“Le vacanze di Hegel” *

Mi ci è voluto un po’ prima di mettermi su questo post. E’ che ho il mal d’America. Vi spiego: sono appena tornata da un viaggio meraviglioso a New York – sì, l’ho detto un bel po’ di volte che ci andavo, che ci posso fare, ne vado così fiera! – , è stata un’esperienza entusiasmante, ho condiviso momenti piacevolissimi con tante persone speciali che non voglio lasciarmi indietro, e adesso la mia cittadina di provincia mi sta stretta assai. La mia piovosa cittadina di provincia, vorrei precisare. Essendo una londinese mancata sono disposta a conviverci, sia chiaro, ma diciamocelo: almeno ci fossero quei bei temporali estivi, tuoni, fulmini, si aprono le cateratte e così via. A me danno soddisfazione queste cose. Mi piace aprire la finestra, mentre sono nella sicurezza del mio salotto, e lasciar entrare l’aria umida e pulita. Sì, per me quello che per alcuni è puzza di cane bagnato è un gradevolissimo odore. Anche perché non è cane ma foglie, erba, roba buona e naturale. Peccato che in una settimana di cielo plumbeo ho ottenuto solamente pioggerella sospesa e dispettosa, il nemico numero uno di qualsiasi tipo di capello.

Insomma, sono tornata e ne ho piene le tasche. Vorrei svegliarmi la mattina e passeggiare per quelle belle strade larghe, con il passo svelto di chi ha qualcosa che lo aspetta, il caffè in mano da donna d’affari e la borsa da shopping, sapendo che nessuno sa il mio nome. Non è snobismo da Upper East Side, è che quando cresci in una cittadina con un centinaio di migliaia di anime, in cui non è che conosci tutti ma si hanno massimo due gradi di separazione con ognuno, l’opportunità di smarrirsi come una formichina nel brulichio della metropoli viva e pulsante è allettante, è ammaliatrice. Non sempre siamo in grado di cogliere la spaventosa bellezza del reinventarsi. Ci sono dei pezzettini di noi a cui non siamo disposti a rinunciare. Abbiamo paura di perderci, prima di tutto. Abbiamo paura di essere accusati di volubilità.

Ecco, io, che sono tanto conservatrice, mi sono resa conto che uscire dalla mia pelle, per ritornarci con un qualcosina che non mi apparteneva prima, è invece illuminante. Forse perché da un po’ di tempo a questa parte, la pioggia vera ce l’ho dentro, e non è il temporale che piace a me, quello che si sfoga in mezz’ora e lascia profumo di rinnovamento nell’aria. Sono tante goccioline, quasi impalpabili, che riescono però a impregnare tutti i vestiti, appesantendoli. Non importa quando possa essere caldo il sole, una volta asciutte le prime tornerà la nebbia, che punge da ogni lato. Ci vorrà un po’ prima che sia tutto ripulito, qua dentro. E nel frattempo prendo in prestito gli ombrelli degli altri, perché il mio è piccolino e sgangherato, e da solo non ce la fa. Mi serve giusto quel pizzico di tempo per asciugare tutti quei pezzettini a cui non direi mai addio, e lasciar andare via quelli fradici e inutilizzabili. Non so ancora se basterà un panno appena tiepido, o il calore della bella stagione che di certo arriverà; per adesso perdonatemi il mio voler abbandonarmi tra le vie spaziose e i grattacieli, tra i ciliegi in fiore e le vetrine scintillanti. Chissà che non mi abbiano regalato qualche nuova sciocchezzuola da portarmi dietro, che mi renda un pochino più fresca, un pochino diversa, ma sempre la solita piantagrane. E’ solo questione di pulizie di primavera, in fondo.

 

so che ve lo stavate chiedendo: è il titolo del quadro davanti i vostri occhi. Perché? I miei procedimenti mentali sono alquanto arzigogolati, vi chiedo la cortesia di prenderli così come sono. Se volete, potete semplicemente pensare che mi scocciasse scegliere qualcos’altro. Oppure, potete rifletterci un pochino anche voi.

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