L’Angolo dei Consigli Buonisti

E’ nell’aria, è nelle prime vetrine, nelle prime pubblicità, nei piumini che vengono acquistati ancora prima dei saldi. Nelle prime luminarie ancora spente che vengono issate. Ieri ho ritirato fuori il maglione scozzese che mi fa sembrare una pecora. Sono tanti indizi. “Brace yourself, Xmas is coming”, direbbero in una certa serie televisiva, e anche se manca ancora un mese ce lo diciamo lo stesso, cosa che mi fa provare un misto di contentezza (pandoro! albero! tortellini! calde atmosfere famigliari!) e ansia (un mese! rilassatevi! siamo a NOVEMBRE!). In particolare attendo con apprensione il momento in cui isseranno le nuove decorazioni Winter 2012 sotto i portici della via principale – l’anno scorso erano delle mazze ferrate che dovevano sembrare stelle, presumo, ma in sostanza fungevano da spade di Damocle per i passanti.

Tra le tante altre amenità, quest’anno dovrebbe pure finire il mondo (e da qui l’inutilità delle luminarie perché non faremo in tempo a celebrare il Natale), anche se il portavoce dei Maya ha ritrattato e ha detto che c’era stata una mala interpretazione da parte dell’opinione pubblica, e in realtà il 21.12.2012 dovrebbe segnare l’inizio di una nuova era, un’epoca di cambiamento, riduzione delle tasse, del debito pubblico, roba così. E quindi, premesso che forse persino Paolo Fox potrebbe essere più affidabile di questa profezia, io mi chiedevo: se questi fossero i nostri ultimi ventiquattro giorni sulla Terra-Come-La-Conosciamo-Noi, come li vorremmo passare? A parte l’ovvia festa orgiastica il venti sera, intendo. Io ho realizzato che di quella manciata di giorni che mi restano dovrei passarne la maggior parte su diritto tributario, e la cosa mi ha depresso non vi dico quanto. Non so voi, io personalmente vorrei entrare nella Nuova Era da beata ignorante che non sa cosa sia l’imposta di registro. A maggior ragione: come voglio valorizzare questo mese scarso da Vecchia Piantagrane?

Probabilmente dovrei darmi i soliti punti della “To-do list”, ma quelli non li so rispettare. Basta incasellarmi nei miei soliti schemi, ecco, questo è un buon punto. Rilassarmi di più, questo è un altro. Poi come dice Tracy a Isaac in uno dei film per cui vale la pena vivere “Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nelle persone”, e io in questa cosa mi ci sono buttata a pesce, che sono sempre stata fiduciosa e serena e poi ho sbarellato un po’ e adesso torno in carreggiata. Ricordarsi sempre di dire “Grazie”, che, diamine, è scontato eppure mi sono resa conto che non lo faccio mai davvero, eppure è l’antidoto migliore alla depressione e al nichilismo. Sei triste perché ti sta andando tutto di merda che più merda non si può, ci rifletti su e vedi che effettivamente non te n’è andata bene una, e allora che fai? Dì “Grazie”. Grazie perché oggi ho mangiato qualcosa di buono. Grazie perché una battuta mi ha fatto ridere. Non è assolutamente facile, certe giornate, trovare qualcosa per cui provare gratitudine, ma è un piccolo esercizio che vi consiglio vivamente. Magari tra un mese mi stufo e ho un crollo psicologico, ma del resto tra un mese inizia la Nuova Era e quindi chissene. Sempre per la serie delle mie nuove perle di saggezza, l’Angolo dei consigli buonisti della Piantagrane, avevo letto da qualche parte che quando si cresce è più bello amare che essere riamati, e ho deciso che era vero, e quindi riempiamoci di beato e semplice amore gratuito per l’amico, il famigliare, il cane, lo scrittore preferito.

