Pensieri sparsi di una ventenne imbastita

(Avevo scritto una cosa immensamente più figa, ma ho perso tutto, quindi leggerete una schifezza oltretutto prodotta da una persona alterata.)

Di recente mi è capitato di compiere vent’anni, un bel numero tondo, di quelli che rappresentano “un traguardo”. Ecco, a me questo traguardo sembra di averlo raggiunto per sbaglio. L’unico modo per descrivere questo mio pastruglio di sentimenti è provare a immaginare una di quelle schermate da videogioco, quelle dove l’avatar deve saltare da una piattaforma all’altra, e dopo una serie di discreti atterraggi arriva a quella fatta a forma di 20 gigante, non particolarmente difficile da raggiungere, eppure si ritrova appeso alla gambetta del 2. Ci è arrivato, ma è in bilico. Benissimo, quella sfigata in bilico sul 2 sono io, e sto sgambettando nell’aria per prendere lo slancio necessario per salire sulla piattaforma. Dai stiamo scherzando? Io, ventenne, non esiste. Devo abituarmi ancora alla maggiore età. Non dico di essere Peter Pan, ma comunque aspetterei ancora un po’ a uscire dalla stanza dei bambini.

Ricordo benissimo quell’estate, avrò avuto un qualcosa come undici anni, in vacanza studio. Il college in cui alloggiavo organizzava delle tristissime serate discoteca, e tutte le mie coetanee erano in fibrillazione, tirate come non ci fosse un domani e decise a fare conquiste. Io ero disperata, sembrava un’attività troppo adulta per me, che vivendo tutto un anno prima mi ero abituata a rimanere due anni indietro rispetto al normale, in un’inconscia compensazione che solo adesso, con la memoria, posso riconoscere. In quella vacanza avevo la mania di chiudere a chiave la stanza, la doccia, il bagno. Quando ero dentro mi sentivo protetta, e quando uscivo sentivo il benessere di chi ha un angolo nel cuore dove nessuno entra. Tastavo la chiave nella tasca, e pensavo soddisfatta che era tutta mia, come tutto mio era quel regno che mi ero ritagliata nella chiassosa vita comunitaria del college. Chi mi conosce, e sa quanto parlo, quanto sono talvolta molesta – ma solo con le persone a cui voglio davvero bene, purtroppo -, rimarrà stupito da questo mia lato solitario, fragile, decisamente inedito. Chi mi conosce non sa che le mie chiacchiere esagerate, talvolta, sono dovute al fatto che io nel mio silenzio ci sto benissimo, ma ho paura ad imporlo agli altri.

Forse devo entrare in quella stanzetta chiusa a doppia mandata, e risolvere lì le mie questioni, se voglio ritrovarmi con i piedi ben saldi alla piattaforma. Ma soprattutto, devo permettere agli altri di potermi tenere qualche volta la chiave, così non la perdo. Potrò offrire un angolino della mia solitudine, e tirare fuori solo le parole che voglio dire davvero, che magari saranno un fiume comunque, perchè quando sto bene con qualcuno non ho paura, anche se appunto il timore di tacere, di rivelare che un pochino ho bisogno di stare zitta pure io, quello ce l’ho, spero per poco ancora. Dopo tante “scivolate” adolescenziali, sarebbe anche ora, poi, che io mi lasciassi amare. Che la piantassi una buona volta di creare barriere, ostacoli a ogni forma di intimità vera. Sono spaventata all’idea di rivelare ogni mia debolezza, ma qui lo scrivo, lo rivelo e così mi tolgo un po’ di lavoro da fare. Sono un essere umano e lo devo accettare, e devo anche permettere che qualcuno ci voglia bene, a questo essere umano sgangherato e rompicoglioni. Perchè poi io sono aria e fuoco, cioè idealista, astratta e con un carattere di merda, e mi ci vuole qualcuno di concreto che mi tiri giù quando parto verso l’alto, come si fa con un palloncino. O con una mongolfiera, rende meglio l’idea dell’aria, del fuoco, e dei chili che ho preso in vacanza.

Poi, dato che sostanzialmente sono una Piantagrane, sicuramente qualche capriccio ci sará, ma assicuro, parola di lupetta, che ci metto volontà. In fondo Wendy dalla stanza dei bambini c’è uscita, e a questo punto io potrò bene iniziare con qualche responsabilità, con una relazione da persona matura una volta tanto, con un po’ di vita adulta. E tra l’altro, mi scuso per errori e confusione in questo post: oltre all’incidente di cui ho parlato in apertura che ha reso i miei nervi degli spilli, ho lasciato il computer a casa e sto scrivendo tutto dal cellulare. Roba che vent’anni fa chi se la sognava.

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