In odore di maturità

Tutto questo parlare di maturità mi ha fatto pensare che dalla mia sono passati solo due anni, ma sembrano una vita. E dire che io mi ricordo tutto benissimo, perché io ho la memoria non solo fotografica, ma di tutti i sensi, e so ripetere alla perfezione le tracce dei temi, l’odore di gomma bruciata delle scale – perché i banchi ce li avevano messi nell’atrio – che si mescolava ai dolci effluvi emanati da trenta studenti in ansia, il caldo assassino per colpa del sole diretto sulla mia schiena e il terrore di andare in bagno, che magari sbaglio qualcosa e mi annullano la prova. Solo l’altro giorno ho ripescato la mia tesina: La figura di Amleto nella cultura del Novecento. Un titolo lungo che voleva solo significare: voglio parlare di ciò che amo di più. Un argomento inutile, senza alcuna finalità pratica, insomma, un argomento proprio da me. E mentre sentimenti contrastanti mi si agitavano dentro, sfogliando il frutto delle fatiche di quegli afosi giorni di giugno (sì, non maggio: la Piantagrane si muove all’ultimo minuto), ho di nuovo pensato, scandalizzandomi da sola: eh però, che bella la maturità.

Sarà che l’ultimo anno vola via perché con la mente sei già all’università, e ti vedi strafiga, della serie: “e che sono due o tre esamucci in confronto alla maturità?” Sticazzi! Davanti alle mille e passa pagine dei tomi che mi ritrovo i miei striminziti schemini di storia e filosofia erano filastrocche delle elementari. Soprattutto, i libri di testo avevano le FIGURE.
Digressione sui falsi miti universitari a parte, sono appunto tra le pochissime persone tra quelle uscite dal Pluripremiato Liceo Ginnasio Statale Sogninfranti – così lo ribattezzerò – ad essere soddisfatta di averlo frequentato. Chiariamo: mi hanno fatto incazzare non poco. Mi hanno fottuto dei crediti al quarto anno, abbassandomi tutti i mezzi voti. Dove me li avete messi, bastardi? Dove?! Mi hanno dato un voto finale di merda che mi ha pure impedito di vincere una borsa di studio per gli scritti – che invece erano fatti proprio bene – e che mi ha fatto di nuovo pensare: dove me li avete messi quei due punti, bastardi? Insomma, non la scuola ideale per una persona che ci tiene ai propri risultati – e quando non si ha una vita privata, allora sì che diventano importanti. Però quello che ho avuto in cambio, anche se non guarirà mai l’orgoglio ferito e l’indignazione (mi state leggendo? guardate il mio libretto adesso, STRONZI!), mi ha fatto capire che ne era poi valsa la pena.

Ho trovato amiche che restano, non è scontato. Ho scoperto quanto mi piacesse essere in un gruppo di teatro. Ho avuto una professoressa di italiano che mi ha fatto a lungo dubitare delle mie scelte per il futuro – voglio fare l’avvocato da grande o bearmi di letteratura? – e anche se alla fine ha vinto la testa sul cuore, e non ne sono pentita, ho sentito per la prima volta che si poteva amare una materia, e soprattutto apprezzare il modo in cui ti veniva trasmessa. E poi era l’unica che mi dava 9 nei temi. A dire la verità, mi sono trovata molto bene più o meno con tutti i miei insegnanti, quel famoso quarto anno a parte. Ma la cosa più importante che ho imparato, ed è anche la cosa che più ho odiato, è che là di regalato c’era ben poco, e quello che ho studiato in quei cinque anni io me lo ricordo, e lo ritiro fuori negli esami universitari e ci faccio sempre bella figura.
Beh, ho dimenticato la grammatica. E in effetti anche la fisica, le radici dei verbi greci (tutti i verbi greci, tutto il greco, facciamo), gli integrali in matematica, astronomia e scienze della terra. Ma le basi, le famose basi con cui ti fracassano i maroni al ginnasio, quelle restano per tutta la vita.

E quindi dico ai maturandi: quello che è finito è sostanzialmente un gran bel periodo, e non so dirvi assolutamente come sarà il prossimo per ciascuno di voi. Nel mio caso diversi fattori hanno reso l’anno della maturità quasi mitologico e carico di incredibili ricordi, ma non è detto che non ce ne siano di migliori in vista, e dato che da qui non si scende, tanto vale far le cose per bene. Posso solo farvi un in bocca al lupo per le prove e poi un altro augurio ancora più sentito per il vuoto galattico che ti si spalanca sotto i piedi dopo. E quando usciranno i quadri con i vostri punteggi, e magari rimarrete delusi, ricordatevi le mie parole: ride bene chi ride ultimo, vecchio detto sempre valido. Parola di Piantagrane.

(PS. Io avevo scelto il saggio breve sul Piacere, ma quello sul Labirinto di quest’anno mi sembra esponenzialmente più figo. Annata sbagliata) 

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