Grey’s Anatomy m’ha rovinata

Dato che essenzialmente sono una psicopatica, tendenzialmente ipocondriaca, disperatamente ossessivo-compulsiva, io subisco il fascino recondito della visita medica.

Ok, cancellate immediatamente dalla vostra mente malata ogni battuta su “Giochiamo al dottore”, no, grazie, non è quel fascino. O forse inconsciamente sì, ma non devo dar di conto a nessuno di quello che pensa la parte più profonda e psycho di me, quindi tralasciamo. Lo so che voi sporcaccioni che avete passato l’estate a leggere 50 sfumature siete peggio. Ah, tra l’altro, l’ho letto pure io per interesse accademico, e l’unica, immediata recensione che sgorga dal mio cuore è: fa schifo. Sono abbastanza sicura che l’unica prodezza erotica reale compiuta dall’autrice sia quello di averlo scritto CON IL CULO. Quindi la prossima volta che trovo una rivista titolare “50 sfumature di paroleacasochecentranoconlarticolo”, mi dispiace, ma non la compro, direttore avvisato.

Si diceva, mi piace farmi visitare perché mi dà quell’ineffabile sensazione di sicurezza che solo una Laurea in Medicina e Chirurgia incorniciata alla parete può regalare a chi, come la sottoscritta, ogni giorno si sveglia pensando di avere le peggio cose semplicemente perché le pizzica un po’ l’alluce destro. Per dire: io sono lo stereotipo di ragazza che su Google digita “nausea mal di testa morte”. Compatitemi.

Fine del compatimento.

Io sono il terrore sacro di ogni medico. Perché non mi accontento di esporre nei minimi dettagli sintomi irrisori, ma una volta rassicurata io FACCIO DOMANDE. Del tipo: “So che io non ho l’incurabile Sindrome dell’Alluce Necrotico ViolaGialloBlu, come mi ha gentilmente confermato, e come la TAC, le analisi del sangue e la prova empirica del saltellare su un piede solo hanno dimostrato, ma in caso, come si prende? Come si previene? Quali sono le categorie a rischio? Proprio non esiste una terapia? Sì, sì, lo so già che è lì la porta, mi stavo solo chiedendo se”. Da uccidere a colpi di martelletto sulla giugulare, insomma. Come se non bastasse, dopo otto stagioni di Grey’s Anatomy ho iniziato a vedere gli ospedali in maniera distorta, tipo come posti idilliaci dove ogni secondo due medici saltano uno addosso all’altra nelle stanzette dei turni di notti, tutti fanno 60 ore filate in piedi eppure sono freschi come rose e vanno a bere tequila da Joe’s, mentre per rilassarsi vanno a guardarsi un’operazione da 15 ore dalla pratica galleria sopra la sala, con pop corn e Dr Pepper. Per lo stesso senso di sicurezza e familiarità vado a studiare nella biblioteca sotto al Policlinico, così che, in caso, sono già lì. E per fortuna che una delle mie migliori amiche studia medicina e potrà occuparsi delle mie paranoie, anche se scommetto che per liberarsi di me finirà per scegliere una specializzazione che non mi riguarderà tipo Urologia. E mi starà benissimo, perché per quell’ora avrò sposato un medico da stressare fin dalla colazione.

Ci sono solo due eccezioni, due tipologie di visite a cui non mi sottopongo volentieri per lo stesso identico motivo: dentista e oculista. Non per i canonici motivi (trapano + collirio). In effetti, l’oculista non mi piace anche per l’atropina nell’occhio. E’ che quando vado da entrambi questi medici avverto lo stesso disagio colpevole del bambino di seconda elementare che non ha fatto i compiti (che poi quando cresci te ne sbatti). Io lo so che mi sgrideranno perché a) non ho messo l’apparecchio e b) non metto mai gli occhiali. Se ne accorgeranno. E’ il loro mestiere, e io mi presento impreparata, con i denti ancora più storti e venti diottrie in meno. Maledizione.

E niente, questa lunghissima introduzione per dire che oggi sono andata dall’oculista, con quel sentimento di attesa piacevole che provo prima di affidare i miei problemi a uno specialista e la colpevole consapevolezza di aver nascosto in borsa gli occhiali in ogni occasione mondana, in ogni lezione di danza, in ogni appuntamento galante. Dopo qualche iniziale difficoltà nel trovare la porta, in una classicissima messinscena del Cominciamobene, mi sono fatta qualche minuto nella sala d’attesa, che mi ha sempre agghiacciato perché piena di immagini accuratissime sull’anatomia dell’occhio, e il mio sentimento per la medicina è comunque molto ambivalente, mi attrae ma allo stesso tempo mi fa un’impressione, ma un’impressione. Poi sono stata chiamata dentro, e il mio dottore non mi riconosceva. Che dico, vengo lì da quando a nove anni annunciò la fine della mia vita necessità di indossare fondi di bottiglia, e mi sono fatta dei pianti ma dei pianti per tutte le volte che ha dovuto cacciarmi a forza quella maledetta atropina nelle pupille mentre il parentado mi incatenava alla poltroncina, com’è possibile che non si ricordasse di me? Mi ero illusa che non conciliasse il ricordo della belva urlante che ero stata con la sofisticata (…) ventenne che si ritrovava oggi davanti, ma in ogni caso stava per vedersi rinfrescata la memoria. Il primo test lo passo. Guarda la casetta, stai ferma, ferma, ferma! Ok, è più facile di quanto ricordassi. “Adesso metti la faccia qui, attenzione che sentirai un piccolo soffietto, ma niente di che”. SOFFIETTO. Il maledetto soffietto. Beh, quella parte l’ho saltata, perché alla parola “soffiettonellocchio” le mie palpebre sono state colte da un attacco di delirium tremens, e non c’era verso che le tenessi aperte. Sentivo le voci nella mia testa “E questa voleva fare l’intervento con il laser?” Passiamo alle lettere, con quelle spacco il culo. Sono sicura, quando non vedo lo dico forte e chiaro. Arrivo fino all’ultima A D T P, quasi con aria strafottente. Mi sto riprendendo alla grande. In un momento piomba su di me e mi forza a tenere l’occhio aperto.”Stai ferma! Ferma!” Taac, la demoniaca atropina scivola su metà della mia faccia, mentre niente può più impedire alle mie povere pupille di dilatarsi come non ci fosse un domani. Il mio meglio, in ogni caso, l’ho dato dopo, allontanandomi di riflesso ogni volta che si avvicinava con una specie di monocolo per controllarmi la retina. La buona notizia: la miopia si sta stabilizzando, se voglio entro un anno posso provare l’intervento, lavorando però sui i miei evidenti problemi di autodifesa oculare, e posso pure osare le lenti a contatto. La cattiva notizia: il test a cui non mi sono sottoposta, il malefico soffietto, serviva a misurare la pressione. Cioè, è quella che ti assicura se hai o no un glaucoma, che è tipo una delle mie ossessioni preferite, uno dei motivi principali per cui avevo accettato la visita biennale. Mannaggiammè.

E ora chi mi rassicura che non ce l’ho?

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