Caro lettore, apprezza il valore del silenzio. Sembra un controsenso detto da me, ma sto scoprendo che ci sono certe cose fondamentali che è meraviglioso tenersi dentro. Un esempio: non leggerete mai niente di davvero preciso sulla mia vita sentimentale. Vi avverto, perché magari qualche allusione qui e là, qualche post un po’ più esplicito di altri poteva far pensare che avessi voglia di sputtanare ogni aspetto della mia quotidianità, ma ho deciso che certi spazi saranno sempre e solo miei. Per adesso immaginatemi come una simpatica Bridget Jones in lotta con i chili di troppo e una relazione intensa con Ciocco e Lato, e tanto vi basti.

E quando ci sta, un sonoro vaffanculo.

(vorrei anche diventare un po’ più fine nei prossimi ventiquattro giorni)

Insomma, mentre io sono alla ricerca del mio valore assoluto per diventare una Piantagrane 2.0, super accessoriata e libera da tutte quelle paturnie che mi porto dietro, voi che farete? E soprattutto, la mattina del 22 dicembre li manteniamo ‘sti propositi o diventa come il primo gennaio?

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Dove si trova la forza

In un raro momento di serietà e pesantezza mi chiedevo dove stesse di casa la forza.

Dove la si trova quando ogni passo che fai ti ritrovi davanti al solito, caro, vecchio muro, che te lo ricordavi un po’ scrostato agli angoli, e invece si ripresenta intonacato di fresco e più saldo che mai? Dove la si cerca quando hai improvvisamente la consapevolezza di quanto sia pesante il tuo cuore all’interno della cassa toracica, e riesci quasi a sentire tutti gli altri organi che si comprimono per fargli spazio, ma invece di sentirne la pienezza ti sembra di aver dentro solo dei sassi? Dove la si inventa quando la tua testa è avvolta in un torpore metifico, e vorresti solo appoggiare la testa sul cuscino e lasciare che tutto fuoriesca da quel guscio infreddolito che sei? Insomma, dico io, quando ti schiaccia la certezza del non poter davvero fare niente per girare all’indietro le lancette di un certo maledetto orologio arancione, che è pure un colore che ti fa schifo, ma quando pensi alla parola “Vita” ti viene in mente quella sfumatura lì, la stessa sfumatura del Lunedì, da quale cantina la tiri fuori la bottiglia magnum di forza?
Da qualche parte dovrà pur far capolino la spinta a ritirare su la testa, a far sentire la voce petulante, a lasciar sbocciare un sorriso un po’ più sfrontato della smorfia da maschera teatrale che ti viene su ora.

E quindi io ci pensavo, e mi chiedevo se per caso era tra le pagine di qualche libro incoraggiante, tipo “Diventa chi sei” di Emerson, o in una tazza di latte caldo corretto con il Baileys, o nelle parole confortanti di un’amica, o nel leggere qualcosa che ami alla follia, o nel liberarsi di un po’ di veleno scrivendo, o nello studio noioso, asettico ma a suo modo rassicurante del manuale di diritto tributario.

Niente, io me ne stavo lì in mezzo a queste riflessioni puramente teoriche e metafisiche, e mi sono detta che la dovevo anche piantare con questi viaggioni, non sono salutari e mi innervosiscono perché poi non ci vengo a capo. Che poi alla fine, quando vedi quello che fai ogni giorno, e come lo fai, e i sorrisi che ti fa la gente a cui vuoi bene, ti senti poi forte e bellissima anche se magari non ti viene detto sempre, e specialmente non ti viene mai detto da quelle due o tre persone da cui lo vorresti sentire in particolare, ma tu lo sei a prescindere e quindi che vadano a farsi un bagno.
L’altro giorno un signore mi ha ceduto il passo per strada –  in centro stanno rifacendo le tubature del gas, e se uno vuole raggiungere la biblioteca bisogna saltare tre volte su un gradino e sperare di materializzarsi dall’altra parte della strada – e quando l’ho ringraziato mi ha risposto: “Grazie a te di esistere”. Va bene, magari era anziano. Magari era sbronzo. Però a me ha fatto un piacere, ma un piacere. Sono quelle le cose che ti danno un pochino di forza, proprio un pochino, che si incastra sotto l’unghia, ma è lì, e nessuno te la porta via finché non sbatti di nuovo contro a quel muro tanto di tua conoscenza. E adesso magari ti fai una volta di più un bel bernoccolo violaceo, ma prima o poi chissà che la tua capoccia non diventi più dura ancora e tocchi a te questa volta fare un bello squarcio tra quegli odiosi mattoni per far filtrare, in una nuvola di calcinacci, la luce del sole.

