L’educazione seriale (volume primo)

Da un paio di settimane a questa parte la Domenica sera ho un impegno improrogabile. Mi spiaggio sul divano con mamma e sorella e mi guardo l’ottava stagione di Un medico in famiglia. E’ una tradizione, l’abbiamo iniziato a vedere tutte e tre insieme durante una settimana bianca di una dozzina di anni fa, e non ci sono cambi di personaggi che tengano, o sparate atomiche (ma vi ricordate la stagione esotica? Quella con gli indiani e Maria in crisi esistenziale?): il Medico non si abbandona. L’altra sera quindi ero lì che twittavo senza pudore con l’hashtag #unmedicoinfamiglia8, pensando che è stato proprio così che sono entrata nel tunnel senza uscita delle serie tv e, bam!, vediamo un po’ in quale modo malato mi hanno plasmato, vuoi vedere che non è solo colpa mia? Anche perché io vi avverto: qui non troverete Una mamma per amica o altri grandi classici che fungono da colonne portanti di tutte le pre-adolescenze normali. Io sono ignorante, sono trash, ho davvero un pessimo gusto a parte rare eccezioni, e ne vado spaventosamente fiera.

In origine – a voler proprio essere di un’onestà brutale – fu Primi Baci , che scopro adesso essere una sit com francese su un gruppo di adolescenti parigini. Correva l’anno 1996, quindi non ricordo neanche l’ombra di una trama: so solo che c’era una ragazza che si chiamava Annette e allora anche io volevo essere Annette, ed ero tremendamente arrabbiata con i miei genitori per avermi dato un banale nome italiano. Annette suonava infinitamente meglio, e io vi assicuro che questa cosa me la trascino ancora dietro, per dire quanto sono capace di fissarmi sulle cose.
Sempre rimanendo sulla scia del “so che lo guardavo perché me l’ha raccontato mia mamma” giunse Caro Maestro, con Marco Columbro, figura di riferimento fondamentale per la me bambina e teledipendente, genitore putativo insieme alla Cuccarini. Io davvero non saprei dirvi cosa di quella serie sia rimasta alla Piantagrane tardo-adolescente, ma era ambientato vicino al posto dove passavo tante felici e spensierate estati marine, per cui non sarà stato un caso il suo arrivo nella mia vita. Tra l’altro, essendo figlia di un’insegnante non scampai nemmeno al successivo Sei forte maestro, seguito con una devozione assoluta. Per dire: io Gaia De Laurentiis vestita da sposa me la ricordo tuttora e la settimana scorsa è pure apparsa in un Medico (esaltazione di madre e figlia insieme) proprio in una scena con la Lilly Calotta. Quante emozioni che mi regalano, quante.

Poi, per l’appunto, iniziò l’epopea del Medico, il suo tormentone “Ciao famiglia!” e l’ardente desìo che da quei giorni lontani mi prese – e continua a bruciare – di avere tutte le mattine tanta gente a colazione. Questi qui già di loro non sono mai stati pochi, nemmeno quando non era ancora arrivata la caterva di nipoti, suocere, sorelle, parenti acquisiti vari, eppure la porta-finestra della cucina era sempre aperta e una tazzina di caffé sempre pronta per l’amico scroccone di turno. Ecco, mentre la mamma ammirava la casa e il suo altissimo potenziale di espansione io mi vedevo già adulta a mettere in tavola i miei famigliari e tutti i cari che venivano ad aggiungersi. “Eh, passavo di qui”. Tutto questo volersi bene, questo happy ending continuo, magari un po’ caciarone, è vero, toccò il mio animo di bambina e ora si infiltra, nonostante tutto, sotto la mia scorza di falsa disillusa. Perché a me piace considerarmi ruvida, il genere di ragazza che prende in giro i sentimentalismi e fa un po’ la gradassa, ma in realtà ho un cuore di irresistibile scioglievolezza e dopo tanti anni passati a soffocare tutta questa traboccante morbidosità essa sta iniziando a fuoriuscire da ogni poro, incontrollabile.

La scricciola vestito da maschiaccio diventò un’adolescente di un’insicurezza spaventosa, ma non fate finta di niente, che le medie sono state un periodaccio per tutti. Ad alleggerire le mie giornate condite dalle faticose battaglie contro il mio aspetto, il mio essere costantemente inadeguata, il mio essere più piccola rispetto a tutti gli altri compagni di classe (e quindi il mio pormi da sola in una condizione di minorità che persino Kant mi avrebbe fatto pat-pat sulla testa) venne Scrubs – Medici ai primi ferri. Fondamentale perché scatenò per primo il meccanismo che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di approcciarmi a una serie televisiva: l’immedesimazione. Inizialmente mi ponevo come semplice spettatrice esterna, Elliot Reid cambiò tutto. Nevrotica, logorroica, competitiva. Bassa autostima e voglia disperata di essere la migliore. Ero io, ero fottutamente io. C’è da dire che anche JD si prendeva dei grandi pezzi di me, con quella sua indole sognatrice, però dovendo scegliere un unico personaggio non c’era alcun rimedio: ero quella rompiballe di Elliot.

Quando iniziai a riconoscermi nei protagonisti delle serie che guardavo in qualche modo si ruppe qualcosa nel mio equilibrio mentale, già precario perché non dimentichiamo mai quanto sono infelici i dodici anni. La mia sempre viva tendenza a rifuggire la realtà si intensificò ulteriormente: non avevo più solo i romanzi, i film: adesso avevo un appuntamento settimanale con delle versioni plastificate di me stessa che sembravano prefigurare ciò che sarei diventata, e ciò che mi sarebbe potuto succedere.   Quello che intendo dire è: se Lei/che praticamente sono Io/nonostante tutte queste vicende che ricordano spaventosamente i fatti realmente accaduti a Me/alla fine si mette con Lui/allora anche Io ce la farò. Perché la mia tecnica di immedesimazione era estesa a tutte le persone che conoscevo, perfettamente inscrivibili nei personaggi di contorno – e mai il dubbio che fosse così facile in quasi ogni telefilm perché effettivamente si tende sempre a creare degli stereotipi nelle varie caratterizzazioni, proprio per renderli adattabili a chiunque. Praticamente un’autistica da serie televisiva. C’è un nome, tutto mio: Sindrome di Dawson. Anche se – udite udite – Dawson’s Creek non ha mai fatto parte della mia bislacca educazione seriale. Comunque con il tempo questa cosa non si è affievolita, anzi, come vedrete nella parte seconda – che guardo davvero troppe cose per sintetizzarle in unico post – raggiungerà il suo culmine con UN personaggio topico (suspence). 

Inquadratura su qualcuno a caso, sguardo sbarrato, bocca spalancata, dignità penzoloni. Musichetta tu-tu-tu-tu che non è il telefono ma indica attesa, spasmodica attesa.

All new next Saturday, on HBO!

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