Ho notevoli deficit nel prendermi cura di me

Dieci secondi dopo aver cliccato “Pubblica” so che mi pentirò. Non dovrei scrivere queste parole, senza occhiali oltretutto e con la vista annebbiata, che mi dicono che lo schermo si vede proprio bene. Dovrei sembrare fresca e frizzante, sempre allegra, soprattutto perché anche se non volevo ci ha pensato quest’anno a iniettare un po’ di agra malinconia nelle mie parole anche quando volevo soltanto fare qualche riflessione in serenità, per non essere esclusivamente quella cazzona che batte i tasti del computer perché non ha niente di meglio da fare, cosa che in effetti è poi vera e l’avevo detto fin dall’inizio, ma insomma, dopo un po’ che si scrive uno finisce per affezionarsi al proprio blog e dispiace se poi gli tocca un’autrice incapace. In ogni caso, io adesso dovrei starmene sul divano a leggere, anzi, ancora meglio, dovrei essere a lezione, e non qui a straparlare avvolta in un multistrato di lana e affini che qui in casa si congela mentre fuori c’è un sole che invece scalda pure un pochetto.

Per farla breve, stamattina ho scabottato l’università non per dormire un po’ di più – alle otto del mattino ero già sveglia e ibernata – ma perché quest’oggi non mi riservava assolutamente niente di interessante, così come ieri, così come domani. L’ho già detto che è un po’ un periodo demmerda per vari ed eventuali motivi che non intendo elencare con precisione, ma qui devo specificare che la cosa che mi destabilizza di più è che le giornate passano con una lentezza estenuante e IO MI ANNOIO. Non come lo studente a lezione (anche), ma proprio come tedium vitae, roba che qua mi accuseranno di essere una maledetta emo, e magari ci avranno pure ragione. In realtà Wikipedia mi diagnostica più un certo decadentismo, visto che la mia “angoscia esistenziale” (o spleen) “rimanda più alla natura sensibile del poeta [o della piantagrane] nel suo complesso, alla sua incapacità di adattamento al mondo reale“. Se sapessi come si sottolinea due volte lo farei. Chiunque potrebbe giustamente affermare che cercare compulsivamente sintomi su Google non è che aiuti, e soprattutto potrei tenermi queste pippe per me invece di ammorbare l’etere con i miei piagnistei, ma io giuro che ce la sto mettendo tutta. Negli anni ho comprato Fiori di Bach e Capsule al Ginseng (“Il Ginseng è conosciuto per aiutare il nostro organismo nelle situazioni estreme” e migliora pure le prestazioni sessuali, ma inutile dire che questa parte al momento non mi interessa particolarmente, se no è molto probabile che non avrei bisogno di pastiglie puzzolenti per essere di buon umore, ecco), ho letto manuali di psicologia fai-da-te, ho scritto per esorcizzare e indovina un po’ lo sto facendo in questo istante preciso. Rimane tuttavia un dato di fatto che se ci fosse un’Anonima Sfigati ci entrerei: “Buonasera, mi chiamo Piantagrane, sono sei anni che sono SFIGATA. Aiutatemi”.

Tutti abbiamo una fottuta paura di rimanere soli, e io in questo ci sguazzo proprio felice, come un Labrador in una bella pozzanghera fangosa. Mi “piace” pensare di essere quella più triste di tutti, quella che è destinata per forza di cose a vivere in una casa piena di gatti, e lo dicevo anche l’altra sera alla Parigina che i suoi figli – siamo tutte d’accordo che i nostri figli ci chiameranno Zie – mi verranno a trovare e io presenterò i miei gatti dicendo ai bimbi: “Ed ecco i vostri cuginetti!”  e “Spero non vi diano fastidio le palle di pelo nella minestra”, quella che magari se si impegna raggiunge anche dei mega risultati ma poi quando torna a casa e si toglie il tailleur e i tacchi si ritrova la zuppetta Knorr da riscaldare al microonde e la maratona di Sex and the City in tv (e ovviamente gli amici felini in ogni dove). Dato che quando anni fa avevo iniziato a ventilare la possibilità di finire così mi era venuto un magone che non vi dico, di quelli che ti raggomitoli a pallina sotto le coperte e non ci esci più, diedi il via ad un’attività che si è rivelata più autodistruttiva dell’accettare semplicemente un futuro pieno di lettiere: togliermi le barriere mentali “E se poi soffro” e uscire realmente con persone reali. Soprattutto: niente castelli in aria. Frequentare qualcuno volta per volta, SENZA PROGETTI (ma quanto sono cresciuta? Quanto?) Ecco, di solito quando le ragazze normali la smettono di vivere nei sogni, quelli popolati da principi castanochiari (una variante dal classico biondocchiazzurri), intellettuali e SBAGLIATI, e aprono gli occhi, poi vivono felici e contente. Ecco, no. A me non è mai successo, e la cosa bella è che i principi castanochiari intellettuali e sbagliati li avevo anche tempestivamente archiviati. Oh, non sarò Gisele Bündchen e sarò anche diversamente magra, ma tengo compagnia e come dice Michael Bublé “I give so much more than I get”, alla fin fine non sono tanto un cattivo affare. Sono meglio di un gatto. Sono una buona alternativa. No, nada. Nisba. Niet.

E adesso mi sono talmente tanto impantanata che non so come saltarci fuori. E mi faccio pure un po’ schifo se penso che sto scrivendo queste cose su un blog che tutti potrebbero potenzialmente leggere – ma non lo faranno, e rimarrà uno sfogo seminascosto, senza categoria, tag e condivisioni, che non a caso nasconderà Ci sono quei momenti dalla Home, ed è giusto così, talmente simbolico che più non si potrebbe. Però è che io sola ci sto anche bene volendo (a parte quando mi ritrovo in mezzo alle coppiette, allora mi butterei volentieri in piscina con un obeso al collo), e ho detto pure che talvolta Girls just wanna have fun – non rimangio; semplicemente dopo mesi di paziente lavoro su me stessa vorrei vedere i frutti. Se no grazie tante, vado già a ordinare l’erba gatta.

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