Quella stronza

Ho inaugurato l’anno predicando leggerezza, poi io che al solito razzolo male ho finito per concentrarmi solo sul senso propriamente fisico del termine e ho iniziato a nutrirmi per lo più di gallette di riso, barrette ai cereali, miele e salsa di soia. In tanto pigro ruminare ho tralasciato di prendermi cura anche dello spirito, e quindi adesso mi tocca estirpare tra un colpo di tosse e l’altro (oh, ma com’è che da quando mangio sano sono praticamente moribonda?), una certa questione dal peso specifico troppo alto per questo 2013, che in base al potere conferitomi da me stessa sarà l’Anno della Libellula.

In realtà, manco a farlo apposta, o forse è un’altra delle misteriose combinazioni della vita, un’altra di quelle deviazioni degli atomi dalla linea retta, proprio in una delle ultime notti dicembrine, quando si concludeva quello che avevo fantasiosamente battezzato “l’anno più di merda ever”, ho letto il libro di Gramellini, Fai bei sogni, che mi ha tipo illuminato. Lui chiama Belfagor quella che io chiamavo…No, non la chiamavo in nessun modo quella parte di me, perché se le avessi dato un nome sarei riuscita a estraniarla da me, a comprendere che era qualcosa di altro, e invece era talmente ben radicata che nessuno ci avrebbe più distinto. Ma poi piano piano ho iniziato a riconoscerla, la stronza. Era infida, perché all’inizio sembrava proteggermi. Distorceva la realtà per me. Mi obbligava a tenere tutto sotto controllo e a compiere ogni sorta di rituali. I ragionamenti più assurdi si impadronivano della mia mente, e in nessun modo riuscivo a scrollarmeli di dosso. Ogni piccolo sconforto veniva ingigantito, diventava catastrofe; in quel momento avrebbe dovuto consolarmi, se era vero che si prendeva cura di me, e invece era proprio l’occasione che aspettava, l’occasione per trascinarmi un pochino più a fondo, tanto che alla fine a sguazzare nel dolore ci stavo proprio bene, quasi come nel grembo materno. Era talmente tanto facile lasciarsi abbattere che certe volte le disgrazie me le prevedeva, già in tempi non sospetti mi bisbigliava qualcosa, mi lasciava immaginare le conseguenze, così quando si verificavano avevo già l’urlo in gola che aspettava solo il suo segnale per uscire. A volte, lo confesso, mi suggeriva il modo migliore per farmi compiere da sola gli atti che più mi avrebbero fatto male, sempre convincendomi che in realtà agivo per il mio bene. E alla fine, come ogni stronza che si rispetti, è riuscita a inimicarmi quella che doveva essere la mia migliore amica: me stessa.

La stronza ti fa stare come quando ti piace un ragazzo. Sei cotta da impazzire, lo vuoi come non hai mai voluto altro in tutta la tua vita, te lo vedi in ogni film, di notte ci fai dei sogni che Tinto Brass prenderebbe appunti, ci parleresti per ore, anzi, ci staresti in silenzio per ore, perché a parlare sei buona con tutti. Però non gli chiedi di uscire. Non gli dici chiaro e tondo cosa provi. Opti per le strategie, i “se non mi faccio sentire”, vari “aspetto un po’ a rispondere”. Che un po’ ci stanno, eh, in amor vince chi fugge. Ma tu li porti a dei livelli estremi, pesi ogni parola, è tutta tattica, che Schlieffen in confronto giocava a Risiko. E alla fine, immancabilmente, va tutto a puttane. Perdi l’occasione, oppure finisci per implodere e confessi tutto, se piangi e sei sbronza vale doppio. E tu stai di merda, ti senti sola, abbandonata, odi il mondo. Un pochino, alla fine, sei sollevata, perché così sei lontana dalla cosa che ti terrorizza di più: l’intimità. Perché dici sempre che vorresti stare con qualcuno, ma hai una paura fottuta di entrare nel mondo di qualcun altro, goffa come sei potresti rompere qualcosa, e hai ancora più paura di lasciar entrare qualcuno nel tuo. Alla fine negli anni sei diventata autosufficiente e chiusa nel tuo ecosistema, e non hai idea di come sia fare spazio a un’altra persona, e poi te sei una che invece deve sempre sapere esattamente come vanno fatte le cose. Però ciò non toglie che continui a starci di merda. Ecco. Questa è la stronza. Ti cala una benda di fantasie sugli occhi, ti impedisce di vedere la realtà e di apprezzarla per quello che è, te la fa temere. E ti fa stare di merda.

Però una volta una persona – il cui giudizio per me era non importante ma fondamentale – dopo avermi vista in preda alla stronza mi ha detto che in fondo un po’ mi conosceva e che non ero veramente così. Ci sono rimasta male, perché chiunque intorno a me invece avrebbe potuto confermare che io sono esattamente così. Pensavo di star ingannando questa persona, o che non sapesse chi ero, e invece ci aveva visto giusto. Io non sono la stronza. Non è facile liberarsene dopo tanti anni di convivenza; d’altro canto, in nome della leggerezza che vi auguravo, è anche ora di avvicinarsi, danzando sulle punte non per forza in tenuta da palombaro, alla realtà. Direi che se siete d’accordo, ma anche se non lo siete, la stronza può proprio andare a farsi fottere.

Carramba beviamo del whiskey, olè! / carramba beviamo del gin (del gin) / e tu non dar retta al cuooore / che tutto passerà!

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2 thoughts on “Quella stronza

    1. Grazie :) Ero molto indecisa, perché questo per me è un argomento spinoso e delicato, e io in realtà tendo ad essere abbastanza riservata sulla mia vita privata; cerco sempre di parlare solo di sensazioni, mai di fatti. Ogni volta che svelo qualcosa di troppo mi viene male. Però questa cosa, del mostro, andava scritta, per togliermelo di dosso.

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