loro cantavano “Mentre scoprivamo il sesso, ignari di ciò che sarebbe poi successo dopo la maturità“, BASTA TI PREGO L’HAI GIA’ RACCONTATO. Se uno scorre la pagina Facebook di quei giorni ci sono solo frasi del tipo “L’erba ti fa male se la fumi senza stile“, “Vi amo tutti, è bello o brutto solo questo” ecc. ecc. Che sembra che io non abbia mai ascoltato altro in tutta la mia vita, e io invece amo tantissimi altri gruppi e cantanti: loro mi sono entrati nel cuore così perché appunto ci sono arrivati quando ero davvero giovane e vulnerabile, e hanno nidificato proprio bene. Fine.

Dopo che ignobilmente mi ero lasciata sfuggire la data di Bologna, e la data di Parma, dopo che era divenuto evidente che non mi meritavo una terza chance, ecco la possibilità caduta dal cielo: visti i successi delle tappe precedenti venerdì 28 giugno, Ferrara ha ospitato i Baustelle con Ensemble Symphony Orchestra.
“Quando un mistero è così sovraccarico non si può disobbedire” ci direbbe il buon vecchio uomo del pianeta con il lampione, e così biglietti acquistati e amiche caricate in auto (non la mia, a onor del vero),  siamo partite alla volta di quella graziosissima città che è Ferrara. Sarà stato il buonumore sfrenato, nonostante il piovoso inizio di giornata – che prometteva giramenti di palle a gratis – e una lente a contatto messa al contrario che teneva in ostaggio il mio occhio destro, sarà che è davvero un bel posto, ma ho sentito l’urgente bisogno di fotografare tutto, catturare tutta quella luce e quei mattoni e quella gioia corsara. Sì, l’ho detto, di nuovo.

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tanta buona volontà si scontra comunque con i limiti della fotocamera dell’iPhone

Ma voi lo sapevate che Ferrara è una città piena d’insidie nascoste in ogni dove? Ad esempio c’è una statua di Savonarola che non la si può guardare negli occhi o la peggiore disgrazia si abbatterà sul capo dell’empio: non riuscirà a laurearsi, o comunque non passerà un esame incombente. Una cosa così, detta a me che se fossi nata Perseo non avrei mai resistito alla tentazione di dare una sbirciatina senza protezione alcuna alla Medusa è più o meno come raccomandare a Harry di non dare la caccia a Voldemort. Mi ci è voluto uno sforzo di volontà sovrumano per fare tutta la strada accanto alla statua voltata dall’altra parte, ma almeno adesso so che ogni fallimento sarà da imputare a me stessa medesima e non all’illustre eretico.

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Due passanti che evitano lo sguardo di fuoco del Savonarola
Sane e salve approdiamo davanti al Duomo (a cui ho dato le spalle in ogni foto)
Sane e salve approdiamo davanti al Duomo (a cui ho dato le spalle in ogni foto)

Dato che ormai ci stavamo caricando abbiamo fatto la foto ai biglietti per far schiattare d’invidia chi ci seguiva da casa sui social network – e che in effetti se ne sbatteva altamente ma vabbè, io non faccio mai niente di speciale, una volta che avevo i biglietti di un concerto avevo il dovere morale, il tu devi kantiano, di agire.

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Dopo una cena a bassissimo contenuto di carboidrati siamo quindi entrate nel Teatro Comunale, dove il concerto era stato spostato per un sospetto di maltempo. L’idea originale era di farlo in Piazza Castello, anche perché lo spettacolo rientrava nell’iniziativa Ferrara Sotto Le Stelle, ma il contrattempo ha in realtà dato valore aggiunto al tutto. Intanto perché non ha piovuto ma c’era un fresco infido, e poi, soprattutto, per l’acustica: all’aria aperta ci saremmo godute allo stesso modo la maestosità degli strumenti dell’orchestra sinfonica?

