“Sulla dipendenza”: lo smartphone è il migliore amico dell’uomo

Un mesetto fa mi ero lasciata stuzzicare dall’idea di curare un ciclo di interventi sulla dipendenza. Io non ho nessun titolo per farlo, quindi me ne sarei occupata nel modo che conosco meglio: cazzeggiando alla grande. Ci avrei messo un po’ di esperienza personale, molte banalità, un po’ di ironia, e tanto bisogno di sentire i pareri altrui. Probabilmente non sarebbero stati di aiuto a nessuno, perché appunto io non possiedo il Verbo e non ho mai avuto gli strumenti necessari per parlarne con cognizione di causa, quindi ho poi pensato che occupo già abbastanza spazio nel web con le mie pillole di demenza, meglio lasciar stare.

E invece il problema della dipendenza è saltato fuori prepotente, e messe da parte le ciance ho deciso di dare il via lo stesso al mio progetto. Non tratterò argomenti come l’alcool, le droghe, nemmeno il fumo. Ho già detto che non ho una laurea in psicologia (anzi, una laurea di nessun tipo) appesa al muro, ma voglio comunque parlare di qualcosa che conosco in una certa misura.
In questo primo seminario, ordunque, affronteremo il tema quanto mai attuale, spinoso, pruriginoso della DIPENDENZA DA SMARTPHONE.

Lo so che appena avete letto l’ultima parola avete iniziato ad accusare i seguenti sintomi:
– dilatazione delle pupille
– irrigidimento della mascella
– disfunzionalità dei pollici.
Perché un’altissima percentuale di voi, ci scommetto, rientra in quella categoria di persone che senza crederci dicono in giro “Ah, io lo uso solo per il lavoro”, “Ah, ma mi mantengo giusto in contatto con il mio gruppo di studio”, “Ma sì, ci do’ un’occhiata durante le pause”, “POSSO SMETTERE QUANDO VOGLIO”. No, no, no. Potete dire quello che volete, ma io vi vedo, vi vedo e vi comprendo perché sono una di voi. So che appena svegli la mattina, con un occhio ancora mezzo chiuso e mezzo cervello ancora in fase REM siete lì che controllate WhatsApp, Twitter, Facebook, Instagram, la mail, Ruzzle e Paolo Fox (ahem). So che mentre fate colazione da soli un check veloce ci può sempre. So che nei momenti morti a lezione è l’unica ancora di salvezza. So che in biblioteca allungare la mano e afferrare il cellulare è l’attività ginnica preferita per sgranchirsi all’inizio, alla fine e durante la lettura di un paragrafo. Riconosco il fremito delle vostre narici quando trovate una rete Wi-Fi. Lo capisco, lo vivo sulla mia stessa pelle. Voi ed io siamo un’unica persona nel momento in cui aggiorniamo compulsivamente i nostri vari profili, o quando pensiamo di far aggiungere, nel capitolo del Galateo sull’Apparecchiatura Perfetta, il nostro amatissimo smartphone a destra del tovagliolo. E quando infine in un unico fluido gesto appoggiamo il telefono sul comodino, a luce spenta, dopo l’ultimo controllo della giornata, avvenuto sotto le coperte proprio come il primo. In effetti più che una dipendenza da smartphone in sé ho parlato soprattutto di internet, ma diciamocelo: in sostanza da quando tutti ne possediamo uno la dipendenza da internet è semplicemente diventata prêt-à-porter, pronta da indossare in ogni istante, anche fuori di casa.

E se voi quindi vi siete riconosciuti in quanto ho scritto, se anche voi pensate che il pollice opponibile si sia evoluto soprattutto per danzare leggero e disinvolto il foxtrot su un touch-screen, allora 1) avete un problema 2) vi meritate di sorbirvi la mia esperienza.
Io, come ho già detto, sono una di voi. Il mio telefono ha un nome e spesso una vita propria, che per 24 ore svolge in parallelo e in strettissimo contatto con me, in quello che se gli scienziati non mi tagliano la testa definirei un rapporto di simbiosi. Il mio telefono è il mio lichene, io la roccia. No. Lui è la roccia e io il lichene. Non che io riceva tutti questi sms – anche se da quando esiste WhatsApp e la chat dell’iPhone improvvisamente mi sento molto richiesta – più che altro a tentare è la possibilità di avere sempre un social a disposizione. E allora ho iniziato gradualmente: qualche settimana fa ho azzardato 24h senza Facebook, da mezzanotte a mezzanotte. Perché uno pensa “Massì, esco e così non accendo il computer”. Invece no, perché il tuo migliore amico è lì, nella tua tasca, che ti istiga ad accedere.

Per me è stato utile, ripeterò l’esperimento e pian piano mi estenderò a Twitter e compagnia bella, finché non avrò nuovamente un rapporto sano ed equilibrato con Carrie. Ecco com’è andata.

H.00.00 – H.10: è stato facile, dormivo. Dato che non doveva essere una botta tutta di colpo non mi ero privata di Twitter, quindi al risveglio ho solo dovuto resistere all’impulso di spostarmi da un’icona all’altra. Consiglio-scappatoia: spostate momentaneamente l’app in una pagina in cui non potete vederla. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, lontano dalle dita.
H.10 – H.12: la faccenda inizia a farsi interessante. Mi annoio. Poi, come quando si smette di fumare, la mia respirazione migliora, il mio cervello sembra più attivo. Mi attacco a The Big Bang Theory.
ORA DI PRANZO: i cibi sono molto più saporiti, le mie papille gustative hanno ripreso vigore. Twitto qualcosa giusto per evitare una crisi di astinenza, che è sempre in agguato dietro l’angolo.
H.14 – H.17: leggo, improvvisamente mi vengono in mente un sacco di cose da fare. La vita non mi è mai sembrata così indaffarata, eppure rilassata.
H.17 – H.19: vado a fare shopping, nei camerini mi sento bella, invincibile e una taglia 40, soprattutto.
H19 – H00: aperitivo e teatro. Mi godo lo spettacolo intero, nemmeno nell’intervallo sento l’impulso di controllare il mio profilo. Ormai è chiaro chi dei due è più forte. Io. Io. Io. Potrei andare avanti all’infinito, ma non bisogna strafare, e poi è solo Facebook.
Un nuovo giorno ha inizio.
Accedo.
Ho quindicimila notifiche perché le mie amiche hanno approfittato del mio sciopero per vandalizzarmi la bacheca.

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