La quinta volta non si scorda mai

Quando ero molto piccola, e il canale della Manica ancora mi sembrava un ostacolo insormontabile, andavo a dire in giro che il mio sogno nel cassetto era andare a Parigi. Non saprei assolutamente dire da dove mi venisse questa idea, probabilmente avevo appena imparato il significato di “sogno nel cassetto”, sapevo dove si trovava Eurodisney e avevo fatto due più due. Ecco, quando pensavo che la mia amata Gran Bretagna fosse solo il regno delle favole io sapevo che nel cassetto della mia scrivania c’era Disneyland, che saltava fuori tipo libro pop-up. Quello che consideravo essere il mio più sfrenato e ardente desiderio venne realizzato l’estate tra i miei nove e i dieci anni, anticipata da almeno un mese di visione giornaliera della videocassetta illustrativa sul parco divertimenti più magico d’Europa (se mi impegno riesco ancora a ricordare tutti i sette alberghi presenti all’interno, saltavo solo il pezzo in cui facevano vedere un teschio nell’attrazione di Indiana Jones – wait a minute: perché Indiana Jones?!). Ma si sa, io non mi accontento mai, e l’anno dopo tornai a Parigi con la Sassari, due undicenni scapestrate in vacanza studio; il nostro francese era spaventoso, ricordo di un test iniziale in cui traducemmo “profumo” con “profumiére” e dire che con le pubblicità di Dior non è difficile sapere come si dice lenuvòparfam. Tuttavia, iniziavamo ad assaporare la libertà, l’indipendenza, la lontananza da mamma e papà, e pazienza se la Casa degli Orrori di Disneyland mi faceva paura, e la prof andava in giro a sbandierare che io ero la plus petite del gruppo (eh già!). Poi venne la gita di classe all’ultimo anno di superiori: alberghi da far piangere, scambi di camere, visite guidate, venti ore di pullman e maratone di film (Tutti per pazzi per Mary, Il Padrino, V per Vendetta). Avevo dannato l’anima a tutte le mie compagne per trovare la libreria Shakespeare & Co., ma non ci riuscimmo e decisi che sarebbe stata un’ottima scusa per tornare nuovamente. L’occasione arrivò a gennaio, la sorella che aveva partecipato alla prima spedizione si era lamentata della giovanissima età di allora e voleva rinfrescarsi la memoria: il 2012 cominciò così all’ombra della piramide del Louvre, trovandomi intenta a cercare la tomba di Maria Maddalena e a recuperare quei pochi angoli della città che mi erano sfuggiti sino a quel momento. Pensavo fosse abbastanza, per un po’. Pensavo la mia voglia si fosse momentaneamente attenuata, Parigi mi aveva dato tutto quello che poteva. Sbagliato.

Quest’anno Parigi si è presa la mia amica Uma, e ha intenzione di restituircela solo a luglio. E allora si è organizzato in frutta e furia che io, la Pinna e la Parigina (sì, è un po’ fuorviante, ma non è lei, è Uma che è andata a vivere là) e un’adorabile coppia di amici nostri partissimo per vederla. E’ stata la mia quinta volta a Parigi, ma la prima in totale libertà; c’erano sempre stati genitori o insegnanti, adesso eravamo solo noi e la metropoli (e permettetemi di consigliarvi la colonna sonora). Abbiamo trovato posto in un albergo “a dieci minuti dal Sacro Cuore”. Dieci minuti. Vivevamo in quello che di sicuro i francesi chiamano “Le Broncs”. Il prezzo stracciato era giustificatissimo dagli ostacoli che incontravamo lungo il nostro cammino serale per giungere a casa: quaranta minuti di pazzi in metro, borseggiatori, bagarini con biglietti per i trasporti, spaccini, bande goliardiche di giovani appostati fuori dall’unico locale della zona – di dubbia legalità – negozi chiusi anche di giorno e desolazione a manetta, ma mia cara, c’est Paris! Quindi, armati del solito pessimo anglo-francese da battaglia ci siamo addentrati nei meandri della labirintica, cupa, elegantissima, decadente Lutezia. Noi cinque, Uma con l’Ardito e la Biancamaria anche lei in Erasmus: una bella banda. Di figli del ghetto.

Avevamo quattro giorni, strappati a fatica tra ponti, disponibilità dei voli e tirocini vari (capita quando vai in viaggio con uno squadrone di medici), ma non ci siamo fatti mancare niente. C’è stato il tempo di rivedere in notturna i musei più importanti, di innamorarsi delle ballerine blu di Degas, di visitare Notre-Dame ascoltando le canzoni giuste. C’è stato il tempo di scherzare, esibirsi in figuracce da Oscar, fare attenzione alla voce femminile in metropolitana che ripeteva il nome delle stazioni due volte: la prima suadente e seduttiva (“La Fourche”, luogo di mille tentazioni), la seconda più sommessa e supplicante (“La Fourche”, vi prego, scendete a La Fourche). Sono entrata nel caffè dove lavora Amélie, ho mangiato un macaron da Ladurée, ho fatto la fila per fare la foto con un modello, ho preso ettolitri di pioggia nonché ospitato un grazioso stagno di ninfee nelle scarpe, mi sono lamentata del freddo, del caos, delle scale della metro. Ho rivisto, con calma e ripetutamente, Shakespeare & Co, che con i suoi scaffali fitti fitti, le scale scricchiolanti alla Diagon Alley, i suoi libri profumatissimi e la serena piazzetta sulla Senna, vista cattedrale, è ufficialmente diventato il mio luogo dell’anima.

E soprattutto, ho rabbracciato due amiche che non vedevo da tempo, le ho viste forti e sicure, anche se lontane da casa, e le ho ammirate. E ho capito che poteva essere Parigi, poteva essere il ghetto dove alloggiavamo, poteva essere il primo paesino ignorato da Dio che vi viene in mente: c’erano loro, c’erano i miei amici; e allora non è che ogni posto è casa, è che ogni posto è immensamente figo con loro.

Les Danseuses Bleues, Degas
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