Comunque mi ci sono voluti due giorni per elaborare l’intensa emozione della serata. Avevo studiato scrupolosamente la scaletta che avevo trovato in rete perché ero curiosa. Non c’era Le Rane, maledizione, il mio brano per eccellenza, tra tanti che eppure sono magnifici, ma si sa che al cuore non si comanda. Cosa non significa per me quella canzone. Temevo comunque non avrebbero acconsentito a una richiesta extra di bis – e quando mai ho avuto la voce per chiedere una canzone a un concerto? Non volevo essere tracotante, stavo già realizzando il mio piccolo sogno urbano, cosa altro dovevo pretendere? Prendi quello che hai già e mettilo nella saccoccia, piccola impertinente.
Il Futuro per qualche motivo non l’avevo mai considerata molto, prediligendo Nessuno, Diorama e Radioattività (eseguite magistralmente e praticamente una dopo l’altra, mantenendo un livello d’attenzione costante mai registrato nella mia testa vagheggiante prima d’ora), eppure mi ha conquistata con una potenza inaudita, che dire brividi è riduttivo. Ero lì, minuscola in quel teatro, e semplicemente avvertivo la vibrazione del suono sotto la pelle e sotto le unghie. Modellavo le parole con le labbra, senza voce, per non turbare quella perfezione. Anche il resto del pubblico taceva rapito, e probabilmente anche un po’ intimorito dall’insolita ambientazione – non ti viene da fare dei cori mentre sei comodamente seduto in una poltroncina vellutata, scrutata severamente da soffitti affrescati e lampioncini. Ma terminata quella che Bianconi ha definito la “parte estense” del concerto abbiamo iniziato tutti a scioglierci. Anche qui interessanti i termini utilizzati: <<Adesso inizia la parte più agricola, bestiale>>. E’ partita Cristina, poi Contà l’inverni, che devo confessare essere la canzone che mi conquista meno, e dire che mi è sembrata porsi sulla linea ideale dell’amatissima Canzone del Riformatorio, a livello di trama più che altro. Le luci esaltano gli spettatori, l’elettricità inizia a divenire più palpabile, nessuno abbozza più i testi come me, qualche voce si inizia a udire. E’ il momento dei revival, La Canzone del Parco ci esalta, siamo di nuovo quelli del Sussidiario, siamo tutti coetanei. Che le malelingue dicevano che i Baustelle erano per adolescenti depressi, io invece vi assicuro che il pubblico era molto eterogeneo, c’erano persone che già erano più che adulte al tempo della fantascienza e delle erezioni che sfioravano le dita: rapiti, occhi chiusi, testa che dondola, si lascia andare, trascinare. Siamo tutti abbastanza incoraggiati da lasciarci coinvolgere più attivamente anche quando si torna al nuovo album: per La morte (non esiste più) bisogna tenere il ritmo con le mani, ci proviamo senza sincronizzarci davvero, ma siamo felici, urliamo <<Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va>>. Non sto elencando la scaletta completa, certi momenti erano soltanto esaltazione pura per me, che finalmente stavo imparando a godermi una cosa nel momento esatto in cui la vivevo, non è roba da poco. Il Corvo Joe, L’aeroplano, la straziante Alfredo, si canta, qui, si canta senza più timore, si partecipa, con la sicurezza del sentiero ben conosciuto. Non può mancare Charlie fa Surf: non è la loro migliore ma per qualche motivo è la più famosa, e noi le sappiamo tutte le parole, siamo di nuovo in gita di classe delle superiori. Non ho davvero niente da ridire, sono felice, eccitata, i miei fantasmi per una sera hanno libera uscita, di Fantasma ce n’è uno solo che mi sta facendo una compagnia molto migliore.

