Il 9 Marzo torno in cucina? Sì, perché ne ho voglia io

Dato che sono una neofita del mondo dei blog, devo rispettare le festività, e scriverne, così ho argomenti. Poi, magari, quando sarò cresciuta e sarò più disinibita potrò parlare di cose assolutamente non mainstream e farmi un certo nome. Fatto sta che ieri era la Festa delle Donne, e io ci faccio un post. Perché voglio farmi la mia gavetta, e perché io ci credo sul serio.

Probabilmente, è colpa delle mie mille letture infantili a base di Bianca Pitzorno, dove le protagoniste femminile erano cazzute, scapestrate, avventurose e simpatiche quanto potevano esserlo Tom Sawyer o Mowgli, ma ho covato fin dalla più tenera età un certo femminismo ruggente. La scoperta di Piccole Donne – tra l’altro, mi identificavo di più con la mite Meg che con il “maschiaccio” Jo – ha arricchito le mie fantasie indipendentiste: le quattro sorelle erano buone, miti, e per la maggior parte veri “angeli del focolare”, ma nessuna si è mai fatta mettere i piedi in testa dal signor March, da Laurie o da quel sant’uomo di John Brooke. Al massimo possiamo dire che mi hanno impedito di divenire lo stereotipo della suffragetta, addolcendo di molto la mia visione della cosa. Una volta cresciuta, comunque, il danno era fatto: mi sarei battuta, sempre, per la parità tra i sessi. Parità, non superiorità del genere femminile, mi raccomando.

Il problema è che nel 2012 si discute del significato di una festa di cui, prima di tutto, non ci dovrebbe più essere bisogno, e in seconda battuta è spesa in locali a guardare spogliarellisti.

Giusto, dico io, non ci dovrebbe essere una “Festa della Donna” come non dovrebbe esserci un “Ministero per le Pari Opportunità”, dato che entrambi sono indicatori dello svantaggio di una parte della società. Ma finché l’Italia continuerà a rimanere nei posti più bassi delle graduatorie sulla parità dei sessi, c’è un’assoluta necessità di certe istituzioni. Gli anni del berlusconismo non hanno fatto altro che accentuare il divario: da una parte l’uomo di potere, dall’altra la donna che deve contare esclusivamente su di lui per avere possibilità di successo, e le occasioni che le vengono offerte dipendono più da un certo tipo di “abilità” che da effettive competenze. Non  mi ritengo certo una bigotta bacchettona: io vado a ballare, flirto e vengo sgridata da mia mamma quando mi vede uscire con gonne troppo corte, o maglie troppo scollate; ho pure commesso vari errori, nel passato, che fanno poco onore al mio orgoglio femminile, ma sono andata avanti, e mi si è rafforzata la convinzione che mai, mai, mai nella vita, lascerò che mi trattino come un oggetto, o che la mia strada dipenda da un uomo. Io voglio essere pari e indipendente. Sono una ragazza: amo fare shopping, leggere Vanity Fair et similia, piango se sono triste, e talvolta mi ritrovo a essere più fragile di quello che vorrei, ma ho anche un cervello, dei piani ambiziosi e la voglia di andare molto lontano con le mie sole forze. Amo cucinare, prendermi cura delle persone a cui voglio bene, ma voglio diventare anche un avvocato e battermi per i diritti umani. Non venitemi a dire che sono meno di voi, uomini. Perché a me non sembra proprio, e come non mi sento io inferiore, ci sono miliardi di donne là fuori che possono farsi strada nel mondo esattamente come voi. Né in meglio né in peggio: alla pari.

Ma in ogni parte del mondo, e ancora in Italia, ci sono più donne che finiscono sui giornali perché oggetto di violenza che per le loro conquiste. Per non parlare dei posti dove nemmeno si parla di quel che succede loro, perché tutta una cultura dietro continua a relegarle al gradino inferiore, a volerle sottomesse e nascoste. Vorrei poter dire di più, vorrei poter non dover tirare fuori le solite storie, le solite recriminazioni. Ma purtroppo, la situazione è questa, e non c’è nulla di nuovo, nulla di migliore. Possiamo fare appello quanto vogliamo alla dignità che ognuna di noi deve mantenere, ma per ora le nostre sono solo voci dal basso, e alcune nemmeno del tutto convinte. Io, finché non sono nella posizione di fare di più, propongo di lavorare duro, nel nostro piccolo. Di non farci mettere i piedi in testa, di seguire i nostri sogni senza mai scendere a patti con i nostri valori. Di ottenere quello che vogliamo non perché abbiamo le tette, ma perché abbiamo almeno una quinta, coppa C, di cervello. E soprattutto, di non sentirci mai, nemmeno per un secondo, inferiori. Nasciamo e moriamo tutti allo stesso modo, di cosa c’è bisogno di più, per essere uguali?

Sembreranno riflessioni scontate le mie, così come lo sono i miei consigli: ma, nella realtà, sono davvero le cose più banali quelle che spesso vengono a mancare, quelle più difficili da accettare.

Ieri non sono andata a vedere uno spogliarellista in un qualche locale, cosa che in effetti non ho mai fatto. Ero fuori città, perché partecipo a un progetto che mi permetterà di andare a New York a fare una simulazione della Nazioni Unite. Se non fosse stato per tutte le donne che in ogni epoca si sono fatte sentire, non avrei avuto questa possibilità, io, donna. Per questo, io festeggio, io ricordo.

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2 thoughts on “Il 9 Marzo torno in cucina? Sì, perché ne ho voglia io

  1. Quanto è vero: quello che leggiamo, sentiamo, captiamo da piccoli ci segna per tutta la vita. Anche io sono cresciuta a pane e Bianca Pitzorno, cresciuta quindi con la ferma e radicata convinzione che gli uomini e le donne, o meglio i maschi e le femmine per come mi esprimevo io da piccola, si differenziassero per poche, trascurabili cose (si,ero un maschiaccio) e l’idea di poter essere inferiore e di poter essere considerata inferiore, o semplicemente non all’altezza, non mi ha mai, e dico MAI, attraversato. E’ un’idea con cui mi sono dovuta scontrare quando sono diventata più grande, e quando ho iniziato a capire cosa significhi vivere in una società. E purtroppo, spesso siamo noi le prime a non aver fiducia nelle altre donne, a stupirci se rivestono ruoli di potere…come se gli uomini ci avessero convinto che esiste davvero il “sesso forte”. Oltre a commemorare le operaie morte e tutte quelle donne grazie alle quali oggi posso essere una studentessa di medicina, credo che la vera cosa da fare sia darci dentro e rimboccarci le maniche, per dimostrarci che si, gli uomini e le donne sono uguali, ma in meglio: entrambi possono diventare presidente degli stati uniti ed entrambi preferiscono un bel film a uno spettacolo di spogliarello.

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