E tante grazie

Parliamo di piacevolezze.

Per me bello è il colore del tè quando ci tuffo un goccio di latte, che sembra precipiti sul fondo della tazza per poi darsi la spinta verso l’alto e aprirsi come una rosa bianca sotto la superficie tremula e patinata e ambrata. Io sono contraria a quelli che mettono prima il latte e poi il tè, e anche a quelli che mettono prima l’acqua e poi il filtro. L”ha detto anche George Orwell, l’acqua va versata appena bollente sulla bustina – o sulle foglie. E George Orwell era inglese, quindi massima autorità teinica.

Per me è una piccola gioia ritrovare qualche vecchio compito, qualche foglio accartocciato che sbuca fuori da un quadernone dimententicato, rileggere le lettere tentennanti dei primi anni scolastici e il tono saccente e compiaciuto dei temi al liceo, scritti pregustando la gioia che l’insegnante avrebbe provato nel leggere frasi architettate a regola d’arte, scorrevoli e ben oliate – e, inutile dirlo, riguardando quei miei presunti capolavori adesso sento la vergogna bruciarmi sotto la radice dei capelli. Tutte quelle domande retoriche! Tutta quella veemenza! Tutte quelle citazioni! Che studentessa pomposa e insopportabile.

Per me niente vale come quei momenti terribili nella loro quotidianità, e banalità, su cui poi ripensandoci si ride ancora, come quando un pomeriggio di una spensierata estate sedicenne il migliore amico, mentre si è seduti al tavolino del solito caffè di fiducia, a osservare l’accaldato passeggio cittadino, prova a ordinare una limonata e il cameriere strabuzza gli occhi e inizia a dire <<Cosa intendi per una limonata? Cioè, ti spremo quattro limoni? Ma non vai più in bagno!>>, e il migliore amico sta lentamente scivolando nell’imbarazzo, mentre io sono consapevole di star peggiorando la situazione sogghignando neanche troppo velatamente. O quelle battute, che sono dei veri colpi di genio, e ti affiorano alla mente in un lampo e già sei più allegra. O quelle piccole avventure da cui è nato un nuovo modo di dire, e ci si è dimenticati di cosa fosse successo esattamente, ma quando tra amiche si ripete quella parola, quella frase, si sorride complici lo stesso. Non dimentichiamoci di quei ricordi dorati, anzi, color seppia, anzi, filtro Earlybird, che vengono un po’ da ogni angolo del passato, e chissà perché sono tutti confortevoli. Voglio dire, magari quel giorno c’era un freddo cane, ma che calduccio dentro al cuore adesso. Non so, a me succede, per esempio, quando mi rivedo mia nonna che mi veniva a prendere alle elementari con il passeggino per caricarci lo zaino – che io ero davvero uno scricciolo e mi ribaltavo puntualmente sulle scale per il peso del sussidiario e del libro di lettura, e tutti quegli aggeggi moderni con il carrellino sotto erano puntualmente grandi due volte me. Ancora meglio se a casa ci aspettava il suo fantastico budino con la crema e il cioccolato, e dato che a me piaceva appena tiepido mi dava da pulire la pentola della crema pasticcera e il cucchiaio, e forse è da lì che nasce la mia folle devozione per i cucchiai di legno.