E poi, mentre stavo seduta lì a bearmi senza pensieri, sentendo che sì, sono a posto così, davvero, va tutto ok, Bianconi ha introdotto la canzone successiva. Ero talmente rintronata che non capivo a cosa si riferisse, hanno intonato il primo verso e io ero fuori di me, sentivo senza ascoltare, la Pinna mi ha afferrato il polso, il tempo si è fermato per andare a velocità doppia come in Big Fish: non era un’esperienza extra-corporea, stava succedendo davvero mentre io ero lì. Le parole di Bianconi erano proprio queste: <<Scoprivamo il sesso/ignari di ciò che sarebbe poi successo/dopo la maturità>>. Non ci credevo. In seguito ho scoperto che l’avevano cantata anche in altri concerti, pur non essendo nella scaletta che girava su internet, ma in quel momento ho irrazionalmente – ed egoisticamente – pensato fosse per me. Per me che avevo sperato di sentire la mia canzone preferita dal vivo, per me che sono vent’anni che non smetto di sperare di fronte a ogni evidenza, per me che che dopo tanto iniziavo un po’ a cedere. Adesso ovviamente ho tolto un po’ di quell’eccessivo carico emotivo del primo istante, ma in quel secondo fu davvero così. Era per me, che non ci speravo più. Era la mia canzone, che fino a qualche momento prima ci scherzavo dicendo che se la facevano mi strappavo il cuore e lo gettavo sul palco. L’hanno fatta. Ho provato a unirmi a <<bucanieri nati andiamo via>>, mi si è spezzata la voce, sono scoppiata a piangere e a ridere allo stesso tempo. Sono una piccola psicopatica. Ma a voi non è mai capitato di sovraccaricarvi di sentimento, di emozione, di pensieri così pesanti e poi improvvisamente ricevere un regalo inaspettato, un Ti voglio bene, un abbraccio? Per me è stato così. E per fortuna che la voce l’ho ritrovata per urlare a squarciagola, liberando tutto quel groviglio dentro di me, E VOGLIO IMMORTALARTI E RICORDATI COSI’, CON I SANDALI E IL CORAGGIO DI YANEZ, E PORTERO’ MORENDO QUELLA GIOIA CORSARA CON ME. Io che di solito sono molto precisa: sono triste, sono felice, sono stanca, non avevo più un contenitore dove raggomitolarmi. Ero solo occhi, orecchie, cuore e voce stonata, stonatissima, fuori nient’altro. E non potevo riposarmi dopo, no, affatto, senza tregua è arrivata La guerra è finita. Così, una dopo l’altra, mi volete morta. Quanto può sopportare il fisico umano? Me lo sono chiesta spesso durante i momenti più neri, mai avrei pensato di doverci riflettere da allegra -e sobria. E non ero sola in questa follia, nessuno era più il distinto spettatore di un teatro, la platea era in piedi, era corsa sotto al palco, ballava, cantava, ogni palchetto traboccava di braccia, palpitava di energia. E’ una canzone che vuole essere una condanna del suicidio, e io non ho mai visto tanta vita.

Per riavermi da tante emozioni, all’uscita – dopo essere stata dissuasa dall’intento di lanciarmi con tuffo carpiato dentro l’ingresso artisti – mi sono concessa un cornetto caldo, giusto perché non ero già abbastanza carica e una bella botta di zuccheri mi avrebbe senz’altro tranquillizzato.

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Non si vede molto ma essendo diventata una persona diversa in quelle due ore di concerto mi vergognavo a fotografare il cornetto, l’ho fatto solo per dovere di cronaca

 Ho passato il giorno successivo con il magone, riascoltando qui, riascoltando là, presa dalla solita letale malinconia che ti coglie infida quando qualcosa che attendevi da tanto dura il tempo reale e poi finisce. Oltretutto ero anche ritornata sulla terra per quanto riguardava la questione del Miracolo de Le Rane, ma la presa di coscienza non ha intaccato la genuinità di quella che sì, lo ripeto, sì, aspettatevelo, sì, tappatevi pure le orecchie quanto volete: di quella gioia corsara. Prima o poi smetterò di utilizzare esclusivamente queste due parole, ma adesso lasciatemi amarle incondizionatamente.

E alla fine dei conti tutto questo resoconto lunghissimo e gratuito si traduce in un’unico, semplice Grazie. Alle mie amiche Pinna, Sassari e Parigina, che hanno condiviso con me questa mia trasfigurazione da piccola nerd relativamente tranquilla a fan sfegatata e sociopatica, e ovviamente ai Baustelle. Non ne hanno idea del regalo che mi hanno fatto, proprio per niente, ma ciò non lo rende meno prezioso.

Jasminum Polyanthum

Erano aghi di pino marittimo, che abbonda da quelle parti. Si infilavano tra il piede e il sandalo, che era di quelli di gomma colorata, come quelli da scoglio per intenderci, che negli anni ’90 andavano molto tra i bambini, o forse erano solo i miei genitori che me li facevano mettere, ed io li odiavo. Appiccicosi, con il cinturino mi stampavano sulla pelle delle brutte righe rosse, ho sempre avuto una pelle delicata, che si segna con niente. Era un sentiero molto stretto, fiancheggiava il giardino dell’albergo da una parte e la pineta dall’altra, o era solo un altro giardino, non ricordo: su entrambi i lati non c’era una siepe ma una recinzione fatta con il telone verde, quello dove ci vedi un po’ il sole attraverso i buchini che si creano nella trama di plastica. La ricordo come una palizzata molto alta, ma probabilmente ero solo io che ero davvero molto bassa. Non c’era mai il sole in quel punto, troppo ben protetto dalle fronde degli alberi. Camminavamo tutti in fila, il papà, la mamma, io, mia sorella, la nonna, la tata, una carovana carica di secchielli, palette, asciugamani da lasciare nelle cabina. Non so di preciso che opinione avessi della spiaggia: non nuotavo e mi scottavo facilmente – veramente anche adesso è così – , ma so di per certo che odiavo quel percorso, anche se era una scorciatoia, perché c’erano sempre quei maledetti aghi di pino tra il sandalo e il piede che mi pungevano, e io cerco sempre di risparmiarmi ogni forma anche più lieve di dolore.

