“Le poète en des jours impies vient préparer des jours meilleurs. ll est l’homme des utopies, les pieds ici, les yeux ailleurs.”

Questo racconto sa di luglio in città, di liceo, di luoghi affollati, di passi in biblioteca, di strategie, di maturità, di sguardi – ce ne sono parecchi, in questa storia -, di Baustelle, di nuovi inizi, di gelosia, di sigarette, di occhi marronescuroscurissimo, di cinema d’essai, di Victor Hugo e del poeta che ha i piedi qui, gli occhi altrove. Copre un arco temporale di due anni e mezzo, più un qualcosina. Parla di coincidenze, di destino che chissà se c’è, di castelli in aria, di fantasie nutrite da un’infanzia a pane e fiabe. Parla, ovviamente, d’amore, ma mica l’amore stucchevole. Diciamo un amore un po’ così, di quelli che non sai nemmeno l’etichetta, quello che sta vicino all’amicizia ma vorrebbe starci lontano chilometri, quello che sta fermo, non si sa dove va, poi si ferma ma non ti lascia mai. Non essendo una scrittrice, non penso di essere la persona adatta a raccontarla, questa favola. Ho paura di rovinare, con le mie rozze espressioni, l’atmosfera di cui è impregnata, le sensazioni che mi sono arrivate durante la narrazione, l’emozioni che l’accompagnano in ogni singola parola. Gli odori, soprattutto. Dovrò arrendermi alla mia incapacità di portarvi la preziosità di quegli odori, e il calore, un altro protagonista assente in questa mia sciocca paginetta. Ma ci proverò, sperando di mantenere la delicatezza che merita questa bellissima piccola storia.

L’aria era satura del profumo estivo dell’erba e del sudore, e la sera calda abbracciava le persone che affollavano il parco. C’erano ancora alcune famiglie, l’aria rilassata e i bambini per mano, che si godevano un ultimo gelato e un ultimo giro sullo scivolo prima di andare a dormire, lasciando così definitivamente la scena ai molti giovani che sedevano sul prato, tra una sigaretta e un bicchiere di birra. E. camminava con le amiche, beandosi della folla allegra che la circondava. Si sentiva sbarazzina con la gonna rubata alla sorella e le sue ciabattine argentate, che facevano ciac ciac a ogni passo proprio come nei romanzi. Erano parecchi giorni che non si sentiva così serena, e provava un’immensa gratitudine verso il mondo per quel momento di leggerezza, dopo la fine della sua prima storia importante, sofferta con tutta la passione di una sedicenne piena di sogni. Non era felice, in quel momento, ma avvertiva un senso di pace, una tregua momentanea dal dolore, e questo le bastava. Passando davanti all’edificio pieno di graffiti che fungeva da bar, nel centro del parco, notò un ragazzo alto e magro, ciuffo castano e sigaretta in bocca, che chiacchierava con un’amica. Era un volto già visto: l’aveva incontrato qualche volta in biblioteca, e tutte le volte incrociando il suo sguardo aveva pensato di averlo già conosciuto, anche se non avrebbe saputo dire come e quando. La incuriosiva, lo trovava attraente a suo modo, nonostante avesse l’aria di uno un po’ fuori dal mondo, anzi, era proprio quello che la attirava. Poi tornava a casa, e non ci pensava più. E. sorrise tra sé e sé. Era diverso, visto con i suoi amici. Perdeva un po’ l’aspetto solitario che lo rendeva particolare: immerso nella mondanità non aveva più lo stesso fascino. Mentre era persa in queste riflessioni, un suo compagno di classe le balzò davanti, e fermò tutto il gruppetto di amiche. Stavano chiacchierando del più e del meno, quando Ragazzo della Biblioteca, proprio lui, lasciò l’angolo di muro a cui era appoggiato per avvicinarsi a loro. Scambiò qualche parola con il loro compagno, e, per una frazione di secondo, i suoi occhi si fissarono su quelli di E. Ecco, in quel momento avvenne una cosa strana. La pace che era riuscita a insediarsi a fatica nel cuore della ragazza sparì del tutto, soppiantata da quella che, senza alcun dubbio, era vera e propria euforia. Pensò, ed era davvero irrazionale tutto ciò perché nemmeno sapeva il suo nome, che con quel ragazzo lì, lei ci avrebbe passato volentieri la vita. Si rese conto con imbarazzo di star sorridendo esageratamente, ma per fortuna tutti intorno erano talmente spensierati che il suo sorriso lì ci stava alla perfezione, tutto il mondo le stava sorridendo. Dopo le chiacchiere di circostanza, le sue amiche si allontanarono. E. le seguiva stordita, sentendosi un’idiota completa, ma un’idiota estremamente di buonumore. Qualsiasi cosa sarebbe successa in seguito, ora aveva un nuovo inizio. 8 luglio 2009, data da segnare sul calendario: si ricomincia.