Roba Trash: Capitolo Primo

Dicono che quando si ha il blocco dello scrittore ci si debba obbligare a buttare giù qualcosa per forza. Niente formalità, niente acrobazie sintattiche, niente contenuti. Le prime parole che ti escono dalla tastiere e via, dopo un po’ gli ingranaggi riprendono a funzionare e dalla merda nasce l’oro, come diceva Marx. Credo. Io dubito seriamente che ci possa essere dell’oro da queste parti, ma la tentazione di sfruttare questo momento di inettitudine per esibirmi in esercizi di trash era troppo forte.

Si sa, e chi non lo sa lo andrà a scoprire adesso, che io sono snob e ipercritica pur senza averne il titolo. Sono una Piantagrane ed è scritto nel mio DNA che io alzi gli occhi al cielo davanti a tutto. Chi mi conosce poi non mi può più sentire da tanto mi scaglio contro certi tipi di “autori” che è poi come sparare sulla Croce Rossa, è vero, ma ciò non mi rende meno inoffensiva. In sostanza non ho mai messo in fila di mio più di una pagina, ma amo da morire sbuffare davanti a particolari copertine rosse con bicchieri bianchi sopra, e sì ci siamo capiti. Leggere qualche brano del suddetto romanzo mi ha ispirata: come deve essere partorire una dopo l’altra delle frasi così intrise di morale comune e dozzinale? Come ci si deve sentire a inventare un personaggio talmente lontano dal nostro essere, addirittura di sesso opposto, e non capire una mazza di quello che dovrebbe sentire?

E quindi sì, ci ho provato. Mi sono messa d’impegno – perché ragazzi, vi giuro che è DIFFICILISSIMO – e ho scritto una paginetta, infilando parole totalmente random come margherite in una collana. Dopo un po’ una tira l’altra, come le ciliegie (già, mi è rimasto addosso qualche stralcio di qualunquismo). Mi devo ancora liberare della sensazione fastidiosa che si è impadronita di me, il senso di onnipotenza che mi ha fatto pensare di poter continuare all’infinito con una serie di banalità casuali, trite e ritrite o vagamente rielaborate per sembrare ancora più stupide. Il risultato è scarsino, e io mi chiedo: perdo qualcosa? Se fa schifo, e ho ben imitato, allora ho sempre avuto ragione, chiunque può esserne capace, un po’ come dire <<Se questo prende 10.000 euro allora anche io>> davanti a una “Caccola su tela” alla galleria d’arte. Se fa schifo e oltretutto non c’entra niente, io vinco su tutta la linea lo stesso: vuol dire che per quanto pessima non mi abbasso a tanto. Oppure è ancora peggio, ma mi so ritirare in buon ordine, fidatevi.

Gente, qui c’è la prima puntata della mia Roba Trash – ho guardato qualcosa come dieci minuti di X Factor solo per sentirli fare un violento e improprio (ab)uso della parola trash, quindi mi sento in dovere di ristabilire l’ordine – per le vostre risate matte o i commenti crudeli e stroncatori. Non mi sono mai sentita così sporca e meschina. Ma se ne volete ancora, ve ne darò sempre di più.