Per fortuna c’era l’odore di gelsomino. Permeava l’aria ancora di più del sale, della crema protettiva, della frittura di pesce. Era all’ingresso degli stabilimenti balneari, ma anche nei vasi che si affacciavano sulle vie all’interno, quando alla sera si andava nel parchetto che c’era il trenino, e i banchetti con i libri, e io ne avevo comprato uno su una bambina newyorchese che andava in vacanza nello Iowa, pensava di annoiarsi a morte e invece se la spassava alla grande con i cugini, partecipava a giochi avventurosi, competizioni con maiali ballerini e andava a fare il bagno nel lago quando c’era il plenilunio. Mi è tornato in mente mentre guardavo la luna cicciotta di ieri sera – sono nata che c’era la luna piena e pensavo mi portasse fortuna, poi mi hanno spiegato che molti bambini nascono quando c’è la luna piena, tutta quella vecchia storia dei cicli, dei mesi ecc.
Sì, però stavo parlando del gelsomino. Probabilmente ce n’era un po’ sotto al gazebo dove leggevo Piccoli Uomini e dove una bambina mi spiattellò in faccia la grande verità della mia vita, che nessun altro aveva mai avuto il coraggio di rivelarmi prima: ero stonata come un gabbiano con la raucedine. Quell’odore avvolgeva con il suo profumo le feste che ogni due settimane i proprietari dell’albergo organizzavano per la gioia dei bambini, con le rose del deserto fatte in case e la tastiera che suonava Qualcosa di grande dei Lunapop.
Perché passione per la spiaggia o no, io adoravo quelle vacanze in Versilia – tutte, anche l’anno che mi ero passata in camera mangiando Flauti con la febbre a quaranta –  e in fondo volevo bene pure un po’ a quegli aghi di pino, perché voleva anche dire che c’erano le pigne a cui dare la caccia. Quelle vacanze le associo inevitabilmente con il gelsomino; se c’è un senso che ho sviluppato, già che sono spaventosamente miope con un goccio di astigmatismo e pure un po’ dura d’orecchi, quello è l’olfatto, e se c’è qualcosa che ha ancora la capacità di esaltarmi, commuovermi, rallegrarmi è il riconoscere un profumo noto, amato, mai dimenticato.

Adesso non è più tempo di estati infinite sul bagnasciuga che scotta e di nascondini tra le cabine, stando attenti a non far cadere la chiave tra un listello e l’altro. Adesso è tempo di esami e di città raggomitolata nella pigrizia di una siesta a metà, e io quasi tutti i giorni parcheggio la macchina nella via della mia amica Sassari per poi andare a piedi alla biblioteca vicina. E arranco affaticata trascinandomi una borsa appesantita dal diritto, altro che secchielli e palette, e ho il sole a picco sulla testa e l’asfalto sotto la suola della scarpa. Però a un certo punto del percorso arriva puntuale quella ventata. E’ gelsomino, ne riconosco i fiorellini che si affacciano sulla strada impavidi.

Negli anni abbiamo cambiato destinazioni per le vacanze, molte mareggiate si sono mangiate pezzi delle vecchie spiagge e tanti proprietari si sono succeduti negli alberghi, nei lidi. Altri bambini sono andati sui trenini o a giocare a minigolf, se esistono ancora queste attrazioni, e certi sentieri chissà se ci sono più. Ma i pini ci sono sempre in quell’angolo di mondo, e il gelsomino rimane in un angolo di me a farmi sorridere un pochetto nella noia quotidiana.

A farmi accettare gli aghi di pino che rimangono incastrati tra il piede e il sandalo.

che poi magari dopo tutta sta solfa non sono manco biancospini, che ne so io di botanica?
che poi magari dopo tutta sta solfa non sono manco gelsomini, che ne so io di botanica?