Gratitudine, parola su cui non mi soffermo quasi mai. Oggi mi voglio proprio rovinare, quindi ringrazio per tutto quello che mi viene in mente, faccio il pieno e poi per un mesetto posso non preoccuparmene. Devo iniziare a stringere, perché si farà notte, quindi perdonatemi. Farà notte davvero.
Grazie per: i bigné mignon, i plaid, le tazzine decorate con il manico sottile che sembra tanto elegante. L’odore della pioggia, l’odore della mattine di sole quando è ancora presto e fa ancora fresco, l’odore di miele della primavera. Le caldarroste che sfrigolano nella pentola a buchi, le scarpe da ginnastica quando ti metti in testa di correre e poi stai fuori venti minuti a respirare smog nel parco sotto casa e facciamo che basta così, la radio in macchina in qualsiasi ora del giorno e ancora di più alle due di notte quando puoi cantare a squarciagola senza che nessuno ti affianchi e ti guardi male.
La Feltrinelli, Shakespeare & Co, ogni libreria in generale con l’eccitazione che comporta accarezzare le copertine, annusare qua e là, acquistare. I maccheroni pasticciati, Londra, vedere il proprio nome sotto un articolo. Le scarpe da danza che fanno toc toc, le poltroncine dei teatri e le assi di legno scricchiolanti del palcoscenico, i cannoli siciliani con il cioccolato ma niente canditi, per favore.
“Mr e Mrs Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e tante grazie”.
Le mani dei ragazzi, quelle grandi con le dita lunghe e affusolate, che io le ho corte e tozze e sento il bisogno di compensare.
I mobili antichi, il vecchio locale in Sant’Eufemia dove andavo con le mie amiche quando eravamo al liceo e adesso ha cambiato gestione, ma ci siamo tornate perché come noi cresciamo è giusto dare una possibilità a un nuovo posto del cuore e a delle nuove noi. Il Duomo della mia città, che lo do per scontato da anni: è stato luogo di ritrovo per appuntamenti prima di trasferirsi in qualche caffè più discreto, mi ha visto aspettare un’ora sotto la pioggia qualcuno che quel giorno non si sarebbe fatto vedere ed è stato cupo e accogliente e affollato alla Messa di Mezzanotte, ma ora che hanno tolto le impalcature mi sono accorta che bello è bello forte, accipicchia, e c’è anche sui libri di storia dell’arte.
I video divertenti, la crema per le mani di mia nonna, pasticciare in cucina in compagnia, cantando con l’accompagnamento di chitarra e pentole. I rifugi di montagna, con le loro schnitzel e i kaiserschmarren, e i bombardini, passeggiare sulla riva del mare facendo chilometri e ustionandosi le spalle. La pasta cotta con la cenere ai campi scout, il fuoco che crepita, le avventure delle estati precedenti da ricordare l’anno dopo. La sindrome di Stendhal davanti ai quadri e alle città più incredibili, le gite scolastiche, la Musica. La letteratura, farsi la notte degli Oscar sveglia in contemporanea con il Kodak Theatre, dormire dalle amiche e fare dei banchetti a colazione.  Giocare con i bambini e godersi la “gioia corsara”.
Viaggiare ma non fare le valigie, quello fa schifo. I tre rimbalzi sulle ruote del carrello dell’aereo, quando poi si ferma e si tira un bel sorriso di sollievo (ma non si applaude). Lo shopping compulsivo, i gioielli di Tiffany, l’idea che si possa essere cheap&chic. Passare dal più e dal meno a infervorarsi sulle grandi questioni del mondo, stare in silenzio con qualcuno a cui si vuole bene. Gli occhi degli altri quando sono caldi e accoglienti, e quando ridono. Gli abbracci delle persone morbide, o delle persone alte. Scoprire che anche i tuoi amici leggono, e condividono le tue passioni, e poterne parlare senza sentirsi eccessivamente pedanti. Poter ricordare anche dei giorni dolorosi con affetto per il calore ricevuto dalle persone care intorno. Scoprire nelle parole di qualcuno un modo di pensare o di scrivere simile, pensare “Questo/a mi legge la mente o ci hanno separati/e alla nascita”.
La mia Penelope, la collezione di smalti che non uso quasi mai perché mi tira, le serie tv, il pollo al curry. Andare in bicicletta che mannaggia me l’hanno rubata e se li trovo potrei diventare estremamente violenta. La birra artigianale, il vino che all’olfatto si presenta fruttato con sentore di cannella e sottobosco, in bocca è rotondo e completo e sì, sparo parole a caso per darmi un tono, ma comunque il vino mi piace da impazzire e mi vedo sempre nella mia cucina del futuro che preparo la cena bevendo un bicchiere di rosso, magari in compagnia, buona e discreta.

E potrei andare avanti, all’infinito, davvero. E ringrazio per poter andare avanti all’infinito, per avere un mondo dentro da descrivere con colori pacifici e gioiosi, e tanto là fuori da scoprire ancora.

Adesso imparate a memoria e ripetete, e tante grazie.

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