Dovevo solo togliere un mucchio di vestiti

Se dovessi riassumere il mese di dicembre in una parola, probabilmente userei “Riunione”. Perché mai come in questo periodo la gente sente il bisogno di riunirsi intorno al tavolo, con una qualsiasi scusa per allenare lo stomaco in vista della grande abbuffata finale, suddivisa in tre round il 24, 25 e 31. Non c’è occasione migliore per rivedere vecchie conoscenze, nuovi amici, gruppi di studio, di sostegno, compagni di setta e di merende e “farsi gli auguri in vista dell’anno nuovo”, in cui di sicuro non ci rivedremo finché non sarà nuovamente dicembre. A casa mia poi, per motivi compleannistici – che non riguardano me nello specifico – è anche tempo di ritrovi famigliari anticipati, e insomma tutto questo si riassume nuovamente in un concetto, formato questa volta da due parole: pulizie domenicali.

Ma stiamo parlando di me: la mia camera da letto da tempo ha deciso di arrendersi al Caos che regna sovrano nell’universo, e rispettosa come sono di tutto ciò che è incontrollabile non ho mai osato contrastare la piega che stava prendendo il mio covo. E poi, sono sempre andata molto fiera di non essere quel tipo di donna casalinga ingrembiulata che passa istericamente il Vetril su qualsiasi superficie e su qualsiasi essere inanimato. Sbadiglio sonoramente davanti ai negozi di articoli per la casa, luoghi che sono sicura essere la proiezione in terra di una qualche cornice del Purgatorio di cui non ci hanno mai voluto parlare per non farci sospettare niente, così come davanti al reparto detersivi del supermercato. Tra l’altro, quando vado a fare la spesa tendo a lasciare proprio quegli stessi detersivi sul tavolo della cucina, nella convinzione che si smaterializzino e arrivino direttamente nel posto in cui dovrebbero stare, e che io ignoro completamente. Quindi capirete il mio urto quando mia madre, nella sua classica e temutissima modalità Mammisterica-che-ha-ospiti, mi ha urlato di togliere la mia roba dal bagno. Ero immersa in auliche riflessioni ben più meritevoli di un mucchio di vestiti lasciati sul mobiletto degli asciugamani.

Ecco, ed è allora che è avvenuto. Sono entrata in quel rifugio post-atomico che è il mio bagno nei week end e sono stata colta da un raptus spaventoso, che mi ha strappato violentemente dalle braccia di Atena, dea della sapienza, per farmi possedere da Cif, lo spiritello demoniaco dei cessi. Ho iniziato a buttare compulsivamente nel cestino tutti i flaconcini vuoti che ormai collezionavo, a spruzzare di prodotto lavandini, bidet, tutto quello che incontravo nel mio cammino, a sbattere tappetini, a riordinare le creme e i profumi seguendo le sfumature di colore. Ancora indemoniata ho passato lo straccio sui tubetti di crema solare, che inutilizzati da tanto mi sembravano impolverati. Ho ammirato, con lo sguardo amorevole di una mamma ambiziosa che vede il suo pargolo premiato alla gara di spelling della scuola (americana ovviamente, io qua non le ho mai viste le gare di spelling), lo specchio perfettamente scintillante, che quasi mi sembrava non ci fosse, o che fosse liquido, o che ci potessi passare attraverso, ma forse quella era un’allucinazione perché avevo inalato troppe sostanze chimiche. E mentre strofinavo, lucidavo, spazzavo, piegavo, asciugavo completamente concentrata su quello che stavo facendo, credo di aver avuto una specie di illuminazione sulla via di Damasco, ho visto il tipo di persona che ero sempre stata e quella che non sapevo come sarebbe cresciuta, e dove tutti i caotici avvenimenti di questo funesto duemilaedodici mi avevano portato e avrebbero continuato a portarmi. E anche se non mi è proprio passata la vita davanti agli occhi, né ha preso forma e colore nella tazza del water in una versione dei poveri della madeleine proustiana, la realtà si è palesata in maniera evidente: sta succedendo.

Dopo anni di finto indipendentismo, di snobismo, di schizzinosaggine, di pretese intellettuali totalmente distaccate dal mondo, sto diventando quel tipo di donna. Quella che si rimbocca le maniche letteralmente, non metaforicamente. Quella che inizia a occuparsi anche delle cose pratiche e le vuole fare bene. Quella che vuole riportare un pochino di ordine, da casinara che era prima. Quella che inizia a fare le cose con amore, invece di stagnare accidiosa su un divano. Quella che esce dal suo guscio per prendersi cura di qualcun altro oltre a lei, quella che si sforza di allargare i propri orizzonti per comprendere meglio quelli altrui, quella che ricomincia a fidarsi delle persone. Quella che capisce che non sono fredde valutazioni a decidere che tipo di persona è, quella che preferisce stare bene con se stessa e leggere l’approvazione negli occhi delle persone a cui vuole bene piuttosto che negli occhi di un professore. Forse mi sto rammollendo? O sto diventando “migliore”, come mi ero ripromessa da mesi, pur sapendo che l’equilibrio è sempre e solo una frazione di secondo in una vita intera? Stava già accadendo, presumo, in quel momento in cui, io che sono competitiva fin dalla nascita, ho gioito perché qualcuno era più bravo di me. E di sicuro era già in atto quando non mi importava più avere un buon voto a tutti i costi ma saper riconoscere i miei limiti. Si diceva che quest’anno avrebbe portato grandi cambiamenti, e oggi sono stata capace di passeggiare da sola senza sentirmi sola. E mi sono sentita orgogliosa di quelle superfici perfette che avevo ottenuto mettendomi lì, da sola, a sfregare per bene, come se potessi cancellare così anche quelle macchioline che mi porto dentro da mesi.
E tutte queste riflessioni mentre stavo semplicemente eliminando una matassa di capelli dalla spazzola, che a vedere quanto li ho folti nessuno crederebbe quanti ne perdo, roba che se esistesse una Banca di Donatori di Capelli per Calvi – e forse esiste e non se sono informata – io avrei la tessera di socia onoraria.

E poi sì, a breve succederà anche che mi fermerò davanti a quella vetrina in centro, quella che mi ha sempre annoiato a morte, e mi commuoverò davanti a quel perfetto servizio da dodici in finissima porcellana.

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