“Ma il segno del tempo rimane”

Una volta, non tanti anni fa ma che sembrano troppi, esistevano i compiti delle vacanze. Non esattamente la cosa più piacevole per far partire un amarcord, lo so, però non hanno mai davvero influito sulle nostre estati, diciamocelo. Finite le elementari, con i libri degli esercizi e le cose da colorare che si facevano seriamente, e il bellissimo quaderno di italiano dove c’erano degli elementi e tu dovevi inventarti una storia – che non so cosa darei ora per qualcuno che mi desse gli ingredienti per scrivere -, in sostanza si avevano tre mesi di pura libertà, che io ricordo quella volta al liceo in cui mi resi conto con stupore che tre mesi di sveglia alle 11 erano tanti. Una volta c’era la dolcezza del mese di maggio che fluiva tiepidamente dentro un giugno allegrone, un mese che per me è di un azzurro vivace; c’erano le magliette a maniche corte che significavano più di un semplice cambio di stagione, e c’erano le mani appiccicose di gelato. La polvere nei sandali, i piedi neri perché in casa si girava senza nemmeno le calze, da tanto c’era caldo. Le finestre aperte da cui entrava la musica dei locali sul parco, il condizionatore acceso di notte e le gambe nude sotto il lenzuolo.

Non che tutto questo ora non ci sia più: però, ecco, è diverso. Il passaggio tra la precisa routine scolastica e la sconcertante libertà delle ventiquattr’ore è meno netto: ma quand’è che sono finite le mie lezioni quest’anno? Ma che orari avevo? Non mi dilungherò poi sul preparare esami mentre la sorella liceale oggi, dopo aver passato la mattina (cioè quella che inizia a mezzogiorno) guardando la programmazione di Italia1, si è organizzata per la piscina, poi per l’aperitivo, poi per la cena fuori, poi per una festa: so’ cose, che fanno rodere il fegato, ma so’ cose.

A me manca la fine della scuola. Non l’estate in sé, quelle delle superiori si spendevano per la maggior parte in lunghe giornate oziose e talvolta un po’ deprimenti, chiuse e afose, perché sono stata un’adolescente che si faceva venire il magone per tutto, e se si usciva la sera bene, se no a farsi compagnia da sola era proprio negata. E’ proprio la fine della scuola la parte bella: la frenesia nell’aria, l’andarci dopo che hai dato le ultime interrogazioni e gli ultimi compiti, la promessa di una libertà che sai che non ti godrai davvero, ma finché rimane una promessa è solo gioia pura, gioia corsara, come quella delle elementari.
Sabato sono tornata al liceo, approfittando appunto della festa dell’ultimo giorno. Non sono entrata nelle aule (non mi voglio male fino a questo punto), ma ho respirato a pieni polmoni l’aria satura di ormoni giovanili e spensieratezza. Che non mi sembra possibile di essere stata lì fino a pochissimi anni fa, di aver preparato la maturità ascoltando a ripetizione i Baustelle e agognando l’indipendenza universitaria. Non ero più felice di adesso, a quei tempi. Nei ricordi sì, nei ricordi sono quasi sempre serena, e quando mi visualizzo un giorno malinconico, o anche disperato, mi sembra una tristezza sana, fisiologica. Ma voglio immortalarti e ricordarti così cantava il Bianconi quell’anno, e io l’ho sempre pensata rivolta a un ragazzo che frequentavo all’epoca, e invece ero io, ero io che mi volevo ricordare coi sandali e il coraggio di Yanez. E a pensarci bene, senza la mistificazione del coraggio di Yanez, non ero più felice. Ero solo un pochino più giovane. Oggettivamente, io penso troppo per potermi definire una volta per tutte FELICE. Magari, vediamola così, avevo meno responsabilità: sì, facciamo la cazzata, a sedici anni le fanno tutti, non sto mica influenzando il mio futuro. Massì, quest’anno è andata così, l’anno prossimo però facciamo le cose meglio. Anche adesso mi ripeto: la prossima estate, il prossimo compleanno, il prossimo Natale; poi mi spavento perché mi rendo conto che sono inesorabilmente in ritardo. Già tre estati fa, già tre Natali fa dovevo essere a un certo punto della mia vita, e invece sto qua, alla festa dell’ultimo giorno di scuola.

E il passato è sempre più attraente, ma qui si sta crescendo, e questa cosa bisogna anche metterla in saccoccia.