Doveva tenere gli occhi chiusi perché al primo tentativo di aprirli sapeva che un nuovo conato di vomito l’avrebbe assalita. Cercava di non pensare, ma aveva dormito troppo e la sua mente intorpidita iniziava a stancarsi dell’oblio e a formulare concetti sempre più definiti; procedeva con cautela, bastava un niente a provocarle altre ondate di nausea. Che imbecille che era stata. Dalla sera prima le era rimasto in bocca il sapore del rum, che si era fatto acre nel sonno. Come aveva fatto a ridursi in quello stato? Non c’era bisogno di riflettere tanto, in realtà. Un po’ i festeggiamenti per la fine della scuola, un po’ la voglia di svagarsi e non pensare che tutti i suoi progetti su G. erano sfumati, e tutti quei cicchetti, e le bottiglie. E. provò a mettersi seduta sul letto, ma un capogiro la obbligò a rituffarsi sul cuscino, allora allungò la mano e a tentoni cercò il telefono sul comodino. Era l’8 luglio, bella roba. Che anno inutile che era stato l’ultimo passato. Era riuscita a scoprire quasi subito il nome dello sconosciuto del parco. G. Chissà perché se lo aspettava. In un qualche modo anche lui l’aveva notata, un giorno le si era avvicinato per chiederle cosa stava leggendo, ed erano diventati amici. Un caffè qui, un cinema là. Sempre loro due da soli. Era meraviglioso come si sentisse libera di parlare di qualsiasi cosa con lui, le parole uscivano spontanee e ricevevano in cambio risate e sguardi divertiti, sinceri. Aveva degli occhi davvero stupendi, scurissimi e buoni. Era intelligente e sensibile, avevano molto in comune. Non solo semplici interessi, ma anche modi di vedere le cose, di sentirle. Per la prima volta E. non voleva scappare via da un appuntamento.  Ripensandoci si sentiva una tredicenne alla prima cotta: aveva incontrato una persona che la faceva davvero stare bene, solo a vederlo da lontano si sentiva scaldare dentro. Poi qualcosa era andato storto. G. aveva trovato una fidanzata, era molto carina. Quando G. la incontrava per strada le sorrideva imbarazzato. Era arrivato il caldo, e gli esami di maturità, e loro due da soli nella biblioteca svuotata dalle vacanze degli studenti fortunati. Pian piano avevano ricominciato a parlare, a scherzare insieme. Era tutto come prima, ma non potevano essere niente di più che amici, finchè lui era impegnato. E. non avrebbe mai dimenticato quell’estate: gli anni liceali che giungevano alla fine, la mente che esplodeva di progetti, i Baustelle in sottofondo, in continuazione, perché nel loro ultimo album una canzone cominciava con “mentre scoprivamo il sesso/ ignari di ciò che sarebbe poi successo dopo la maturità”, e poi era un annetto buono che li ascoltava e le piacevano sempre di più. Finiti gli esami, i sentimenti erano contrastanti. Era libera di fronte all’abisso della vita adulta, e dall’altra parte sentiva di stare perdendo una parte importante di sé. In tutto questo, lui era ancora impegnato. Ed E. beveva per non ricordarlo. Mentre pensava di stare per tirare gli ultimi su quel dannato letto, che sembrava una barca, le arrivò la notizia che erano usciti i risultati degli esami. Appena le comunicarono il suo voto, l’unica cosa che pensò prima di ricadere in un sonno agitato fu che era davvero contenta di aver vomitato sui gradini di quella scuola di merda la sera prima.

