“Land of Hope and Glory” *

Temo che questo post sarà in netto contrasto con quello precedente, ma del resto queste sono le date, queste le tempistiche, e mi tocca passare da un argomento serio e urgente come il terremoto nelle mie zone (tra l’altro, per chi fosse interessato a fare qualcosa anche dopo, ovvero quando sarà cessata l’emergenza e gli sfollati saranno lasciati a se stessi, questo è un sito utile) a quello che di questi tempi potrà sembrare estremamente futile: essendo però io inglese mancata, per me il Diamond Jubilee è una grande celebrazione. Anche se cade nello stesso giorno della festa della nostra Repubblica, che un pochino mi ha delusa perché speravo avesse qualcosa per l’Emilia che non fossero solo belle parole – ma a cui voglio un po’ di bene comunque, non ho le forze di fare polemica, che ci sono cose molto più costruttive in cui incanalare energia.

Dicevamo che sono un’inglese mancata. Non so bene quando mi sia nata questa consapevolezza, ma so che qualcosa deve essersi inserito nel mio DNA nel momento in cui ho scoperto Il Giardino Segreto ed Harry Potter. La P bambina non faceva altro che leggere all’infinito sempre gli stessi libri (e.g. – La Pietra Filosofale ha raggiunto il record imbattuto di 11 letture), e agli adulti sconcertati, che non vedevano l’uso di riprendere in mano un romanzo di cui si sa già la fine, rispondevo che mi piaceva ritrovare i personaggi, venirli a recuperare ora che sapevo le loro sorti e riaccompagnarli lungo il viaggio. E a forza di stringere amicizia con quelle creature di carta ho finito per sentirmi a casa anche dove mi invitavano loro, e molti di quei posti in un modo o nell’altro esistevano al di là dell’inchiostro, erano raggiungibili nella vita reale. E allora pensavo alla brughiera dove la brutta Mary Lennox riscopriva la natura e ingrassava a forza di mangiare porridge, mi immaginavo il suono di quell’accento dello Yorkshire che caratterizzava la famiglia di Dickon, e soprattutto mi lasciavo incantare da quella magnifica tenuta che doveva essere Misselthwaite Manor. Poi è arrivato Harry, e dei castelli della Gran Bretagna sono diventata un’habituée, per quanto le leggende di Re Artù mi avessero già un po’ sballottata tra il Galles, la Cornovaglia e la Francia (per cui ho un amore un po’ diverso, sempre sincero, diciamo un amore da anziana, sereno e rispettabile). Da lì sono fioriti altri interessi sempre a sfondo britannico: Agatha Christie e Sir Arthur Conan Doyle mi hanno condotto, rispettivamente, tra la campagna di Miss Marple (talvolta di Poirot) e la Londra un po’ fumosa di 221/B, Baker Street. La lista è ancora lunga e non pensate che solo perché non li ho citati Jane e Will non abbiano avuto la loro grande parte.

Insomma, sono partita dalla letteratura, ma poi ho finito per amare i paesaggi, il clima, persino il cibo – in parte, non esageriamo, sono pur sempre nata in un Paese dove la Cucina è arte e amore e non sono così corruttibile. Penso alla Gran Bretagna e mi sento a casa, proprio come quando da bambina ritornavo sulle pagine già lette. Mi esercito per avere quell’accento perfetto, quel modo di cadere sulle parole con tanto tatto, ma so che non essendo la mia lingua natale, ahimè, sarà molto dura – e poi io ci ho anche un brutto orecchio musicale, quindi è una battaglia persa in partenza – però so che in un modo o nell’altro io vivrò là, anche solo per due mesi, per un anno, per sempre. Perché il cielo plumbeo per me ci sta proprio bene con i prati verdi, e l’odore della pioggia, l’ho già detto, mi piace assai. Perché mi stanno simpatici i mattoni rossi delle periferie, i lampioni di Londra (per i lampioni si aprirà un giorno un capitolo a parte, dove si faranno compagnia con le panchine e i cancelli), i colori rosso blu e bianco della Union Jack, l’amore tutto inglese per il giardinaggio per cui io sono negata, la loro birra, le uova con il bacon alla mattina, le “bianche scogliere di Dover” e i gabbiani sopra di esse, e sì, ci vogliamo rovinare, pure la guida a sinistra. Perché conosco meglio le vicende e i nomi della Famiglia Reale che quelle dei Savoia dei tempi che furono, e del capo dello Stato adesso. Perché da piccola mi ero inventata un alter ego che era nipote di Elisabetta II, e quindi la chiamavo Betty, con tantissimo affetto, mica con alterigia o scherno, che io i diminutivi li uso solo quando voglio bene a qualcuno, chi mi sta antipatico lo chiamo con nome e cognome, vedi Camilla Parker-Bowles. Perché quando le storie di fantasmi sono ambientate in un castello scozzese mi danno più brividi di quelle ambientate in un luogo qualunque, e poi penso a Edimburgo e mi si stringe il cuore, che tra Londra ed Edimburgo non so scegliere. Perché nei miei sogni vedo un cottage ricoperto d’edera, dei campi sconfinati, un buon romanzo e una tazza di thé a farmi compagnia, e pure morire là sembra migliore, con quei cimiteri sereni e ordinati che piacevano tanto pure al Foscolo. Perché quando sento God save the Queen e Pomp and Circumstance mi viene un groppo in gola.

Tutta questa spappardellata senza né capo né coda ha un solo senso: fare i miei migliori auguri per questi sessant’anni di regno nel Paese delle Meraviglie (non è un caso che Carroll fosse inglese) a Elisabetta II. Ognuno ha un particolare luogo dell’anima, ma chi lì dentro ha la Gran Bretagna non so perché la sente come nessun altro, per quei luoghi si riconosce in ogni amante lo stesso affetto, per nulla geloso, che sa proprio di famiglia, origini, casa. Bel lavoro, Betty.

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