Storie d’amore come tante altre

Sono stata quella bambina che mentre tutti giocavano ad acchiapparella in cortile restava in classe a leggere i libri del Battello a Vapore. Piccole Donne invece di imparare a saltare la corda, Bianca Pitzorno sotto l’ombrellone, gl’Istrici e Geronimo Stilton – sempre coerentemente eclettica, insomma – a casa della mia migliore amica delle elementari, che a ragione una volta mi strappò un volume dalle mani e lo buttò dalla finestra, perché non esisteva che venivo da lei a giocare e poi la lasciavo da sola a gestire la nutrita nidiata di bambole senza nemmeno un padre ma con una zia degenere, era davvero troppo. Ma io ero affascinata, ogni personaggio era molto più reale di quelle bambole, rileggevo le stesse pagine più e più volte perché erano la mia famiglia, e quindi era come tornare a casa per cena. Erano il mio argomento di conversazione preferito. Si racconta ancora di quella volta che mio zio a tavola chiese un consiglio per una lettura da viaggio e io, una tappa di quattro anni, saltai su, sentendomi un’ autorità in materia: <<Hai letto il Pulcino Gaio? Quello è bello>>.

Nella anni ho accatastato una quantità di libri considerevole, del resto ho sempre avuto davanti a me l’esempio di due genitori che io davvero non capisco come mai non abbiano ancora ricevuto un premio fedeltà dalla Feltrinelli. In effetti in questa casa non c’è abbastanza spazio. Io non so più dove mettere le scarpe, e questo ha senso perché non possiedo più una scarpiera da diverso tempo, ma non so più nemmeno dove mettere i libri, e invece una libreria ce l’ho, e bella grande. Ma non posso fare a meno di accumularne, uno per ogni stato d’animo, uno per ogni fissazione.
Alle medie c’è stato il periodo Club delle Baby Sitter (lo ritengo un passaggio preadolescenziale obbligato), e li volevo tutti, perché poi messi l’uno accanto all’altro in fila formavano un’immagine. Trasversalmente a tutti gli anni di scuola c’è stata la sempre adorata letteratura inglese e io senza vergogna alcuna dico di aver amato Jane Austen e J.K. Rowling. Sì, le metto insieme nella categoria “Donne britanniche che hanno cambiato la mia vita”, e con i vostri snobismi anti-potteriani potete davvero pulirci le caccole di Troll. Poi ho attraversato il mio periodo giallo, mi riferivo al cervello come alle celluline grige di Poirot, e non dormivo la notte pensando al Mastino dei Baskerville. Un’estate mi trascinai al mare mille e tot pagine di Tutto Sherlock Holmes, che in effetti non credo nemmeno di aver mai finito, perché sono tanto monogama e tradizionale e noiosa nei rapporti con le persone quanto sono avventuriera e fedifraga e civetta con i libri. Molti li ho presi e gettati via dopo poche uscite, ad altri ho dato il beneficio del dubbio fin quasi a metà, poi mi sono lasciata sedurre da altre letture e ho pensato “Aspetteranno, se mi amano lo faranno”. Dopo alcuni tradimenti, è vero, sono tornata rinnovata. Altri invece stanno ancora aspettando il mio fil di fumo all’orizzonte.

Ci sono stati gli amori folli, inaspettati, i più belli manco a dirlo. C’è stato David Foster Wallace, mi sa che ero l’unica sulla faccia della terra a non averne sentito parlare, e dire che era già morto e ufficialmente santificato; ho iniziato La scopa del sistema chiedendomi cosa avessi per le mani, dubitando della nostra storia, siamo fatti l’uno per l’altra? Sei così diverso da quelli con cui sono uscita fino ad adesso, il gioco vale la candela? Sì, c’è sintonia ma non mi stai DAVVERO conquistando, restiamo amici. Poi mi sono affezionata, sei simpatico, intelligente, mi fai stare bene. Magari è una cotta, dai, niente di serio. Io voglio la scintilla, voglio bruciare come era successo con Henry James, che sì, si era consumato in fretta, davanti all’impegno serio di Ritratto di Signora si era affievolito, ma è la passione che voglio, ci deve essere da subito, no? In una storia d’amore non basta stare bene con qualcuno, c’è un mare magnum di attrazioni che devono scattare, David, io davvero ci tengo ma ci sono alcuni lati di te che non mi prendono. Dopo qualche mese di elaborazione, ho accettato invece di essermi innamorata persa, perché a volte va così. Quando lo si capisce, si va con calma. Voglio essere pronta per Infinite Jest, ci arriveremo dopo un’infinità di piccoli passi. Per adesso frequentiamoci, Dave, perché davvero potrebbe funzionare.