8 luglio 2011, c’era scritto su quella patente tanto sudata, sopra alla firma orgogliosa. Io, E., oggi posso finalmente guidare. Il sole splendeva violento, temeva quasi che le mani rimanessero incollate al volante. E poi tutto era andato bene. Voleva festeggiare, dopo tanti fallimenti. Era parecchio strana quell’estate. G. era partito appena finite le lezioni, lei sentiva apatica, e tutto la infastidiva. Non desiderava altro che incontrarlo per strada, e chiarire le cose. Aveva combinato un bel pasticcio con lui, e sperava di potersi scusare. Durante l’ultimo anno le cose erano arrivate a un punto decisamente interessante: G. era tornato sulla piazza, e adesso loro uscivano di nuovo insieme, qualche volta. Non era una vera storia, era un rapporto fragilissimo, delicato, da coltivare con pazienza. E lei aveva rovinato tutto. Sarebbe stato davvero bello se fosse riuscita a contattarlo, ma lui si era isolato dal mondo, cosa che del resto amava fare. Però per E. uscire di casa  senza la possibilità di vederlo in giro era terribilmente deprimente. Erano due anni che si conoscevano, e quasi poteva dire di conoscerlo da sempre. Sentiva la sua voce nelle orecchie, e il suo sguardo caldo su di lei. Si era resa conto che era una persona talmente speciale che non si poteva fare a meno di averne un pezzetto sempre con sè. Le era divenuto così famigliare che ogni pensiero, ogni ricordo misteriosamente si ricollegava a lui. Il suo nome le riportava tepore, e serenità. Ancora una volta sentiva di essere se stessa in sua compagnia. Poi appunto aveva rovinato tutto, e non aveva la possibilità di riparare. Quanti altri anni ancora ci sarebbero voluti per dare il via a un rapporto normale tra di loro? Avrebbe finito per dimenticarlo, per trovare qualcun altro, e così lui. E’ questa la fine delle storie tra adolescenti di solito. Ma non era facile rinunciare a quel calore, a quell’odore, a quello sguardo buono.

Di nuovo luglio, sempre quello stesso giorno. E. siede alla scrivania, e con la penna ricopia febbrile qualcosa da un libro segnato e dalle pagine stropicciate. Si è accorta di che giorno è, e sorride malinconica. Qualche mese prima G. l’aveva voluta vedere per un caffè: tutto era stato chiarito, tutti i problemi tra loro risolti. E. era andata avanti, aveva provato ad allacciare nuove relazioni senza molta convinzione, ma quell’ultimo incontro le aveva lasciato in bocca un sapore dolce amaro. I vecchi sentimenti non si erano mai sopiti del tutto, la vecchia cotta della diciassettenne che si sentiva tredicenne c’era ancora da qualche parte. Forse ora che avevano iniziato a crescere entrambi, ora che la lontananza doveva averli fatti maturare, potevano ricominciare da capo. Sarebbe stato di nuovo come quella volta – “Ehi, cosa leggi?” -, avrebbero parlato dei romanzi e dei poeti che amavano, sarebbero andati insieme in quel cinema poco conosciuto, per intenditori, dove si entra con la tessera da socio, per vedere un film uscito da mesi, ma che hanno aspettato quel momento lì per vederlo insieme, avrebbero bevuto litri di tè verde e discusso di nirvana ma seduti tranquilli in quel caffè del centro, in una qualsiasi agiata cittadina del nord Italia. Si sarebbero guardati a lungo negli occhi, sorridendo e ridendo da soli per battute che facevano ridere solo loro. Sarebbe potuto essere un nuovo inizio. E. era pronta a cancellare tutto e ripartire. Ma un giorno indimenticabile – era passato un mese dall’ultima volta che si erano visti, dopo essersi lasciati con promesse mai mantenute di rivedersi – G. se ne andò. Come piaceva a lui, senza dire niente, senza disturbare. In fondo voleva solo essere libero, e così partì. E. sperò per qualche mese di vederlo tornare, ma a un certo punto dovette arrendersi a quella parte crudele dentro lei che le diceva che non sarebbe più tornato, che aveva trovato un posto dove stare meglio, e che in quella cittadina opprimente non lo si sarebbe più visto. E. lo immaginava in montagna, tra l’erba alta, in pace con il mondo, mentre un venticello fresco gli scompigliava il ciuffo. Oppure in una qualche città d’arte, davanti a un bicchiere di vino e a un buon libro, ad alzare lo sguardo e sorridere ai passanti. E’ più serena, ora, sa che ovunque sia andato sta bene, e che comunque il bene che ci si è voluti non viene cancellato da nessun tipo di distanza. E. appoggia la penna, e si alza. Guarda quello che ha ricopiato, è il discorso di Prospero, da Shakespeare, quello famosissimo e spesso usato a sproposito.

Gli svaghi sono terminati. Questi nostri attori erano tutti spiriti e ora si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile. Siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è racchiusa in un sonno. 

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