Il mio nome è Byron, come il poeta mi hanno detto, ma non so bene chi sia. Non sono mai stato attento a lezione, per me l’unica vera scuola è la vita. Solo assaporando ogni istante, come la brina ghiacciata della mattina che ti impregna il calzino attraverso la leggera scarpa di tela, ecco, solo così si impara davvero.
Le storie più importanti te le cantano le cicale alla sera, mentre stai sdraiato nella neve e conti le stelle, nei loro disegni infiniti e imprevedibili.
Amo la schiuma del cappuccino. Ti obbliga a leccarti le labbra dopo, e se sei fortunato qualcuno davanti a te ti fisserà, e sarà la persona che hai sempre cercato, proprio lì al bancone, e saprete di appartenervi l’una all’altra. Quando sono di buon umore, mi ci faccio mettere il cacao sopra.
Qualche volta bisogna concedersi dei regali, degli attimi solo per noi che rendono la giornata speciale. Il battito d’ali d’una farfalla, sapendo che vive quell’unico infinito minuto prima di morire, non è forse meraviglioso? Vedere il polline trasportato dal vento, riuscire con gli occhi umani a cogliere un tanto minuscolo miracolo, non è la gioia più grande?
Nessuno capisce appieno i sentimenti. Appartengono a un’altra dimensione, sovrumana, che solo con il cuore possiamo raggiungere, ma noi non abbiamo mai il coraggio di ascoltare il cuore. Anzi, di sentire il cuore. Ascoltarlo vorrebbe dire limitarsi al semplice palpitare ritmico, al contare le contrazioni e dilatazioni in cui si concentra il mistero della nostra esistenza. No, dobbiamo sentirlo, respirarlo, lasciare che la sua voce calda e sensuale ci guidi alla scoperta di questo universo di sensazioni inedite, senza pregiudizi. Dobbiamo innalzarci verso i nostri sentimenti come il fumo azzurino di un narghilé si apre verso il cielo in voluttuose volute.
Una volta ho visto un film ambientato in Oriente. I colori vivaci, gli elefanti, le donne esotiche che agitavano i sonagli appesi ai loro fianchi al ritmo di una musica che veniva loro da dentro mi hanno aperto gli occhi. Il protagonista era un santone, e continuava a ripetere che tutto quello che dobbiamo fare è abbattere le nostre barriere mentali, e troveremo la felicità là dove la terra e le nuvole si toccano. Quanto è vero. L’orizzonte è una linea immaginaria, come la linea tra le labbra. Questo significa nessun confine.
Tutto ciò per farvi un po’ capire chi sono io, che senso intendo dare alla mia vita, come gira il mio mondo tanto incomprensibile ai cosiddetti benpensanti. Se volete farci un giro non avete che da bussare, togliervi le scarpe della diffidenza e permettervi di pattinare lungo i lucidi parquet dell’apertura mentale.

Seguitemi. 

Si ringrazia il mio manuale di diritto commerciale per aver prestato il didietro.

La quinta volta non si scorda mai

Quando ero molto piccola, e il canale della Manica ancora mi sembrava un ostacolo insormontabile, andavo a dire in giro che il mio sogno nel cassetto era andare a Parigi. Non saprei assolutamente dire da dove mi venisse questa idea, probabilmente avevo appena imparato il significato di “sogno nel cassetto”, sapevo dove si trovava Eurodisney e avevo fatto due più due. Ecco, quando pensavo che la mia amata Gran Bretagna fosse solo il regno delle favole io sapevo che nel cassetto della mia scrivania c’era Disneyland, che saltava fuori tipo libro pop-up. Quello che consideravo essere il mio più sfrenato e ardente desiderio venne realizzato l’estate tra i miei nove e i dieci anni, anticipata da almeno un mese di visione giornaliera della videocassetta illustrativa sul parco divertimenti più magico d’Europa (se mi impegno riesco ancora a ricordare tutti i sette alberghi presenti all’interno, saltavo solo il pezzo in cui facevano vedere un teschio nell’attrazione di Indiana Jones – wait a minute: perché Indiana Jones?!). Ma si sa, io non mi accontento mai, e l’anno dopo tornai a Parigi con la Sassari, due undicenni scapestrate in vacanza studio; il nostro francese era spaventoso, ricordo di un test iniziale in cui traducemmo “profumo” con “profumiére” e dire che con le pubblicità di Dior non è difficile sapere come si dice lenuvòparfam. Tuttavia, iniziavamo ad assaporare la libertà, l’indipendenza, la lontananza da mamma e papà, e pazienza se la Casa degli Orrori di Disneyland mi faceva paura, e la prof andava in giro a sbandierare che io ero la plus petite del gruppo (eh già!). Poi venne la gita di classe all’ultimo anno di superiori: alberghi da far piangere, scambi di camere, visite guidate, venti ore di pullman e maratone di film (Tutti per pazzi per Mary, Il Padrino, V per Vendetta). Avevo dannato l’anima a tutte le mie compagne per trovare la libreria Shakespeare & Co., ma non ci riuscimmo e decisi che sarebbe stata un’ottima scusa per tornare nuovamente. L’occasione arrivò a gennaio, la sorella che aveva partecipato alla prima spedizione si era lamentata della giovanissima età di allora e voleva rinfrescarsi la memoria: il 2012 cominciò così all’ombra della piramide del Louvre, trovandomi intenta a cercare la tomba di Maria Maddalena e a recuperare quei pochi angoli della città che mi erano sfuggiti sino a quel momento. Pensavo fosse abbastanza, per un po’. Pensavo la mia voglia si fosse momentaneamente attenuata, Parigi mi aveva dato tutto quello che poteva. Sbagliato.