Tutta questa pappardella per dire che certi libri io li ho amati, anche più delle persone, anzi, spesso e volentieri più delle persone, perché un libro non si aspetta frasi che non sai dire, vuole solo fare parte della tua vita, ama gratuitamente come sarebbe giusto fare se ne fossimo capaci anche noi. E come ogni amore c’è la sua fisicità, il suo odore caratteristico, i segni del tempo che passano sulle pagine, perché stiamo invecchiando insieme, le orecchie che quando ero piccola facevo e adesso invece mi fanno rabbrividire, la macchia di succo di frutta perché non ho mai perso il vizio di fare merenda leggendo, anche se crescendo ho imparato a trattare i volumi con molta più cura e non li sporco più, e impazzisco se succede. C’è il ritrovarli sul comodino alla sera, con il segnalibro che mi dice quanto va avanti la nostra storia. C’è il peso specifico, che mi ricorda il tipo di impegno che mi sono presa. C’è il riporre nella libreria, per dire che anche se è finita non dimentico. C’è il prestarli, per condividere le emozioni come quando si racconta con eccitazione alle amiche del primo appuntamento, come c’è il farmi sedurre – perché sì, sono civettuola in questo, l’ho già detto – dalla copertina, dalla rilegatura. E’ un sentimento che vive del contenuto, ma inevitabilmente non può scindersi dall’aspetto più carnale.

E dato che una persona amata è molto più bello baciarla dal vivo che dalla foto profilo di WhatsApp sullo schermo dello smartphone, io sono profondamente, irrimediabilmente e irreversibilmente contraria agli e-book. Chiamatemi antica, chiamatemi futura vittima della selezione naturale, chiamatemi conservatrice di merda, chiamatemi nemica del progresso e incapace di evoluzione e cambiamento.

Io per parte mia mi considero solo innamorata.

Dove NON si scrivono delle ricette

Sappiamo già tutti che io non sono, né sarò mai, una foodwriter. Per poche semplici ragioni:
– il mio vocabolario tecnico si ferma al termine impiattare;
– la maggior parte delle cose che avvengono nella mia cucina è meglio non si sappiano in giro;
– sono una stronza e le mie ricette le tengo per me a meno che non siano delle facilonate che (magari) vi fanno pure schifo;
– appena tocco un ingrediente, ma anche solo il sacchetto della farina, ma anche solo con un mignolo, ecco che avviene un curioso fenomeno per cui i miei arti superiori si cospargono di impasto, dalla punta delle unghie al gomito, e capirete che mi è ben impossibile fare delle brave foto a ogni delicato passaggio. E poi me ne dimentico.
Al di là delle mie notevoli incompetenze, ieri pomeriggio mi sono cimentata nella nobile impresa di riportare alla vita le antiche tradizioni culinarie di famiglia. Sarà che quest’anno ho iniziato a provare persino io un po’ di nervosismo per questo maltempo costante, io algida nordica amante delle verdi colline e dei cieli plumbei, ma ho pensato più volte – con la nostalgia che si prova verso ciò che si conosce soprattutto per sentito dire – a quel quarto di sangue che mi scorre nelle vene che non proviene dalle umide terre padane ma dalla croccante e salina Sicilia: incitata dal ritrovamento di un vetusto libro di ricette, scritto in maniera alquanto arcaica, mi sono quindi data alla produzione su ampia scala di cannoli con la ricotta.

Che adesso che c’è il mercatino europeo in centro con tanto di stand siciliano potevo anche andarmeli a comprare, ma complichiamoci la vita, dai, su.

Non essendo una foodwriter, come puntualizzavo in apertura, non aspettatevi ricette o altro: non ve le do. Io sono semmai la pasticciona che parla alla Luna (cit.), che dà i concetti chiave in un contesto completamente generale e da cui non capirete una beata.

La parte più difficile, lo dico subito, è stata accettare la presenza dello strutto (sugna stando al mio libro). Credevo fosse una prerogativa di noi mangiatigelle e invece, con l’ovvia eccezione degli ingredienti, la preparazione della scorcia (cioè la scorza, la parte croccante, insomma, il cannolo senza la ricotta) si svolge come quella dello gnocco fritto: vulcano di farina, impasto, riposo, e via di mattarello. Per l’occasione, quindi, ho sfoggiato il grembiule della mamma rezdora. Che rezdora non è, e in effetti prepara solo lo gnocco, ma ci siamo capiti.

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Come potete vedere, un’eleganza rara.

