“Life is all about timing”

Oggi mi sono messa in malattia. Niente di grave, giusto un po’ di mal di gola e di ossa doloranti, ma non si sa mai, che tra dodici giorni devo volare sopra l’Atlantico per la prima volta, e preferisco neutralizzare fin da subito ogni tentativo di autosabotaggio del mio organismo. Comunque, oggi ho passato una lunghissima giornata solitaria, tra plaid, pantaloni della tuta (sempre quelli fucsia delle medie già citati in precedenza), libri e tazze di thé con il miele. Mi sono concessa pure una pastina in brodo, che da piccola probabilmente era uno dei miei piatti preferiti, dato che ho il nitidissimo ricordo di una me cinquenne, raggomitolata sul letto in un’afosa mattinata di giugno, che protesta con veemenza per il rifiuto della nonna di prepararle il suddetto piatto, con la debolissima scusa che c’è troppo caldo per il brodo. Mie voglie “da gravidanza” a parte, la mia dieta da malattia magari potrà compensare gli eccessi del passato week end. Sì, perché ho passato gli ultimi tre giorni a gironzolare tra gli stand della Fiera del Cioccolato, in piazza. Cremino, cioccolata calda Maya, assaggini vari in ogni banchetto, non mi sono rifiutata nulla, e ora faccio penitenza.

Tralasciando il villaggio vacanze di calorie che si è trasferito sui miei fianchi, però, il fatto rilevante del fine settimana non riguarda il cioccolato. E’ che venerdì io e la Pinna abbiamo aiutato la nostra amica Uma – la storia dietro questo nome è condita di riferimenti cinematografici che vi risparmierò – a comprarsi un orologio. Elimino subito la suspence, che già vi vedo ansiosi: ce l’abbiamo fatta, e Uma è felice e contenta del suo nuovo accessorio. E io ho pensato che non mi farebbe male averne uno, cioè, uno diverso dal baracchino colorato di cui m’innamorai un paio di mesi fa e che non funziona già più.

Ho bisogno di un orologio perché io il tempo non l’azzecco mai. Arrivo sempre tardi, su (quasi) tutto. Tralasciando il netto anticipo di un anno quando si trattò di cominciare la scuola, il resto è stato un susseguirsi di ritardi. Ci sono quelli di pochi minuti, perché “nessuno tanto spacca il secondo”; quelli fatti apposta, che non voglio arrivare per prima a un appuntamento e poi stare ad aspettare con una rivista in mano, anzi, non si sa mai che dopo sembra che ci tieni troppo, finché non arriva il momento in cui tutte queste stupidaggini un po’ ti fanno sorridere, un po’ ti stringono il cuore. I miei ritardi tipici sono quelli che arrivano anche a mezz’ora/quaranta minuti, perché non so calcolare i tempi, le distanze, e, soprattutto, amo incastrare mille impegni, e spesso sono tanto pigra da dilungarmi su uno di questi pensando di riuscire a essere comunque puntuale in quelli successivi; oppure, semplicemente, perché amo dormire. E poi è davvero troppo tardi, ma un troppo che dire solo “troppo” è dire poco, un troppo che preannuncia un “mai” e non importa più di nulla. Chiaramente, è il ritardo peggiore. E’ quello che si porta via tutti i classici “se”, i “ma”, le cose non dette, le cose che si sarebbero dovute ripetere, le cose dette ma da rimangiarsi, si porta via i sentimenti giusti e le azioni sbagliate. Un ritardo che magari ti piomba all’improvviso, può essere in un pomeriggio, come questo, mentre assapori un po’ di tempo libero e scopri che ce n’è di più di quanto vorresti, e che ciò che sembrava breve improvvisamente diventa infinito, ma di un infinito scomodo, lento ed estenuante, mentre, inutile dirlo, ciò che doveva essere durevole finisce. Così.

Ecco, allora il tempo fa davvero paura, e vorresti saperlo gestire, ma non hai l’orologio. Non sai quando è il momento giusto di fare questo, di dire quell’altro. Quando devi aspettare e quando non devi assolutamente. Non puoi misurare un bel niente. E mi sono avvicinata all’espositore, che magari trovavo il mio, di orologio, il modello che mi sarebbe andato alla perfezione, come quello che stava comprando la mia amica Uma. Lì, a pochi centimetri dalla fila di modellini colorati, si sentiva distintamente il ticchettare dei secondi, impazzito, nevrotico come uno sciame di insetti. Altro che tempus fugit. Il tempo è isterico. E allora, P, devi fare un bel respiro profondo, e ricordarti che non a caso Kipling al suo figliolo diceva di “riempire l’inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che passa“. Quella poesia l’ho amata al primo incontro, quando la lessi a dodici anni, ma me la dimentico troppo spesso. Le parole di una Persona un po’ me l’hanno riportata alla mente, e non voglio che ne esca più.

Voglio un orologio, ma non voglio che mi dia ansia. Perché ho passato la scorsa settimana a ripetermi, come un mantra, “Life is all about timing“, ma cosa vuol dire in fondo? E ho pensato che se davvero riesco a dare valore a ogni istante che passa, allora sì che sono puntuale.

Annunci

One thought on ““Life is all about timing”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...