Quest’anno Parigi si è presa la mia amica Uma, e ha intenzione di restituircela solo a luglio. E allora si è organizzato in frutta e furia che io, la Pinna e la Parigina (sì, è un po’ fuorviante, ma non è lei, è Uma che è andata a vivere là) e un’adorabile coppia di amici nostri partissimo per vederla. E’ stata la mia quinta volta a Parigi, ma la prima in totale libertà; c’erano sempre stati genitori o insegnanti, adesso eravamo solo noi e la metropoli (e permettetemi di consigliarvi la colonna sonora). Abbiamo trovato posto in un albergo “a dieci minuti dal Sacro Cuore”. Dieci minuti. Vivevamo in quello che di sicuro i francesi chiamano “Le Broncs”. Il prezzo stracciato era giustificatissimo dagli ostacoli che incontravamo lungo il nostro cammino serale per giungere a casa: quaranta minuti di pazzi in metro, borseggiatori, bagarini con biglietti per i trasporti, spaccini, bande goliardiche di giovani appostati fuori dall’unico locale della zona – di dubbia legalità – negozi chiusi anche di giorno e desolazione a manetta, ma mia cara, c’est Paris! Quindi, armati del solito pessimo anglo-francese da battaglia ci siamo addentrati nei meandri della labirintica, cupa, elegantissima, decadente Lutezia. Noi cinque, Uma con l’Ardito e la Biancamaria anche lei in Erasmus: una bella banda. Di figli del ghetto.

Avevamo quattro giorni, strappati a fatica tra ponti, disponibilità dei voli e tirocini vari (capita quando vai in viaggio con uno squadrone di medici), ma non ci siamo fatti mancare niente. C’è stato il tempo di rivedere in notturna i musei più importanti, di innamorarsi delle ballerine blu di Degas, di visitare Notre-Dame ascoltando le canzoni giuste. C’è stato il tempo di scherzare, esibirsi in figuracce da Oscar, fare attenzione alla voce femminile in metropolitana che ripeteva il nome delle stazioni due volte: la prima suadente e seduttiva (“La Fourche”, luogo di mille tentazioni), la seconda più sommessa e supplicante (“La Fourche”, vi prego, scendete a La Fourche). Sono entrata nel caffè dove lavora Amélie, ho mangiato un macaron da Ladurée, ho fatto la fila per fare la foto con un modello, ho preso ettolitri di pioggia nonché ospitato un grazioso stagno di ninfee nelle scarpe, mi sono lamentata del freddo, del caos, delle scale della metro. Ho rivisto, con calma e ripetutamente, Shakespeare & Co, che con i suoi scaffali fitti fitti, le scale scricchiolanti alla Diagon Alley, i suoi libri profumatissimi e la serena piazzetta sulla Senna, vista cattedrale, è ufficialmente diventato il mio luogo dell’anima.

E soprattutto, ho rabbracciato due amiche che non vedevo da tempo, le ho viste forti e sicure, anche se lontane da casa, e le ho ammirate. E ho capito che poteva essere Parigi, poteva essere il ghetto dove alloggiavamo, poteva essere il primo paesino ignorato da Dio che vi viene in mente: c’erano loro, c’erano i miei amici; e allora non è che ogni posto è casa, è che ogni posto è immensamente figo con loro.

Les Danseuses Bleues, Degas