Ovviamente appena ho iniziato a mescolare la farina, lo strutto, il cacao, il brandy e il Marsala, e gli albumi mi sono immerdata fino alle ascelle e l’unica foto del procedimento che vi posso mostrare è questa, che in ogni caso sono certa comprenderete a pieno e vi illuminerà di molto su come si fanno i cannoli:

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Mentre l’impasto riposava e si leggeva un racconto ne ho approfittato per farmi uno zabaione con i tuorli avanzati, ma quello che io ho chiamato zabaione in realtà erano i nostri amici tuorli, appunto, sbattuti con lo zucchero a caso (non quanto basta, a caso proprio), e poi versati alla buona in una tazza di latte bollente e marsala. No, non era decisamente zabaione, ma in ogni caso non era velenoso e sono qui a raccontarlo. Dato che il sonno di bellezza della mia creatura durava ben due ore avevo tutto il tempo per studiare, invece mi sono divertita così:

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dubbi sul corretto utilizzo di un cappello da cuoco

In uno slancio inedito di operosità poi mi sono messa avanti con la preparazione del ripieno, non che fosse tutta sta difficoltà, dal momento che dovevo solo frullare della ricotta di pecora con dello zucchero: l’importante, badate bene, è fermarsi allo stadio cremoso, se no poi diventa gelato sciolto e ciao, cannoli, ciao.
Dopodiché ho richiamato a raccolta tutti i muscoli delle braccia che possiedo (pochini, ma fedeli) per mattarellare l’impasto bello fresco e pimpante. Penso sia stato in quel momento che le cose mi sono sfuggite di mano, perché con le autoritarie parole del Libro stampate nella mente (non troppo sottiiiile, non troppo sottiiile) ho finito per fare una sfoglia un po’ spessa, e quindi i miei cannoli sono venuti tozzi e cicciottelli. Proprio come l’autrice.

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Sono esponenzialmente orgogliosa di come ne ho gestito la frittura: per non saper né leggere né scrivere temevo si aprissero tutti (solo uno ha osato resistere all’albume spennellato in modalità super attack), o si carbonizzassero, oppure l’olio salisse oltre la temperatura consigliata e diventasse velenoso, o non so cosa succede in quei casi. Per fortuna non sono mai dovuta intervenire con il coperchio per sedare un incendio, ed è un enorme successo per una che è capace sì di fare una torta Sacher, ma non riesce a scaldare un pentolino di latte senza farlo schiumare.
Mentre si raffreddavano più soddisfatti e paciosi che mai ho fatto finta di riordinare la piana di Waterloo che era divenuta l’intera cucina, poi armata di cucchiaio li ho riempiti uno per uno con grandissimo amore e con la crema di ricotta e le gocce di cioccolato. Sarebbe meglio usare una sac-à-poche: oltre al fatto che si chiama sac-à-poche ed è una gioia vera usarla, esteticamente il risultato è più gradevole; non trovandola mi sono arrangiata, come mi ero arrangiata con le forbici da cucito a mo’ di pinza per estrarre le cannelle bollenti dal cannolo. Orbene, alla fine abbiamo ottenuto questo:

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Non mi spiego ancora perché siano venuti così tanto piccoli e ciccioni, ma so che è colpa mia e non voglio creare loro inutili complessi.

Magari non mi hanno riportato alla mente in maniera fedele le generazioni che prima di me hanno gustato questi dolci nati per il Carnevale e poi diffusi tutto l’anno – perché oggettivamente chi ve lo fa fare di aspettare tutti quei giorni prima sentire la scorza croccare sotto i denti – e oltretutto mi sono rifiutata di utilizzare i canditi, ma come primo tentativo poteva andare molto peggio.
Potevo trovarmi a sedare un incendio con un coperchio, ricordatevelo, da quando mio padre ha ventilato questa possibilità non penso ad altro.
Senza alcun dubbio c’è da migliorare, con molta calma, perché poi io sono un unico esemplare di perfezionista pigra e voglio fare tutto come dovrebbe essere fatto, con i miei tempi, i miei orari di sonno/veglia e le mie serie tv da guardare.
Non so se sarò mai una rezdora, se avrò una famiglia da mettere a tavola (in quel caso io ricordo che la mia cucina sarà aperta per un caffettino a tutti gli amici che passavano di lì per caso, come quella di Un medico in famiglia), ma mi sta piacendo sempre di più acquisire nuove competenze, finalmente pratiche dopo tanti anni di vita contemplativa.
Perché alla fine dei conti almeno una bocca da sfamare ce l’avrò sempre.